• Nicola Zapparoli

Perché LeBron James sarà un giocatore dei Philadelphia 76ers


Compirà 33 anni tra pochi giorni e sta giocando il miglior basket della sua carriera, senza considerare quello che conserva per maggio e giugno da svariati anni a questa parte.

E’ alla sua quindicesima stagione NBA e - Boston Celtics permettendo - giocherà a fine stagione le Finals per l’ottava volta negli ultimi otto anni.

E’ lo sportivo più pagato al Mondo e un simbolo generazionale.

E’ l’idolo dei ragazzini di mezzo pianeta e in fin dei conti di quasi chiunque ami il Gioco; e questo nonostante sia stato anche lungamente e impropriamente odiato, da tanti e per tanto.

Ha spianato la strada ad un nuovo modo di intendere il ruolo di superstar, ha portato a nuovi livelli il concetto di all-around player. Da Ben Simmons a Lonzo Ball, da Paul George a Giannis Antetokounmpo: in qualche modo tutti i nuovi o semi-nuovi fenomeni dell’NBA sono cestisticamente figli suoi.

Ha fatto dell’efficienza e dell’altruismo, del successo di squadra prima che di quello individuale, del giocare “nel modo giusto” il parametro determinante per valutare l’impatto e la grandezza di un giocatore.

E’ in ogni conversazione sul più grande giocatore di tutti i tempi.

E non ha ancora finito.

STRIVE FOR GREATNESS

Perché questo non è l’elogio di un giocatore in procinto di essere introdotto nella Hall of Fame. E’ l’ultimo aggiornamento sullo stato dell’esistenza sportiva del più forte giocatore di basket del Mondo, LeBron James. Che però ha un problema.

Un problema che ha residenza tra San Francisco e Oakland, veste maglia blu/bianco/gialla, e non è individuabile in un solo uomo ma in quattro/cinque fenomeni indemoniati, agli ordini di un ex-compagno di squadra del Fenomeno che James insegue come un fantasma, nella ricerca eterna della Grandezza. Gli Warriors gli hanno causato non pochi problemi negli ultimi anni e lo hanno posto di fronte a sfide che neanche i migliori Spurs di Gregg Popovich gli avevano mai fatto assaporare.

Bene, il primo luglio 2018 LeBron James diventerà free agent. E siccome vincere è l’unica cosa che gli interessa, farà attentamente i suoi calcoli prima di decidere da quale base lanciare la sfida agli imbattibili (?) Golden State Warriors.

Sono mesi che negli Stati Uniti e nel Mondo si rincorrono voci, chiacchiere e “sources” più o meno verosimili e accurate; e il leitmotiv andrà avanti fino al termine della stagione e oltre. Semplicemente lui alla free agency non penserà che dopo la fine della stagione, o almeno così dice. Fino ad allora, ci restano le chiacchiere da bar.

E a noi le chiacchiere da bar piacciono.

Rich Paul, l’agente di LeBron, ha recentemente dichiarato - rispondendo all’ennesima insinuazione che voleva LeBron Laker a luglio - che al suo assistito a questo punto della carriera tutto ciò che interessa è la Grandezza (per la verità è così da tempo); e che per perseguirla l’unico parametro di valutazione è la vittoria. Quindi sì, bella LA, è vero Hollywood interessa e il clima è meraviglioso, ma la stagione NBA dura comunque più di sei mesi e per un giocatore che viaggia per metà di questo tempo pensare di lavorare come attore nel frattempo è sostanzialmente impossibile; mentre è più verosimile farlo nel periodo dell’offseason, anche senza necessariamente giocare per una delle due squadre della città degli angeli.

Il grande mercato? Il suo fascino e la sua importanza? Per uno come LeBron James sono tutti grandi mercati, lo diventano nel momento in cui lui ci mette piede. L’unica cosa che lo rende ancora più famoso, potente, vendibile, immortale? Guarda caso, ancora lei: la vittoria.

30 SQUADRE

Pare che LeBron sia ancora dell’idea che uno come lui debba prendere il massimo salariale: non esistono sconti à la Kevin Durant, almeno non per ora. Proprio in questi giorni James ha detto che tra le motivazioni che lo stanno spingendo in questa incredibile annata, che non era certo partita con i migliori auspici (tra l’infortunio durante il training camp e la squadra partita in modo preoccupante), c’è anche quella di far vedere cosa possa fare un giocatore in quella che teoricamente dovrebbe essere la “fase calante della sua carriera”; in modo da far sì che un domani non sia impossibile per giocatori di “31 anni o più ottenere contratti da 200/300 milioni di dollari”. In una Lega di giocatori, in cui a ottenere enormi dividendi sono in primis i proprietari, la questione della ripartizione salariale e l’idea che un lavoratore debba portare a casa il massimo possibile - a prescindere da tutto il resto - sono concetti che sono sempre stati a cuore a James.

