• Emilio Trombini

Parola di Larry Bird

Larry Bird si è seduto con il team di The Undefeated per parlare di pallacanestro, dei suoi ricordi nella Lega, di trash talking, dell'evoluzione del Gioco e molto altro ancora...


FOTO: Bleacher Report

Questa intervista, realizzata da Marc J. Spears per The Undefeated e tradotta in italiano da Emilio Trombini per Around the Game, è stata pubblicata in data 9 ottobre 2019.



Mumbai, India – 27 anni dopo che Larry Bird, Magic Johnson, Micheal Jordan e il “Dream Team” hanno fatto innamorare il mondo per il gioco della pallacanestro nel 1992, l’India ha mostrato la sua adorazione per la leggenda dei Boston Celtics durante la prima partita degli NBA India Games il 4 ottobre 2019. I tifosi hanno omaggiato Larry Bird con una standing ovation quando è stato introdotto. “Larry, Larry” hanno inneggiato, e persino l’attrice indiana Privanka Chopra Jonas si è fatta una foto con l’Hall of Famer.


Gli Indiana Pacers e i Sacramento Kings hanno viaggiato in India per giocare due partite di Preaseason. Bird, che fa parte della dirigenza dei Pacers, crede che il Dream Team abbia avuto un grande ruolo nel far sì che si giochino ora partite NBA anche in India.


“Il Dream Team è certamente la ragione per cui sono qui ora” - ha detto Bird a The Undefeated. “Dave Gavitt me lo ha detto ancora prima che venissi qui. Mi ha detto: tu puoi essere di grande impatto sul basket in tutto il mondo - ma io non avevo capito. Poi ha continuato dicendomi che avrei scoperto quanto sono indietro, ma quanto voglia abbiano di recuperare; e che avrei visto la loro cultura riversarsi sulla NBA e sul mondo deil basket collegiale”.


Aveva ragione. Questo è uno dei motivi per cui siamo qui oggi, il Dream Team. Basta guardare quanti giocatori internazionali ci sono in questo momento nella Lega. È incredibile. Se sei bravo abbastanza, sei il benvenuto.


Bird, 62 anni, si è seduto con The Undefeated durante gli India Games per parlare della sua influenza sulla NBA, della nota rissa tra Pacers e Pistons (definita “The Malice in the Palace”), dei suoi giocatori preferiti, di come si inserirebbe nella NBA moderna e di molto altro. Ecco cosa ne è emerso.



Ho sentito storie di quando da ragazzino eri solito giocare partitelle a basket contro gli uomini di colore che lavoravano all’hotel vicino a casa tua in French Lick, Indiana. Puoi dirci che influenza hanno avuto su di te queste partitelle?


Sì, a quei tempi cercavo solo di migliorare le mie abilità cestistiche, per cui mi ritrovavo a giocare queste partitelle. I miei avversari erano più grandi. Quando hai 9, 10 o 11 anni, e vedi qualcuno di 20, pensi siano già adulti. Ma c’erano un sacco di ragazzi che comparivano ogni giorno. Tra una partita e l’altra fumavano la loro sigaretta e si bevevano la loro birra, ma erano dei bravi ragazzi. Una volta, 30 anni fa circa, mi sono imbattuto in Slim, uno dei ragazzi che stava ad Atlanta a fare il cuoco in un hotel in cui stavo, ed è stato molto bello. È venuto da me e mi ha detto “ti ricordi di me?”. Ed io sapevo di aver visto quella faccia prima, ma non mi ricordavo dove. Era un pochino più vecchio, ma mi disse che era molto orgoglioso di quello che ero diventato.



Com’erano quei ragazzi, e come ti trattavano?


Mi trattavano molto bene. Quando arrivavo al campo, se a qualcuno serviva una pausa, mi buttavano dentro e sarei potuto non uscire tutto il giorno. Erano anche dei buoni giocatori, ma non dovevano vincere a tutti i costi. Sembrava sempre mi lasciassero un po’ giocare al loro livello, e mi ha fatto piacere questo perché ho sempre ammirato quel gruppo di ragazzi. Erano molto vicini tra loro. Segnare aveva un valore relativo, si parlava e ci si divertiva tanto.



