• Luca Losa

Persi dai radar



Il mondo dello sport professionistico sa essere molto crudele. A volte non ti lascia seconde opportunità e il rischio di finire nel dimenticatoio troppo presto è molto alto. Se poi giochi in una lega elitaria come l’NBA, le cose si fanno ancora più difficili. Dopo tutto, le statistiche parlano chiaro: la carriera Oltreoceano di un qualsiasi giocatore dura mediamente 4 anni. In poche parole, durare e confermarsi a quei livelli è una cosa tremendamente difficile.


È per questo che più o meno tutti noi, appassionati e tifosi, cadendo nella facile e fallace tentazione di “giurare” sul talento di qualche giovane promessa, siamo poi costretti a rimangiarci la parola. E non siamo i soli, sia ben chiaro. Le franchigie, i loro GM e dirigenti non sono immuni da sviste e cantonate.


Ci sono innumerevoli motivi per cui un giocatore passa dall’essere definito “il nuovo...” - inserire nome a caso di un qualsivoglia campione del passato che con il ragazzo in questione condivide il più delle volte solo ruolo e stazza - ad essere etichettato come “bust”.


Il talento, si sa, non basta. Infortuni e contesto sbagliato rappresentano una potenziale Spada di Damocle per chiunque e la mentalità giusta per affrontare il professionismo, soprattutto all’inizio, non è per tutti. È per questo che innumerevoli giocatori, magari arrivati in NBA con i crismi del fenomeno, fanno poi fatica a esprimere tutto il loro talento. Altri, invece, giocano alla grande per un significativo lasso di tempo, per poi cadere nella mediocrità, lasciando così un maggiore senso di amarezza.


In questo articolo vi presento una lista di giocatori che per varie ragioni non stanno rispettando le aspettative, non riescono a dare continuità a quanto di buono dimostrato a livello giovanile e/o in NBA, e che quindi sono... “persi dai radar”.



Mo Bamba


Un cambio di scenario è forse necessario per il giocatore ex Texas Longhorns. All’ombra di Nikola Vucevic, Bamba non sta trovando molto spazio. Va detto, però, che anche quando l’All-Star montenegrino è stato costretto ai box per 11 partite, lo scorso novembre, Bamba ha decisamente deluso, tant’è che il suo impiego medio era di 17.9 minuti, conditi da appena 7.8 punti a referto.


La sesta scelta assoluta del 2018 era arrivata nella Lega accompagnata da un hype notevole. Dopo tutto, le sue misure da Monstar, accompagnate da una discreta mobilità, lasciavano presagire che il ragazzone potesse essere subito pronto per il salto tra i professionisti, quantomeno in difesa - nella sua unica stagione collegiale in Texas ha viaggiato a 3.7 (!) stoppate di media.


Dopo una stagione da rookie tutto sommato accettabile, tenendo conto anche del fatto che è stato costretto a lungo ai box, il centro cresciuto ad Harlem non ha mostrato palpabili segni di miglioramento. Il minutaggio è calato, le altre statistiche sono rimaste quasi immutate. In Preseason si parlava di notevoli miglioramenti dalla distanza, ma al momento, malgrado sia passato dal 30% al 35%, la mole di tentativi è ferma a 1.8 a partita (appena 0.3 più dello scorso anno).


Di questo passo, rischia di essere ricordato più per la hit a lui dedicata dall’amico Sheck Wes, che per quello che effettivamente ha mostrato sul parquet...


FOTO: Orange Magazine


Dennis Smith Jr


Quando è arrivato nella Grande Mela nella trade che ha portato Porzingis a Dallas, molti speravano che Dennis Smith Jr potesse definitivamente esplodere e mostrare con continuità quei lampi di talento tecnico, atletico e acrobatico che ha mostrato nella prima stagione con i Mavs, che lo draftarono con la nona scelta assoluta al Draft 2017.


In Texas, l'impatto polarizzante del ciclone sloveno di nome Luka Doncic aveva influito significativamente sui ruoli e sulle gerarchie del backcourt dei Mavericks. Lì, Dennis non poteva continuare al meglio il suo percorso di crescita. Nella mezza stagione ai Knicks post-trade, sembrava essere tornato quello della rookie season, ovvero un giocatore capace di mostrare lampi di talento offensivo ben al di sopra della media, e i numeri di riflesso lo confermavano (15 punti, 5 assist, 4 rimbalzi e 1 palla rubata circa di media a partita, come nella prima stagione texana).


L’attuale stagione doveva essere quella della consacrazione. Un paio di infortuni e qualche problema personale lo hanno sicuramente frenato nella prima parte di stagione, ma non sono abbastanza per spiegare gli appena 16 minuti di impiego medio in 27 partite. Molti rumors lo volevano con i bagagli in mano prima dell’ultima trade deadline, ma nulla di concreto si è materializzato. Che l’addio ai Knicks sia solo rimandato all’estate? Se la point guard da Fayetteville dovesse ritrovarsi ancora chiusa da Payton e Ntilikina, questo diventerebbe uno scenario sempre più probabile.



