• Andrea La Scala

Nove anni di incertezze: parola di Isaiah Tomas

I giovani prospetti di oggi stanno attraverso un periodo strano, con la stagione NBA 2019/20 ancora sospesa. Anche Isaiah, nel 2011, ha dovuto affrontare le incognite dovute a uno stop della stagione. E non solo...


FOTO: NBA.com

Questo articolo, scritto da Marc J. Spears per The Undefeated e tradotto in italiano da Andrea La Scala per Around the Game, è stato pubblicato in data 31 marzo 2020.



I giovani prospetti del prossimo NBA Draft si trovano davanti a molte incertezze causate della pandemia di Covid-19. La Lega ancora non ha deciso quando il draft avrà luogo, se la Summer League ci sarà e quando avrà inizio la stagione 2020/21.


Isaiah Thomas, 31 anni, ha un'idea di ciò che stanno passando quei ragazzi.


Nove anni fa, il 31 marzo 2011, Thomas in uscita dall'università di Washington si dichiarò eleggibile al Draft. La mossa fu considerata rischiosa, dato che la guardia di 175 cm era pronosticata come scelta al secondo round, aveva ancora un anno residuo di "college eligibility" e l'NBA stava andando verso un lockout. Inoltre, non ci sarebbe stata una Summer League in cui IT avrebbe potuto dimostrare le sue doti.


A dispetto del fatto che le cose non stavano girando in suo favore, Thomas scommise su di sé e la scelta pagò. Tuttavia, il due volte All-Star ammette che a quei tempi si chiese spesso se rendersi eleggibile per il Draft con tutte queste incognite fosse stata la scelta giusta.


Ed ecco le riflessioni di Isaiah Thomas, attualmente free agent, sulla sua "Draft Story" del 2011 e sui giovani prospetti che oggi, in un momento di enorme incertezza, si preparano per entrare nella Lega.





Sto vedendo diversi ragazzi iscrivere il proprio nome nel Draft. Io direi loro: prendete la miglior decisione, in prospettiva, per voi stessi. Non pensate a quello che volete adesso, ma prendete in considerazione gli aspetti positivi e negativi della situazione. Assicuratevi di conoscere i pro e i contro di ciò che sta accadendo, ciò che può succedere e ciò che non può succedere. Dopodiché, partite da lì e prendete la vostra decisione.


Ero un junior quando mi sono presentato al Draft, quindi mi restava un anno di eleggibilità. Mi sono scritto quelli che erano i miei pro e contro, tutte le belle cose che sarebbero potute accadere mettendo il mio nome nel Draft e tutte le cose che invece sarebbero potute andare storte, che andavano dal non essere scelti al venire selezionati al secondo giro. E poi c'era la questione del lockout, con la prospettiva di non ricevere alcun compenso e non sapere cosa fare dopo...


Alla fine, la mia scelta finale è stata quella di scommettere su me stesso.


Ho pensato che sarei riuscito a far funzionare tutto. E sentii che rimanere al college non mi avrebbe permesso di fare un ulteriore passo avanti. Però si, io al lockout ci pensavo. E probabilmente avranno tutti pensato che fossi pazzo. Una cosa del tipo: "Ma che sta facendo? Ha ancora un anno, e con tutta l'incertezza che presenta la prossima stagione NBA..."


Ma quella fu la mia scelta, e fu una scelta di puro istinto.


A quell'epoca mi trovavo a Seattle e assistevo al draft, assieme ai miei compagni, dalla palestra dell'Università di Washington. Tutta la mia famiglia e i miei amici, invece, si trovavano nel mio appartamento, dove avevano organizzato un party. Cercavo di distogliere la mia mente dal draft, sapendo che avrei avuto un paio di opzioni alla fine del primo round. Ma non ne ero sicuro, anzi, sapevo che l'ipotesi più probabile sarebbe stata quella di essere scelto al secondo giro.


E quando si arrivò al secondo round, i nomi continuarono a essere annunciati, uno dopo l'altro. Non mi feci prendere dall'ansia, ma ebbi dei pensieri negativi dopo che i Lakers fecero la loro ultima chiamata. Sapevo che cercavano una guardia e avevano detto che, se fossi stato disponibile, mi avrebbero quasi certamente chiamato. Mi ricordo che in quel momento mia mamma mi chiamò e mi chiese: "Stai bene?". Io ero ancora in palestra, ma stavo per dirigermi a casa. Le dissi: "Mamma, il Draft è quasi finito" e lei mi rispose: "Tu continua ad avere fede in Dio: non è ancora finito!".


Quando arrivai finalmente a casa, ero molto arrabbiato perché non me lo aspettavo. Cercavo di non entrare in un mood negativo, però continuavo a pensare: "Dannazione, ho fatto la scelta sbagliata?!"


Foto: NBA.com

Fu allora che il mio agente Byron Irvin mi chiamò. Mi disse che i Sacramento Kings mi avrebbero chiamato con l'ultima scelta, la numero 60. E quando successe, ero davvero felice.