Tornando indietro con la mente a te e Magic mentre entravate a far parte della NBA, pensi che la gente parli ancora abbastanza di quanto voi due abbiate contribuito alla diffusione della pallacanestro?


Mi fa ridere quanta gente mi abbia detto durante la mia carriera, “tu hai contribuito a salvare l’NBA,” ma c’è davvero tantissima gente che lo ha fatto, non è cominciato con noi due. Forse noi siamo riusciti a creare una forte competizione fin dal college giocando l’uno contro l’altro, ma penso che abbiamo sviluppato diversi aspetti del gioco una volta entrati nella Lega. A entrambi piaceva tanto passare la palla, rendere i propri compagni migliori sul campo. Ed entrambi eravamo dei vincenti, su questo non c’è dubbio. Non che non ce ne siano stati tanti altri prima di noi, ma il modo in cui giocavamo e approcciavamo le partite ha dato un forte contributo al grande seguito delle partite della Lega.



Com’era l’NBA quando siete entrati voi?


Non sapevo molto dell’NBA quando sono stato scelto al Draft. Non la seguivo così tanto. Avevo sempre guardato la ABA. Così, mentre mi apprestavo a entrare a far parte della Lega, non ci pensavo troppo, ma con il passare degli anni le cose cambiarono. Guardandomi indietro, ti direi che è stato il 1984, quando David Stern è diventato NBA Commissioner, l’anno in cui è cominciato tutto veramente. Dovete ricordarvi che quando sono entrato nella Lega c’erano ancora tanti problemi legati alla cocaina, c’era un vero abuso di sostanze stupefacenti. Mi ricordo che nel 1981 David Stern disse che aveva dovuto regalare biglietti perché la gente venisse a vedere l’All-Star Game... Ma una volta arrivato il 1984, si sentiva che la NBA stava cambiando al suo interno e stava cambiando anche la sua percezione dall’esterno. Dovete anche tenere a mente che in quegli anni arrivarono Isiah Thomas, Michael Jordan, Patrick Ewing, Charles Barkley, John Stockton, Karl Malone... Un gruppo di ragazzi che entrò nella Lega e la portò ad un altro livello.


FOTO: CNN International

Si ma, detto questo, tu e Magic eravate i volti della Lega...


Beh, diciamo che noi siamo stati i primi, ma con ciò non voglio dire che abbiamo cambiato qualcosa. Però forse abbiamo mostrato al pubblico il nostro modo di giocare. In quel periodo i satelliti stavano iniziando a moltiplicarsi ed entravamo sempre di più nelle case della gente. E ciò è partito addirittura dal College. Abbiamo giocato l’uno contro l’altro alle finali, e dicono sia ancora una delle partite più gradite di sempre. Per cui, sì, abbiamo avuto un forte impatto, ma non abbiamo di certo cambiato la Lega.



Boston non ha una bella reputazione in termini di razzismo. Molta gente però dimentica che Boston è stata la prima squadra a scegliere al Draft un giocatore di colore, la prima ad avere il quintetto di partenza con tutti giocatori di colore e anche il primo head coach nero. Pensi che tutto questo sia stato dimenticato o sia semplicemente trascurato?


Non saprei. Per me Boston è semplicemente una città di grandi lavoratori che amano le proprie squadre. Ho sentito parlare tanto di razzismo. So come Bill Russell veniva trattato quando giocava lì, e devo dire che mi si rivolta un po’ lo stomaco. Fa venire da vomitare. E non posso parlare come quelli che dicono che sia tutto dimenticato, perché io non ho vissuto niente di tutto questo. Non ho visto molto quando ero lì in termini di razzismo. So solo che quando si entrava in campo il pubblico voleva si vincesse. Ma alcune cose si potevano sentire, qua e là...



Che ricordo hai di quando Dennis Rodman diceva, nel 1987, che eri un giocatore sopravvalutato perché eri bianco? E del fatto che Isiah Thomas condivideva questo pensiero?