Jordan Bell


Dopo esser stato "sballotato" per la Lega come un pacco postale negli ultimi giorni prima della trade deadline, Jordan Bell alla fine si è accasato a Memphis. In un contesto in cui dei ragazzetti terribili stanno facendo grandi cose, Jordan potrebbe magari ritrovare lo smalto della sua prima stagione nella Baia.


Arrivato via Chicago con la 38esima scelta al Draft 2017, dopo un’ottima annata da rookie si parlava già di ennesimo capolavoro del front office dei Golden State Warriors. L’energia che portava in campo, soprattutto nella metà campo difensiva, unita alle qualità da passatore e un praticamente inesistente jump shot, rendevano scontati paragoni con il suo mentore e compagno di squadra Draymond Green. In quella squadra Bell cascava a fagiolo. Il “poco” che gli si chiedeva, lo faceva con estrema intensità e qualità. Le sue mancanze offensive erano “nascoste” da un contesto che funzionava a meraviglia e in cui riusciva comunque a essere efficace tagliando forte a canestro da lato debole o su pick&roll, e facendosi spesso sentire a rimbalzo.


Le aspettative per la sua seconda stagione a Oakland erano giustamente elevate. Da lì in poi, invece, l’involuzione. Si è visto superare nelle rotazioni da Kevon Looney e Damian Jones, e il fuoco con cui scendeva in campo nel primo anno è andato affievolendosi. La mezza stagione ai Minnesota Timberwolves si è rivelata ancora più deludente e gli 8.7 minuti di media lo testimoniano.


Chissà che la celebre “grit and grind culture” dei Grizzlies non ci restituisa il Jordan Bell visto nella sua prima stagione all’Oregon Arena.



Thon Maker


L’hype attorno a Thon Maker prima del suo sbarco in NBA era notevole. Nella scelta assoluta numero 10 al Draft 2016 molti vedevano la seconda venuta di Giannis Antetokounmpo. Lungo, agile e versatile, e come il l’MVP greco, un diamante tutto da sgrezzare, con un potenziale enorme.


A differenza di Giannis, che è migliorato esponenzialmente di anno in anno facendo passi in avanti clamorosi, il lungo sudsudanese non ha ancora mostrato progressi significativi in nessun aspetto del gioco. Al suo arrivo tra i pro, il suo bagaglio tecnico non era di certo inferiore a quello del primo Antetokounmpo, ma è stata l'inconsistenza dei suoi miglioramenti a farlo "perdere dai radar".



Nonostante un primo anno in sordina, con appena 9 minuti a partita, le aspettative sul lungo africano non erano calate. A scommettere sul suo successo, in particolare, fu Kevin Garnett, che per un certo periodo ha collaborato con il coaching stuff dei Bucks.


L’autorevolissimo endorsement di KG, che predisse addirittura un futuro da MVP per Thon, a poco più di due anni di distanza stride fortemente con la realtà. In quattro stagioni NBA, Maker non è mai andato oltre i 5.5 punti di media a partita.



Josh Jackson


Primo nei recruiting ranking del 2016, McDonald All-American, stella a Kansas University, Big 12 rookie dell’anno e infine quarta scelta al Draft 2017. Insomma, un curriculum da campione in divenire che rende ancora più difficile comprendere la caduta nell’oblio della G League.


Non che Josh abbia mai mostrato al massimo il suo (enorme) potenziale, sia chiaro. Sprazzi di continuità li ha fatti intravedere negli ultimi due mesi della sua rookie season, in cui viaggiava a 17 punti di media a sera, tirando col 45 %. Il finale in crescendo e il talento offensivo enorme avevano fatto chiudere un occhio sulla restante parte di stagione, ben al di sotto delle aspettative e marchiata da percentuali dal campo terribili (figlie di una selezione di tiro altrettanto terribile).


Jackson, dopotutto, può segnare da qualsiasi mattonella. Al ferro, dal mid-range, da oltre l’arco. Ha le abilità tecniche, il tocco e l’atletismo per poter segnare in ogni situazione. Il fatto è che non riesce a segnare con continuità e con buone percentuali... da nessuna mattonella.


Dopo una deludente seconda stagione, è stato mandato via trade a Memphis praticamente in cambio di nulla. A influire negativamente, oltre a un rendimento sul parquet sotto le aspettative, ci sono stati anche diversi problemi extra-campo. Ed è questo forse il problema principale di Josh Jackson: la mancanza di maturità e mentalità. I Grizzlies recentemente lo hanno richiamato dalla G League, sperando di poter ritrovare il giocatore che era a Kansas e nella parte finale della prima stagione. Per il nulla che hanno dato in cambio, si tratta di una scommessa con pochi rischi.


Josh Jackson vale la pena di essere “salvato”, ma il primo passo, adesso, sta a lui.


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