• Alessandro Di Marzo

Non si dice no a Pat Riley: la rinascita dei Miami Heat


FOTO: Double Clutch

Questo articolo, scritto da Charlie Liptrott per Double Clutch e tradotto in italiano da Alessandro Di Marzo per Around the Game, è stato pubblicato in data 15 settembre 2020.



La gente, spesso, non dice di no a Pat Riley: se il presidente dei Miami Heat vuole che un certo giocatore rimanga a South Beach, di norma quello rimane. Ma non è cosi, se ti chiami LeBron James. Non sono molti quelli che lascerebbero una franchigia dopo due titoli NBA e due premi di MVP delle Finals in quattro anni, ma ciò è esattamente quello che ha fatto lui, dicendo addio ai Miami Heat.

Il suo ritorno a Cleveland nel 2014 ha significato la fine dell’era dei “Big Three”, e la contender che tutti conoscevano si è improvvisamente indebolita, tanto da non raggiungere nemmeno i Playoffs l’anno successivo, nonostante la presenza di Dwyane Wade e Chris Bosh.


Oggi, però, gli Heat sono tornati a far parte delle migliori squadre della Lega: Jimmy Butler e compagni hanno infatti raggiunto le Eastern Conference Finals battendo 4-1 i Milwaukee Bucks; interrompendo così un digiuno che durava proprio dal 2014, ultimo anno di James in Florida.

Il duo formato da Erik Spoelstra e Pat Riley merita tutto il riconoscimento possibile per aver riportato la squadra sulla retta via, riuscendo a non danneggiare l’iconica “Heat culture”. E non è mai facile ricostruire una squadra dopo la partenza di uno dei più grandi di sempre - per credere, chiedere proprio a Cleveland...


Un percorso lungo e tortuoso, che ha visto gli Heat partecipare alla post-season per sole tre stagioni dal 2014, inclusa questa. Tra le partite disputate durante questi tre Playoffs, rimarrà indimenticabile la Gara 6 del primo turno del 2016, vinta a Charlotte contro gli Hornets (e contro quel non adorabile tifoso dalla camicia viola...)



Chris Bosh era assente a causa di alcuni coaguli trovati nei suoi polmoni che lo costrinsero a saltare moltissime partite fino all’ultima sua apparizione in campo, avvenuta nel febbraio del 2016. L'addio definitivo alla pallacanestro, in realtà, è stato ufficializzato solo nel 2019, quando Miami ha ritirato la sua canotta numero 1.


Successivamente, nel 2016/17 Goran Dragic, Hassan Whiteside e Dion Waiters hanno guidato la squadra ad un record di 41-41, ma nonostante ciò (e nonostante un parziale di 30 vittoria e 11 sconfitte nell’ultima metà di Regular Season) la squadra non è riuscita a conquistare un posto ai Playoffs. E proprio a discapito della nuova squadra di Dwyane Wade, i Chicago Bulls.


Prima di questa stagione nella "bubble", l’ultima volta che gli Heat hanno raggiunto la post-season è stata nel 2018, quando sono stati eliminati al primo turno in 5 gare dai Philadelphia 76ers.

Durante questi anni, comunque, il lavoro di coach Spoelstra è stato ottimo e cruciale per il miglioramento dello stile di gioco della squadra e dei membri del roster.

Come sapete, di recente l’NBA è cambiata e sta continuando a farlo: oggi c’è un ritmo di gioco più elevato che in passato (anche recente), un campo più aperto e una migliore considerazione dei tiri da tre punti. Nel 2013/14, ultima stagione del Re a Miami, gli Heat giravano a 22.3 tiri da fuori a gara, ma solo due anni dopo il numero è sceso a 18, terzo minor valore in tutta la Lega. Un anno dopo, la musica è nuovamente cambiata, passando a ben 27 tentativi a partita, fino ad arrivare ai 35.4 di quest’ultima Regular Season, nono maggior risultato dell'NBA, con una delle migliori percentuali dall'arco (sia in stagione regolare che nelle due serie di Playoffs contro Pacers e Bucks).



Tutto questo ha di certo aiutato nella crescita dell'Offensive Rating, che oggi recita 111.9: ovvero, meglio di quelli ottenuti con James in campo, e il settimo migliore in tutta l'NBA.

L’attuale gioco è basato su tagli, movimenti senza palla, tiro da fuori e, ovviamente, passaggi di alta qualità. Oggi gli Heat sono quinti per assist a partita (25.9), tutt’altro rispetto ai 19.8 che, nel 2014/15, valevano il 30esimo (!) posto in questa classifica. E il movimento della palla sta dando buoni frutti ai giocatori degli Heat, visto che Miami è terza per punti assistiti a partita (68.6) - e, ancora una volta, la differenza rispetto al passato è sostanziale, visti i 49.5 del 2014/15.

Di certo avere in squadra una guardia come Duncan Robinson, il quarto miglior tiratore dall’arco per percentuale (44.6%), aiuta molto e può essere la dimostrazione della modernizzazione del gioco di Spoelstra.


Nonostante tutto questo, però, c'è un giocatore - Jimmy Butler, ovviamente - che in questi Playoffs sta giocando a un livello davvero per pochi in questa Lega:


Altri pezzi importanti del sistema Heat quest'anno sono stati i due rookie, l’undrafted Kendrick Nunn (che ha però incontrato delle difficoltà nella bolla, finora) e Tyler Herro, gioiello di Kentucky pescato alla 13esima scelta assoluta nel Draft 2019. Anche loro due, così come Robinson, si sono adattati perfettamente nell’organizzazione, specialmente per quanto riguarda il gioco offensivo.