Beh, sono stato molte volte in spogliatoio dopo dure sconfitte. Non si può dare per vero tutto quello che avviene e si dice lì dentro, per via dell’adrenalina della partita. Cose del genere non mi hanno mai dato fastidio. Ognuno avrà la propria opinione e dirà quel si sente di dire, tu devi continuare per la tua strada. Mi ricordo che dopo una partita un giocatore venne diretto da me, dopo aver parlato con Isiah. Ma veramente, niente di che. Abbiamo giocato partite incandescenti contro i Pistons in quel periodo, e sapevamo che col tempo ce ne sarebbero state molte altre. L’ho già detto e lo ripeterò: queste cose non mi hanno mai infastidito.




Negli anni '80 la NBA aveva tanti buoni giocatori bianchi, guidati da te. Perché pensi sia diverso oggi?


Sono cambiati gli interessi dietro. Il contesto. Non sto dicendo che tutta la gente bianca sia entrata a far parte del ceto medio. Ma per quanto tu possa cercare di essere uno dei migliori, va detto che in NBA non ci sono così tanti posti di lavoro. Va detto negli anni che i giocatori neri sono atleti migliori tendenzialmente, per cui devi essere speciale per annullare questo vantaggio.



Rifletti molto sull’eredità che hai lasciato?


Non tanto, a dire la verità. È passato tanto tempo da quando ho smesso di giocare, e non sono quel tipo di persona che va avanti a parlarne. Ma mi sono capitate moltissime situazioni in cui, chiuso in una stanza, mi è stato chiesto di parlarne. E dopo 30 anni e passa in cui non si gioca - 30, o quel che è, insomma - le cose cambiano. Quel che ti viene da pensare non è quello che è successo davvero. Divento un po’ nervoso quando ne parlo perché riesco a ricordarmi come mi sentivo, ma non riesco a ricordare alcune giocate o cose successe. E odio travisare i fatti dicendo cose sbagliate. Ma questo è quel che succede col tempo. Hai un’idea in testa di come siano andate le cose 30 anni dopo, ma non è mai esattamente così.



Guardi tante partite NBA ora?


Guardo individualmente un sacco di giocatori al College e tanta NBA. Mi piace dove sta andando la Lega. Mi ricordo che 20 anni fa ero preoccupato per le guardie di bassa statura, ma ora direi piuttosto che sono preoccupato per il ruolo del centro. Il gioco cambia, mi piace come l’hanno ripulito. C’è più libertà di movimento e i giocatori possono mostrare il proprio modo di giocare. Quando giocavamo a Boston nella East Coast, le partite erano vere battaglie. Ma quando hanno aggiunto la West Coast si è aperta di più la NBA e si poteva mostrare veramente il proprio talento,perché gli altri giocatori non provavano più a tenerti giù insieme agli altri. Questo penso sia diventata la NBA oggi: una Lega più libera, più aperta. Se hai talento e skills, puoi metterle in mostra ogni sera.



Hai mai pensato a che impatto avresti avuto nella NBA di oggi, al tuo apice?


Non mi interessa sinceramente. È facile dire "la nostra epoca era la migliore, io ero il migliore", e tutto quanto. Penso comunque che ce la giocheremmo e anche molto bene, ma non lo sai mai finché non succede. E dico così perché ho giocato contro giocatori che pensavo fossero veramente forti prima di entrare nella Lega, ma dopo averci giocato ho pensato "forse non è così forte, questo qui". Tutto ciò mi ricorda quando ero più giovane e giocavo in un liceo piccolino. Segnavo tantissimo e prendevo un sacco di rimbalzi, ma non giocavo contro nessuno. Quando poi andai a Indiana State, stessa cosa. Una volta arrivato al livello professionistico, avevo dei pensieri in testa: riuscirò a farcela? Poco dopo pensai che era fatta.



L’ex ala dei Celtics Cedric Maxwell racconta spesso una storia di quando ti vide per la prima volta e pensò, “questo ragazzino bianco non sa giocare, lo distruggo’. A fine giornata si ritrovò senza parole. Te lo ricordi?