Ovviamente non avrei mai voluto essere l'ultima scelta. Volevo essere chiamato più in alto. Ma in fondo si trattava di un desiderio che si avverava: sentir chiamare il mio nome in un NBA Draft. Primo o secondo round che fosse...


Pensavo: "Ehi, sono stato scelto! Penseremo dopo al da farsi". Ero consapevole che mi avevano appena dato una chance e avevo tutta l'intenzione di sfruttarla al massimo.


Non sapevo quanto sarebbe durato, ma c'era un lockout in arrivo. E niente Summer League. A quel punto cominciai a chiedermi: "E ora cosa farò? Non so quando tutto questo finirà. Non si sa nemmeno se la stagione avrà mai inizio".


Così, cercai di capire cosa avrei potuto fare.


Mi trovavo a Tacoma, nello stato di Washington, e per fortuna si riuscivano a giocare delle partitelle. Però eravamo tutti bloccati, professionisti compresi, in attesa che succedesse qualcosa. Quello fu probabilmente il momento peggiore, perché la stagione del college stava per cominciare e io pensavo "Dannazione, dovevi essere al college. Potevi giocare". Ma ero comunque convinto di aver preso la decisione giusta, perché quello era il mio obbiettivo. Il college per me era solo una fermata intermedia, non la destinazione. Il massimo che avrei potuto ottenere là era vincere il campionato nazionale, che magari avrebbe alzato le mie quotazioni... ma onestamente, quante probabilità c'erano?


Jamal Crawford e Jason Terry, due delle mie conoscenze di spicco in NBA, mi diedero una mano a sbarcare il lunario, assicurandosi che stessi bene. Vivevo ancora nel mio appartamento del college, assieme alla mia ragazza e futura moglie, che allora era incinta. Era un bel problema. Continuavo a pensare che c'era bisogno di soldi, perché bisognava pagare i medici.


E' stato un momento difficile, ma ho ricevuto anche un grande supporto. Avevo del cibo sulla tavola, un bel posto dove stare e tutto sommato stavo bene. Potevo allenarmi e restare in attesa che succedesse qualcosa. Ma se poi la stagione NBA non fosse partita, come sembrava probabile allora, in quel caso sarei dovuto andare Oltreoceano non tanto per me stesso, quanto per la mia famiglia.


Così quando arrivò la notizia che la stagione sarebbe iniziata il 25 dicembre 2011, fu un vero sollievo. Ricordo quel giorno. Per me fu grandioso, ero a un passo dal realizzare il mio sogno.


A Sacramento mi scelsero per una ragione. Molte scelte al secondo giro, specialmente le ultime, poi non vengono nemmeno portate al training camp. Nel mio caso invece, anche senza Summer League, i Kings mi portarono al camp. Il che vuol dire molto.


A darmi una mano, c'erano ragazzi come Tyreke Evans, Francisco Garcìa e John Salmons. Oltre a tutti i veterani. Andai lì in una sorta di "survival mode", con l'obbiettivo primario di ottenere un lavoro. Rincorrevo gli altri giocatori per tutto il campo, dando il 100% in tutto ciò che facevo, di modo da mettermi in luce. Il mio mindset era: "Ok, devo mettermi in evidenza in qualunque modo. Non posso semplicemente accontentarmi". Le chance che potessi farcela non erano elevate.


Il mio agente mi chiamò prima di una sessione di allenamento al training camp e mi disse che volevano propormi un contratto da tre anni, ma che non sarebbe stato garantito. A me in realtà il fatto che non fosse garantito non importava. L'importante era che fossi in gioco. Per tutto il resto, ci avrei messo del mio. Tutto ciò che desideravo era avere una chance, e l'avevo finalmente ottenuta. Non avevo niente da perdere. Del resto, ero stato scelto alla numero 60: qualunque cosa avessi fatto di buono, per quella gente sarebbe stata un di più, praticamente.



Agli inizi non vidi molto il campo. Sacramento poteva contare su Jimmer Fredette, Marcus Thornton e Tyreke Evans. Io, semplicemente, cercavo di sfruttare al massimo ogni opportunità, avessi anche giocato solo gli ultimi 30 secondi del secondo quarto o gli ultimi 5 minuti di garbage time. Volevo solamente dimostrare che io, lì, ci potevo stare.


A parte la mia famiglia e quei pochi ragazzi del mio "support system", non riesco a fare un nome di qualcun altro che avesse mai creduto in me, fino a quel momento. Poi, però, successe questo.


Come coach, c'è stato Paul Westphal per una piccola parte della stagione, poi licenziato e sostituito con Keith Smart. Ricordo che era febbraio ed eravamo a Detroit. Prima della classica sessione shootaround, il nuovo coach venne a parlarmi e mi disse:

"Sto pensando di farti partire in quintetto. Te lo dico perché vorrei che lo tenessi a mente".

Quando tornai in hotel, dissi a me stesso che era una cosa pazzesca e senza senso, ma ero pronto per quell'opportunità. Poi, prima della partita, mi portò nel suo ufficio e mi disse:

"Ti farò partire tra i titolari, ma devi giocare bene oppure saranno guai anche per me".

