• Mauro Oltolina

Passiamo oltre?


Arrivato al suo 35esimo compleanno, chi è attualmente LeBron James?

365 giorni fa, dopo uno stimolante dibattito inter nos in redazione, mi chiedevo se fosse possibile iniziare a riflettere sul “passare oltre” riguardo alla pratica “LeBron Raymone James”.

Il #23 era da qualche mese sbarcato a LA, sponda Lakers, con i bagliori del salvatore della Patria - che novità - e sciorinava in una squadra di sbarbati statistiche da Top 10 NBA pur essendo in procinto di soffiare a pieni polmoni su 34 candeline.

Mi chiedevo, quel 30 dicembre 2018, se potessimo oggettivamente davvero passare oltre e iniziare a dare per scontato che il repertorio del Re si stesse definitivizzando, potendo contare solo su qualche dettaglio qua e là da impreziosire, come i grandi interpreti e agonisti del Gioco sono soliti fare sul viale del tramonto delle proprie carriere. Avrebbe potuto davvero farci vedere qualcosa di sostanzialmente nuovo? Sarebbe stato in grado di alimentare ulteriormente quel processo evolutivo che ha scandito come un metronomo la sua carriera? Pur lasciando aperta la questione, i successivi 4 mesi avrebbero minato qualunque buona base per argomentare in tal proposito.

Nei Lakers 11esimi ad Ovest, colati a picco tra le gonfie onde della tempesta e - clamorosamente - fuori dai Playoffs, opinione comune è stata che James avesse qualcosa di più di una semplice colpa superficiale. Perennemente disattento e sciatto in difesa, alle volte svogliato e imperscrutabile in attacco, dall’infortunio che lo ha costretto fuori diverse settimane a cavallo tra la fine del 2018 e l’inizio del 2019 il processo di crescita del nucleo di giovani composto da Kuzma, Ball, Ingram e coach Luke Walton (non me ne vogliate, sia voi che l’assistente campione NBA 2015 coi Golden State Warriors) è naufragato fragorosamente.

Parlare di squadra male amalgamata e inesperta sarebbe un’archiviazione ingenerosa e troppo facilona, soprattutto al netto del fatto che quei Lakers - e questo è un dato di fatto - fossero stati costruiti da Magic Johnson e Rob Pelinka sotto chiare direttive della neo-acquisita superstar, che aveva spinto per aver accanto a sé veterani navigati del calibro di Rajon Rondo, Tyson Chandler e Lance Stephenson, che più che svezzare i giovani si sono rivelati enigmi di difficile risoluzione.

Se a tutte queste - inizialmente inattese e successivamente gravissime - difficoltà si aggiunge un body language molto eloquente proveniente da chi doveva essere faro del progetto, non è arduo capire come lo stesso non potesse avere alcuna rosea prospettiva: in alcuni momenti, per portamento, per il modo in cui osservava i compagni e si rapportava con loro verbalmente e/o passandogli la palla, si percepiva nell’atteggiamento di LeBron una sorta di distacco dalla faccenda. Quasi che - e io credo non fosse completamente così - non gli tangesse più di tanto la deriva del tutto.

Per la prima volta forse nella sua carriera James è parso aver tirato i remi in barca: dopo aver portato letteralmente da solo i Cavs edizione 2017/18 alle Finals, non poteva essere un caso che per la prima volta in 14 anni uno dei protagonisti della postseason non solo non partecipasse alla festa, ma se ne discostasse in maniera così triste. Quasi che il suo sacro fuoco agonistico fosse stato infradiciato da un diluvio universale fronteggiato con un ombrellino da Mai Tai.

Da una superstar del suo calibro, chiamata sempre ad eccellere e, nel particolar caso, ad insegnare, tutto ciò è risultato ai più profondamente inaccettabile. E non citare nemmeno una voce statistica (singola o di squadra) all’interno di questo pensiero credo possa aiutare a rendersi conto di quanto questo fallimento fosse permeato nella filosofia della stagione dei Lakers dello scorso anno.

Collocarsi nelle polemiche è sempre molto complesso, perlomeno per quanto mi riguarda.

Avanzare l’ipotesi che vi fossero più di un’incognita nel rimettersi in gioco in quel modo e in quel contesto a 34 anni - per quanto si parli comunque ancora dell’apice della carriera di un autentico androide - mi sembrava essere l’opinione più equilibrata tra “è un giocatore finito che ha dimostrato di non essere più all’altezza” e “dopo le fatiche erculee sofferte a Cleveland, si sarebbe aspettato che i giovani potessero fare la propria parte nella nuova stagione, dimostrandosi più propensi all’apprendimento e alle responsabilità tecniche e attitudinarie”.