Max faceva un sacco di trash talking, ma il giorno in cui sono arrivato ai Celtics è stato interessante vedere cos’è successo. Quando andai al mio primo allenamento, c’erano Sidney Wicks e Curtis Rowe, che non conoscevo personalmente ma che ricordo di aver visto giocare a UCLA. Poi c’era Maxwell. L’unica volta che avevo sentito parlare di lui è stata quando sono andato a Boston a vedere una partita. Non sapevo neanche chi fosse, sostanzialmente. E quando entrai in palestra, eccolo lì, che chiacchierava. Una volta finito l’allenamento, Curtis e Sidney vennero entrambi tagliati e rimase solo Max. Quando succedono queste cose non sai mai come verrai trattato, ma io non avevo intenzione di farmi mettere i piedi in testa. Curtis e Sidney se ne erano andati ma erano due bravi ragazzi. Era Cedric quello che parlava troppo. Secondo allenamento, era rimasto solo Cedric. E non ci volle molto per farlo stare in silenzio...



Da dove viene il tuo spirito competitivo?


Non saprei sinceramente. Sono sempre stato così sul campo di gioco. Ho sempre voluto vincere ogni partita che giocavo, forse qualche volta anche troppo. Quando eravamo nel playground si litigava, si lottava e si faceva qualunque cosa per vincere la partita. Una volta finita si ritornava amici come prima e mi veniva da chiedere da dove venisse questo atteggiamento. Credo di essere sempre stato così, come anche un sacco di altri ragazzi contro cui ho giocato al College e in NBA. Non credo proprio di averlo preso dai miei genitori. Penso che si cresca così e basta.



Tu eri anche conosciuto per le tue doti da trash talker. Mi ricordo quando hai chiesto poco prima della gara del tiro da 3 punti ai partecipanti chi sarebbe arrivato secondo. E ovviamente hai vinto tu. Mi ricordo anche delle grandi sfide sul campo con l’ex Pacers Chuck Person. Hai un momento preferito?


Non direi. Ho sempre rispettato Chuck. Quando inizia una partita sai che gli avversari vorranno tenerti testa, alcuni ogni singola partita, e lui era uno di questi. Alcuni giocatori invece non oppongono resistenza, forse perché sono arrabbiati con un compagno o con l’allenatore. E mentre la partita avanza si vede che pensano "non possiamo battere gli avversari". Ma Chuck ci dava dentro ogni volta. Lo rispetterò sempre per questo. Ogni tanto sul campo ce ne siamo dette. Era un gran trash talker prima che andasse a Boston e io a Indiana. Ma finiva tutto lì, per il resto c’era grande rispetto. La storia della gara del tiro da 3 punti non era propriamente trash talk. È solo che non mi ero ancora riscaldato fino a quando è iniziata la sfida e ho pensato di poter tirar su 10.000 dollari facilmente, tirando a canestro una domenica pomeriggio. Perché non spenderci una mezz’oretta?



Quando ti sei reso conto che saresti diventato un giocatore speciale?


L’ho pensato il terzo giorno di allenamento con i Celtics. Quando è cominciata la stagione dopo che ero stato scelto al Draft, siamo andati in un posto chiamato Marshfield (Massachusetts), e lì è dove ci siamo allenati. Sembra incredibile, ma il primo allenamento l’abbiamo fatto all’aperto. La sera invece andavamo in palestra e giocavamo. Un sacco di veterani venivano lì e io avevo l’opportunità di giocare contro di loro. Nella mia testa pensavo che fossero un po’ fuori forma e non pronti, e che io stavo avendo abbastanza successo. Una volta cominciato il training camp e una volta fatto i primi 4 o 5 allenamenti, ho pensato: "questi hanno vinto 48 o 49 partite l’anno scorso, ma io so di essere più forte di loro". Non sapevo come sarebbe andata la transizione dal College quando abbiamo iniziato le vere partite. Quell’anno abbiamo concluso con 60/61 vittorie. Avevo capito presto che per me sarebbe andato tutto bene nella Lega.



Chi è il tuo giocatore preferito da guardare, ora?