Gli dissi che non doveva preoccuparsi e che era stato chiaro. Probabilmente, se la stava facendo sotto perché Jimmer Fredette era stata la decima scelta assoluta e solitamente questi ragazzi devono giocare a ogni costo.


La mia fiducia veniva solamente da me stesso, perché sapevo quel che potevo fare grazie al duro lavoro che svolgevo ogni giorno. Perciò, quando l'opportunità arrivò, la sfruttai a dovere e da lì in poi tutto per me si fece molto più interessante.



Passai dall'essere uno che non vedeva mai il campo, al giocare scampoli di partita, e poi all'essere titolare in NBA con un vero e proprio impatto. Fui anche nominato per il secondo All-Rookie Team.


Nessuno credeva che sarei neppure entrato nelle rotazioni, specialmente senza la Summer League, ma io spinsi più che potevo sino a sfondare la porta. Ed è un po' la storia della mia vita...


Ho sempre creduto di poter arrivare al top ed essere un uomo franchigia. Ci credevo e lo sognavo. Non sapevo se sarebbe davvero successo, ma ero sicuro che se ne avessi avuto l'opportunità, l'avrei sfruttata.


Ci sono stati (ovviamente) dei bassi, nella mia carriera. Il peggiore purtroppo è stato la perdita di mia sorella, seguita dal mio brutto infortunio. Penso che molta gente avrebbe mollato, e questo dice molto di me, come persona. Io vado avanti qualunque cosa succeda. Non è solamente una storia di basket, ma di vita: so cosa significa essere esclusi, non ricevere alcun favore, trovarsi sfavorito da ogni pronostico, ma, nonostante ciò, cercare comunque di prendere quello che senti tuo.


Ho sempre pensato che mollare sarebbe stata la cosa più semplice da fare. Chiunque può farlo, ma non tutti possono continuare ad andare avanti anche quando le carte sono a tuo sfavore. Non tutti possono insistere quando nessuno crede in te. Per questo io non ho mai mollato. Anche perché, come ho sempre detto, la soddisfazione di raggiungere i miei obbiettivi supera di gran lunga tutti gli ostacoli che ho incontrato nella mia vita e nel basket. L'unica cosa che so fare, quando le cose si mettono male, è andare avanti per la mia strada. E' così che sono stato cresciuto, e non mollerò fino a che mi sarà impossibile continuare con il basket.


E adesso non siamo alla fine (Thomas in questa stagione stava realizzando 12.2 punti a partita con i Wizards, prima di essere scambiato con i Clippers, i quali lo hanno tagliato i il 9 febbario). So che ho ancora molto da dare a questo gioco. Ci sarà un "comeback", perché conosco le mie capacità, so perché hanno rinunciato a me e siamo solo a metà della battaglia.


Per molti dei giocatori che hanno subìto il mio stesso trattamento, quasi certamente le loro capacità hanno avuto un ruolo centrale nella storia. Non potevano giocare a quel livello, non potevano tenere il passo. Beh, non è il mio caso...



Con i Wizards quest'anno sono partito titolare 40 volte e sono stato gettato in una trade dove l'obbiettivo non ero io, ma Marcus Morris. Quando mi ci sono trovato dentro, ho parlato con i Clippers e la cosa non aveva senso, per cui hanno acconsentito a lasciarmi libero. E' stata una "business decision".


Ho fatto vedere che posso ancora giocare e che sono in salute. Che posso essere produttivo anche in un team giovane, o in un team vincente. Praticamente in ogni situazione. Perciò sto soltanto aspettando la mia prossima opportunità, e so che a un certo punto arriverà. E a quel punto, sarò più che pronto a coglierla.


Mi sono comprato una bicicletta da allenamento indoor e ci sono sopra ogni mattina e ogni sera, in questo periodo. Faccio un po' di pesi in casa per mantenere la tonicità muscolare e ho anche un personal trainer con me a Seattle che è sempre al mio fianco per lavorare sul mio fisico.


Io e mia moglie siamo degli insegnanti, ora. Dobbiamo seguire i nostri bambini con i compiti e gran parte della mattinata la impiego così. Poi il resto della giornata cerco di fare tutto ciò che mi possa far sentire il più pronto possibile per una possibile ripresa.


Nipsey Hussle era uno dei miei più cari amici, come molti sanno, e questo è il primo anno senza di lui. E' davvero orribile. Era una delle persone più positive che io abbia mai conosciuto e riusciva a restare tale in qualunque situazione. Il suo lascito per me è aver assunto quel tipo di atteggiamento. Non c'era nulla di finto in lui, era una persona genuina. Trattava tutti allo stesso modo, indipendentemente dal fatto che tu potessi essergli utile o meno.


Ciò che voglio dalla vita è avere un impatto positivo sugli altri, ispirare le nuove generazioni a vivere nel modo giusto, indipendentemente da dove si trovino o cosa facciano nella vita.




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