Per come la vedo io, il concorso di colpa deve essere distribuito. Per come vanno le cose in questi casi, la distribuzione non può essere equa: è normale che un Top 10 All-Time venga chiamato al banco degli imputati in maniera più grave per curriculum e pedigree che non un Brandon Ingram. Anche se i numeri messi in piedi dal neo Pelican in questa stagione è lecito che suscitino qualche dubbio, visti il talento e i mezzi, circa la sua totale dedizione al credo giallo-viola nella passata stagione. E incolpare LeBron di aver soffocato Ingram (nel caso specifico) mi sembra un 2+2 veramente poco stimolante.

Pertanto, coi 35 anni all’orizzonte (“è vecchio”), alla 17esima stagione a gravare su schiena e ginocchia (“non ha più voglia”) e al secondo di quattro anni di contratto coi Lakers (“progetto pluriennale”)... da dove ripartire?

“Dal reclutare Anthony Davis”. Sì. Ma non basta. E non mi riferisco al ribaltone in panchina, con l’arrivo di Frank Vogel coadiuvato da ex HC come Jason Kidd, Lionel Hollins e Brian Shaw; né all’ “epurazione” di Lonzo (e LaVar) Ball e di Brandon Ingram alla volta di New Orleans.

Non basta, perché è vero che Anthony Davis è un upgrade stratosferico in termini tecnici e tattici, ma in un contesto come LA l’inserimento di una superstar di tale calibro al fianco della Stella che letteralmente ha in mano le chiavi dello Staples Center non sempre è binomio vincente. Chiedere a Dwight Howard versione 2012/13.

Senza contare che al Colossal avrebbe dovuto partecipare anche DeMarcus Cousins, infortunatosi gravemente in una partitella di team building indetta proprio da James nel corso della off season... con LBJ addirittura tacciato da qualche delirante odiatore di “irresponsabilità” nei confronti della franchigia per “aver messo DMC nelle condizioni di infortunarsi”.

Non basta, perché dietro la fin qui esaltante stagione dei Lakers - e dell’ormai 35enne numero 23 - c’è uno dei motivi per cui, ancora oggi dopo 365 giorni, alla domanda “possiamo passare oltre?” di getto mi vien da rispondere “un attimo”.

Ci sono state due dichiarazioni dello stesso James che nel corso di questi primi mesi hanno instillato in me l’ipotesi che ci troviamo di fronte a un nuovo capitolo della carriera di LeBron.

“Rispetto alla scorsa stagione molte cose sono cambiate. La Lega è più aperta, ma noi siamo competitivi. Non sarà facile, perché ci sono altre squadre molto attrezzate che possono metterci in difficoltà... ma noi dalla nostra abbiamo questo ragazzone”.

Questo flusso di coscienza coincide con un non meglio identificato arrivo allo Staples del duo per uno shootaround. Il sorriso che appare sulle labbra di AD è a metà tra il trasecolato - si tratta pur sempre di un’investitura da parte di LeBron James - e il consapevole. Ed è il frutto di un accordo che lo stesso Davis ha spiegato a Shams Charania nel corso di una lunga intervista video riportata da Bleacher/Report.

“Quando gli ho chiesto se ci saremmo dovuti spartire al 50 e 50 le responsabilità, mi ha guardato e mi ha risposto: «Nah, è affar tuo. Io ti farò da spalla. Noi tutti seguiremo te.»”

Era il 13 novembre. I Lakers avevano giocato appena 10 partite con un record di 8-2. Segno che questo non era un patto sbocciato nel corso della stagione, ma un diktat posto ancor prima che la stessa dovesse iniziare.

Rimarcare il peso di tutto questo è quasi eufemistico. Per la prima volta nella sua carriera, il Prescelto cede l’archetto di primo violino ad un ragazzo del ’93 appena arrivato ai Los Angeles Lakers, non solo accettandolo ma proponendosi lui stesso per il ruolo di “second guy”. La chioccia nei confronti di un giocatore di talento smisurato, ma che con le cime vertiginose della Lega da aprile in poi ha avuto non molto a che fare.

Parlare di passo indietro, anche alla luce dei ritmi a cui James sta viaggiando, mi sembra forse eccessivo: in 34.9 minuti - minimo in carriera - LeBron sta collezionando 25.7 punti su 20 tentativi (di cui 6.4 da 3, massimo in carriera), 7.6 rimbalzi e 10.6 assist (massimo in carriera). Gioca di meno mantenendo intatte se non migliorando le proprie cifre.

Parlare per la prima volta di nuovo ruolo e di ulteriore sviluppo nel percorso evolutivo della sua storia nella Lega, invece, mi sembra lecito e oggettivo. E il tutto non è un caso, bensì il prodotto di un ragionamento acuto e intelligente.