Beh, ne ho un sacco. LeBron, ovviamente. È impossibile paragonarlo a qualcuno, tanto è forte, un po’ come Michael Jordan. Sono giocatori speciali, e non ho davvero idea di come diavolo faccia a rimanere così in forma. Credo che questa sia una delle più grandi qualità del suo gioco, rimanere sano giocando tutti quei minuti. Anche Kevin Durant è speciale. E la corsa verso il titolo di Kawhi Leonard dell’anno scorso? Eccezionale. Poi ci sono i ragazzi di Golden State, il modo in cui giocano e onorano questo sport. Sono ancora ammaliato dalla prestazione di Klay Thompson quando ha segnato 60 punti con solo 11 palleggi (contro Indiana). Ce ne sono davvero tantissimi, non se ne può scegliere uno solo. Io amo il basket, mi piace com’è adesso e la direzione che ha preso. Un sacco di gente dice che non si può difendere, che non si può toccare mai l’avversario. Beh, sì, questo fa la differenza, perché ti permette di mettere in mostra le tue qualità. Come ho detto, prima ero preoccupato per le guardie di piccola statura, ora mi preoccupano i centri. Mi ricordo di quando si parlava di allargare il campo per scontrarsi bene dentro. Il campo non era abbastanza grande per tutti quei giocatori. Ecco, abbiamo scoperto che in realtà è assolutamente grande abbastanza. Il ferro era alto abbastanza. È solo che il gioco continua a progredire col tempo e cambierà ancora, come ha sempre fatto. Ma per quanto mi riguarda, mi piace di più com’è adesso, perché c’è più spazio. È tutto più aperto. Potrei avere più possessi e passare meglio la palla, adesso...



Ma quindi, come mai non sei mai stato tentato dal fare l’allenatore o il General Manager con gli Indiana Pacers, o da qualche altra parte?


Mi è piaciuto tutto il mio percorso. Ma ora sto compiendo 63 anni e ho fatto il mio, come quando ero con i Pacers con Kevin Pritchard e David Morway. Sapevo che il mio tempo sarebbe arrivato quando abbiamo avuto la necessità di un cambio, di una voce fresca, di un nuovo allenatore. A un sacco di gente piace stare nel giro fino all’ultimo. Ma io mi sono goduto la mia vita, e mi sento bene: non c’è bisogno che stia nel giro tutto il tempo. Posso uscire e fare altre cose. In inverno posso andare in Florida per un po’. Durante l’estate faccio altro. Mi piace andare in giro e venire in posti come questo (India). Mi piace vedere i giocatori allenarsi tutta l’estate. Ma fare l’allenatore o il GM a tempo pieno? Non ne ho l’energia.



Com’è stato essere nel front office dei Pacers durante la rissa passata alla storia come “Malice in the Palace”, nel novembre del 2004?


Cose del genere ti segnano abbastanza e farne parte fu bruttissimo. Anche se in passato ho visto un sacco di cose brutte e parecchie risse. Io non ero lì presente, ma la stavo guardando in TV. Vedere una rissa così, e non parlo solo per i Pacers, è stato orribile. Sicuramente noi siamo stati quelli maggiormente colpiti. David Stern ha preso la decisone, ma nella realtà sono state entrambe le squadre. È stato davvero un brutto colpo. Sono passati non so quanti anni ora, ma riesco ancora a visualizzare tutto quello che è successo.



Guardandoti indietro, quanto pensi sarebbe potuta diventare forte Indiana?


Beh, le squadre si costruiscono con la speranza di arrivare a giocarsi le Finals, e quella era decisamente una buona squadra. Anche se eravamo arrivati alle Finals nel 2000, penso che quella squadra fosse più forte. Non abbiamo avuto modo, però, di mostrare quanto fosse forte.



Cosa significano per te i tuoi tre titoli NBA, oggi?


È stata dura vincerli. Ovviamente gli infortuni hanno giocato un ruolo determinante nell'impedirci di vincerne altri. Ma non si sa mai, so che anche le altre squadre avevano problemi di infortuni. Le nostre carriere, comunque, non sono state molto lunghe. Io ho giocato 13 anni, ma solo 12 per davvero, e ci sono state circa tre stagioni in cui ho giocato poco più di metà delle partite. Però abbiamo fatto delle belle annate, eravamo un’ottima squadra. Per quanto riguarda vincere il titolo, è sicuramente la cosa più importante quando giochi. Vincere il titolo è davvero speciale. Ma non è tutta la mia vita. Lo era prima. Il basket era la mia vita, ed è ancora una parte fondamentale della mia vita, perché non c’è niente come giocare una partita. Sapevo di dovermi allenare tutto il tempo perché Earvin Johnson si allenava tutto il tempo, ed era sempre Boston contro i Lakers. E io volevo fargli il culo.



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