Ma nessun giovane ha avuto un impatto più rilevante della scelta n. 14 del Draft 2017, Bam Adebayo: con medie di 15.9 punti, 10.2 rimbalzi e 5.1 assist, infatti, il 23enne di Newark rappresenta ormai una chiave per i successi della squadra.


Una sua grande abilità, tra le altre, è il trattamento della palla. Non è raro, infatti, vedere un’azione che inizia con la palla tra le sue mani all'altezza del gomito, per poi essere servita ai compagni che tagliano a canestro oppure escono dai blocchi sul perimetro. Coach Spoelstra affida spesso a Bam la direzione dell’orchestra offensiva dal post.


La sua versatilità, poi, si nota anche in difesa, visto che può cambiare per marcare giocatori di diversi ruoli. E questo è di certo uno dei maggiori motivi per il quale la difesa degli Heat è una delle migliori della Lega, quest'anno:



Ripensandoci, adesso, sembra strano che Adebayo, attuale All-Star, abbia dovuto agire da riserva di Whiteside durante i suoi primi due anni in NBA. Ma Hassan è stato un giocatore emblematico per gli Heat del primo periodo post Big Three, specialmente per Pat Riley, che si è spesso lasciato andare offrendo contratti molto sostanziosi a giocatori lontani dall’essere All-Star.

Goran Dragic, ad esempio, ha firmato un quinquennale da $90 milioni nel 2015, mentre Whiteside ha accettato un max contract di quattro anni a $98 milioni l’anno successivo, in cui è stato firmato anche Tyler Johnson (quattro anni a $50 milioni). Nel 2017, poi, è toccato a Dion Waiters e James Johnson, che hanno firmato rispettivamente per $52 e $60 milioni, entrambi per quattro anni.


Queste cifre sono però spinte da una motivazione piuttosto logica: ognuno di questi contratti si è infatti concretizzato solamente dopo le mancate acquisizioni di All-Star in free agency, come LaMarcus Aldridge, Kevin Durant o Gordon Hayward: tutto ciò che Riley riusciva ad ottenere da giocatori di questo calibro, al tempo, era un semplice incontro, ma nulla di più. Tutti iniziavano a dirgli di no.

E poi, ancora una volta, i "no" si sono trasformati in "sì".


Attraverso una trade a quattro squadre, Miami ha iniziato la sua trasformazione dicendo addio a Josh Richardson, Hassan Whiteside (al suo ultimo anno di contratto) e ad una scelta al primo giro in cambio di Jimmy Butler, con un contratto al massimo di $140 milioni per quattro anni.


Il colpo ha funzionato: Butler ha dimostrato di essere il pezzo mancante (soprattutto da un punto di vista emotivo e di leadership) e il migliore giocatore della squadra, grazie a medie di 19.9 punti, 6.7 rimbalzi e 6 assist che gli sono valse anche la convocazione all’All-Star Game. Ma il compito di Pat Riley non era ancora finito.

FOTO: 305 Sports

Il front office degli Heat si è anche liberato di alcuni contratti scomodi, scambiando Dion Waiters e James Johnson per Andre Iguodala e Jae Crowder in una trade a tre squadre prima della deadline. I due veterani si sono rivelati pezzi fondamentali della squadra: Crowder fino ad oggi è stato titolare in ogni partita di Playoffs, garantendo un grande contributo in entrambe le metà campo; e Iguodala si è dimostrato pronto a diffondere la sua immensa esperienza da triplice campione NBA partendo dalla panchina.

Butler è la personificazione della celebre "Heat Culture": duro lavoro, spirito competitivo e determinazione (ossessione) per la vittoria. Lui e Dragic, che nel frattempo si è guadagnato un ruolo decisivo in questa squadra, sono stati e continuano ad essere i due perni di Miami nei Playoffs, iniziati con un duro 4-0 inflitto agli Indiana Pacers, per poi risplendere al massimo nel 4-1 contro i Bucks.


Da quando James se n’è andato, questa è la migliore stagione degli Heat. E le Conference Finals contro i Boston Celtics ancora devono iniziare.


Ma non è finita qui: ci sono ancora alcune soluzioni che potrebbero migliorare il roster, visto che per la stagione 2021/22 c'è ampio margine di manovra, con praticamente tutti i contratti tranne quello di Butler in scadenza (anche se l'attuale young core dovrebbe essere in toto, o quasi, confermato dalla franchigia).


La Free Agency 2021 potrebbe rivelarsi una delle più ricche degli ultimi anni, e Miami potrebbe non restare solamente a guardare. Molti hanno pensato a lungo che Victor Oladipo potrebbe sbarcare a Long Beach al termine del suo attuale contratto. Ma oltre a lui, troviamo anche varie stelle con player option nel proprio contratto, come LeBron James, Kawhi Leonard e Paul George, oltre a giovani e interessantissimi restricted free agent come Donovan Mitchell e Jayson Tatum. Infine, il gioiello dal maggior valore: l’MVP e Defensive Player of the Year, Giannis Antetokounmpo, che potrebbe essere unrestricted free agent se non estenderà con i Bucks durante la prossima off season.


La situazione degli Heat, quindi, sta tornando ad essere ottima: possono già ambire al titolo quest’anno e probabilmente anche nel 2021; dopo di che, avranno la possibilità di attirare alcuni tra i migliori giocatori della Lega. Pat Riley ha già firmato alcune tra le più grandi stelle NBA, ed è determinato a ripetersi ancora.


Perché, ricordate, la gente non dice di no a Pat Riley. O almeno, non così spesso.





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