• Davide Corna

Non possiamo dimenticarci di Wes Unseld

In ricordo dell'ex giocatore e coach dei Bullets, morto lo scorso 2 giugno a 74 anni


FOTO: NBA.com

Questo articolo, scritto da Jerry Bembry per The Undefeated e tradotto in italiano da Davide Corna per Around the Game, è stato pubblicato in data 3 Giugno 2020.



Mentre gli Washington Bullets uscivano dal campo dopo la loro ultima partite della stagione 1993/94 (una vittoria contro gli Charlotte Hornets), Wes Unseld si trattenne al centro del parquet. Una volta che i suoi giocatori furono usciti, prese il microfono dell’annunciatore per dare una comunicazione speciale agli spettatori.


“Questa è stata la mia ultima partita. Pensavo di annunciarlo alla stampa, ma ho pensato che fosse più adatto dirlo prima ai tifosi”.


E i tifosi reagirono con un boato e una standing ovation. Il palazzetto si riempì di palloncini e coriandoli. In quel momento, non importava che i Bullets avessero vinto solo 24 partite in quella stagione, finendo ultimi nella Atlantic Division. Si stava celebrando Unseld, che era, ed è, il miglior giocatore nella storia della franchigia.


Wes Unseld è morto lo scorso 2 giugno, a 74 anni.


La stagione 1993/94 fu l’ultima di Unseld da coach NBA, e fu la mia prima da giornalista NBA, avendo ricevuto a metà stagione l’incarico di seguire i Bullets. Al mio primo incontro con Unseld, ero intimidito.


Avevo sentito le voci riguardo alle sue schermaglie con Bernard King nella stagione precedente e come, in un confronto di qualche anno prima, avesse sollevato da terra Manute Bol, talmente in alto che la testa del centro sudanese toccò il soffitto.


Sì, Unseld era tosto.


Alto “solo” 201 cm, aveva giocato da centro in NBA in un’era in doveva opporsi a Willis Reed, Kareem Abdul-Jabbar, Bill Russell e Wilt Chamberlain. Nel 1969, divenne l’unico giocatore assieme a Chamberlain a diventare Rookie of the Year e MVP nella stessa stagione. Si guadagnò cinque chiamate all’All-Star Game. E nel 1978, guidò i Bullets al loro unico titolo NBA, venendo nominato MVP delle Finali.


I tifosi lo ricordano anche per la sua capacità di prendere rimbalzi e accumulare assist con dei perfetti outlet pass; una caratteristica che oggi è spesso utilizzata anche da Kevin Love, ala dei Clevaland Cavaliers, il cui padre, Stan Love, fu compagno di squadra di Unseld a Baltimore. Unseld fu anche il padrino di Kevin Love.

La star dei Cavs, il cui secondo nome è Wesley, ha reso omaggio a Unseld, alla notizia della sua morte.



Sebbene il mio periodo con Unseld da coach sia stato limitato, durante la mezza stagione del 1994 in cui ho seguito la squadra, ho avuto la possibilità di conoscerlo meglio, prendendo anche parte al gruppo di giornalisti che ha riportato il viaggio dell’NBA in Sudafrica del 1994, che includeva tappe a Città del Capo e Johannesburg.


Per Unseld si trattava del secondo anno consecutivo in visita in Sudafrica, dove la Lega tenne lezioni gratuite per giovani aspiranti cestisti, in una nazione che in quello stesso anno aveva promulgato una nuova costituzione che riconosceva maggiori diritti ai neri e ad altri gruppi razziali. Ai ristoranti, ci sedevamo accanto a sudafricani che apparivano indecisi e confusi, non avendo mai avuto quel tipo di esperienza.


Durante una cena, Unseld disse che poteva comprendere le storie che aveva sentito dai sudafricani neri, visto che gli era stato negato l’ingresso in diversi ristoranti durante i suoi anni a Louisville, Kentucky. (Unseld fu il primo giocatore nero a cui venne offerta una borsa di studio dalla University of Kentucky e da coach Adolph Rupp, ma decise di frequentare l’università di Louisville).


Unseld, che fu introdotto nella Hall of Fame nel 1988, era particolarmente empatico.


Come coach di Washington, in alcune occasioni fu molto duro con Rex Chapman. Ma l’ex guardia di Kentucky apprezzava il suo rapporto con Unseld. Ecco ciò che mi disse Chapman nel giorno in cui Unseld annunciò il suo ritiro da allenatore:


“Ho imparato che in NBA non posso fare affidamento solamente sul mio atletismo, e l’ho capito nel modo più duro lo scorso anno. Quando sono tornato dall’infortunio, Wes e io abbiamo sviluppato abbiamo avuto il più stretto rapporto che ci può essere fra un coach e un giocatore. Gli devo moltissimo”.



Michael Adams, point guard dei Bullets in quella stagione, si commosse nel parlare di Unseld dopo quell’ultima gara.

“Mi mancherà come persona e come coach. Mi ha insegnato lezioni di immenso valore.”

Unseld, che diventò general manager dei Bullets nel 1996, insegnò quelle stesse lezioni anche a molti bambini, da quando lui e sua moglie, Connie, aprirono la Unseld’s School a Baltimore, nel 1978. La scuola è tuttora aperta, con Connie Unseld come direttrice, e la loro figlia, Kim, a lavorare come insegnante. Unseld era orgoglioso dell’impegno della sua famiglia nell'aiutare i bambini meno fortunati, che ebbero modo di conoscerlo per ciò che era davvero: un gigante gentile.


Alla fine del suo discorso, di fronte agli spettatori della sua ultima partita da allenatore, Unseld chiuse il suo annuncio con un semplice “grazie”. Mentre usciva dal campo un’ultima volta, i tifosi gridavano il suo nome mentre “Unforgettable” di Natalie Cole suonava dagli altoparlanti.


E Wes Unseld era davvero indimenticabile.





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