Un anno fa citavo la sconfitta contro Dallas nel 2011 e il Titolo del 2016 con Cleveland come due crocevia fondamentali per il percorso del Re. Oggi mi ritrovo a pensare che quel “Come ripartire?” successivo alla peggior stagione della sua carriera da consolidata superstar sia divenuto il terzo, offrendosi come spunto di riflessione per un giocatore di intelligenza propria a pochissimi su come riuscire prima di tutto, da amante della competizione, a stupire nuovamente se stesso; crescendo, migliorandosi, ponendosi nuovi obiettivi nonostante la carta di identità e un conto in banca tutt’altro che in sfumature di rosso.

Non è un caso la prima doppia doppia di media, alla luce anche di una qualità di costruzione e letture che già erano nelle sue corde ma che in questi primi mesi stanno raggiungendo livelli straordinari.

Sgravandosi pubblicamente da un po’ di pressione - cosa mai fatta in precedenza - LeBron si è sapientemente (se pur con un anno di ritardo) focalizzato sulla crescita globale della sua squadra, agendo sì da secondo violino ma da primissimo catalizzatore come mai nella sua carriera si era ritrovato a fare. Con un entusiasmo e un sincero amore per il Gioco, oltre che uno spirito di inclusione e condivisione a mio parere inediti.

Non è un caso, ad esempio, l’armonioso e quasi insperato inserimento di Dwight Howard nel collettivo; così come lo spirito di squadra che sta portando i Lakers ad essere la seconda miglior franchigia della Lega. L’impressione è che con qualche responsabilità in meno nel computo globale, LeBron sia in grado di sviluppare in maniera più efficace il proprio repertorio ogni sera. Dando al collettivo un senso d’essere che nessun altro giocatore a parte lui potrebbe. Ed è proprio questo il punto: che LeBron fosse un leader era risaputo; che LeBron potesse scegliere di essere QUESTO leader non era scontato.

L’addendo AD ha giocato un ruolo fondamentale, ma il fatto che sia stato voluto fortemente accende qualche lampadina sull'ipotesi che il tutto faccia parte di un disegno congegnato e strutturato venendo prima di tutto a patti con se stesso; per poter continuare a dominare il Gioco ma da una prospettiva differente. Letteralmente incendiando di nuovo il suo sacro fuoco - come dimostra quel "so che hai sentito e letto che negli ultimi due anni non ho difeso molto. Quella però era una buona difesa" rivolto in scherno a un arbitro nel corso della sfida casalinga contro OKC.

Ed è qui che sta il non scontato: per diventare questo LeBron ho bisogno di quello, nella fattispecie: Davis. E se dietro c’è la solita voglia di legittimarsi come uno dei migliori sempre, d’altro canto il tutto si basa anche sulla voglia di vincere con il giallo-viola cucito addosso.

Per farlo devono essere competitivi un collettivo e un’organizzazione intera. E serve legittimare sempre la scelta compiuta proteggendo con l’esperienza il nuovo “leader” - in questo senso sono indirizzati gli atteggiamenti pubblici in sua presenza e il continuo battere sul fatto che Davis spinga lui e i compagni a migliorare ogni singolo giorno.

Non è un caso nemmeno quel “I am a Laker. I am definitely a Laker and I’m happy and proud of it” pronunciato con un sorriso rilassato e una chiarezza di intenti assai evidente negli occhi. Emozioni e attaccamento tutt’altro che scontati solo 6 mesi fa.

Un nuovo ruolo che chiaramente non lo nasconde dalle critiche, non ultima la recentissima querelle con il piccantino Kyle Kuzma e il trainer personale di quest’ultimo. D’altronde, come potrebbe mai? Non ci si tatua “The Chosen One” sulle spalle senza sentirsi pienamente nel cuore una tale carica. Ma che potrebbe aiutarlo a compiere un ulteriore passo avanti, in una nuova dimensione inaspettata dalle prospettive tutte da scoprire.

Pertanto, 365 giorni dopo, possiamo passare oltre?

Senza alcun tipo di scriteriato entusiasmo da fan della prima ora, ma bensì con ponderatezza e obiettività mi sento di dire “aspettiamo”. Perché proprio quando sembrava che il libro fosse arrivato all’appendice, LeBron ha saputo - volendolo - mettere un punto e voltare pagina. Iniziando un nuovo capitolo.

E allora buon compleanno al Re. Sapendo che, tra altri 12 mesi, ci potremmo ritrovare ancora qui. A chiederci se potremo mai passare oltre con LeBron Raymone James.

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