Dunque, avviso ai naviganti: chi vuole avere una possibilità di firmare LeBron in estate è bene che liberi lo spazio salariale necessario, circa 35 milioni di dollari per offrirgli un max contract.

LeBron potrebbe sostanzialmente scegliere tra le 30 franchigie NBA quale più lo aggrada, e ai piani alti della prescelta organizzazione troverebbero il modo di far quadrare i conti e dare al Re ciò che il Re comanda. Ma la prassi che LeBron ha preteso in passato è che le squadre interessate a lui liberassero preventivamente lo spazio salariale, se volevano avere la sua attenzione. Questo può non essere sempre semplicissimo, e di squadre già ora con spazio salariale nella Lega ce ne sono poche.

Dicevamo, vincere. Posto che se i Cavs a giugno dovessero laurearsi Campioni del Mondo la partenza di LeBron apparirebbe quantomeno complicata (ma non impossibile); e che in ogni caso la squadra per la quale James gioca al momento rimane quella con le maggiori possibilità di annoverarlo tra le proprie fila nella prossima stagione - il che non vuol dire che ci siano più possibilità che LeBron rimanga piuttosto che parta, ma semplicemente che tra le 30 squadre NBA, Cleveland è quella con le maggiori possibilità statistiche di poterlo firmare - ci sono due scelte in un certo senso logiche nell’ottica di accumulare il maggior numero possibile di titoli ma che appaiono al momento quantomento improbabili, per motivi diversi e altrettanto lapalissiani: sono quelle rappresentate dai Boston Celtics e dai Golden State Warriors. Se state leggendo questo articolo il perché lo sapete da voi.

Rimangono 27 squadre.

Ce ne sono tre che appaiono un po’ più intriganti, sensate, verosimili come prossime destinazioni per il più forte giocatore del Mondo.

Stiamo parlando:

dei già citati Los Angeles Lakers - perché è LA e ci sono giovani interessanti, spazio salariale (anche quello per firmare un’altra superstar), Magic Johnson a tirare le redini della franchigia, il giallo-viola e il suo fascino inenarrabile.

dei San Antonio Spurs - per Popovich e la possibilità di essere allenato dal più grande di sempre, in un sistema che è il sogno di ogni giocatore NBA, per Kawhi Leonard…e di nuovo per Popovich!

e dei quasi-più-intriganti-di-tutti Houston Rockets - perché hanno due fenomeni assoluti di cui uno, CP3, è da sempre grande amico di LeBron; per la possibilità concreta di lanciare una sfida forse mai vista ai Warriors, giocando all’interno di un sistema che con l’aggiunta di James potrebbe esplodere uber-definitivamente e regalare agli appassionati momenti o stagioni di pallacanestro indimenticabili… e poi per il sistema fiscale del Texas che di sicuro danni non ne fa. Se i Rockets dovessero fallire l’assalto alla vetta della Western Conference in questa stagione, e magari soccombere ai Warriors in una serie Playoffs, LeBron potrebbe apparire come il chiaro tassello mancante per completare il capolavoro.

E poi, oltre a queste tre papabili destinazioni, ce n’è una che appare semplicemente perfetta.

I PHILADELPHIA 76ERS

LeBron a Philadelphia è una possibilità concreta.

I Sixers hanno attraversato stagioni dolorose e utilizzato un metodo che possiamo eufemisticamente definire poco gradito alla Lega, che ha sostanzialmente silurato il genio che lo aveva creato, Sam Hinkie.

Ma negli ultimi anni hanno accumulato dosi di talento superiori rispetto a qualsiasi altra franchigia NBA: Embiid e Simmons saranno inevitabilmente (tocca sempre dirlo: infortuni permettendo) parte del futuro luminoso dell’NBA; se Markelle Fultz riuscirà a confermare ciò che l’ha portato ad essere a furor di popolo la prima scelta del Draft 2017 (uno dei più ricchi di talento di sempre, a giudicare dai primi mesi di questa stagione), Dio ci salvi. Richaun Holmes, Dario Saric, Robert Covington (rinnovato durante la stagione a cifre ultra competitive nell’attuale panorama salariale NBA) sono giovani dal futuro assicurato.

Parliamo di una squadra che già quest’anno (e senza Fultz) ha sostanzialmente prenotato un posto ai Playoffs. Al di là degli inevitabili aggiustamenti che sarebbero necessari, quella che LeBron troverebbe a Phila è una situazione tecnica perfetta. Potrebbe avere al suo fianco il centro più dominante della Lega, sui due lati del campo; un giovane se stesso, l’australiano, che ha come agente il già nominato Rich Paul - che evidentemente qualche indicazione su come sia dal di dentro la franchigia della Pennsylvania la può anche girare al Re; giovani a cui fare da chioccia, oltre a tiratori e giocatori atletici e bidimensionali; una guardia che veniva annunciata fino a settembre con certezza “franchise-changing”; e la trafila di scudieri che ogni anno si accontentano del minimo salariale pur di giocare nella stessa squadra di LBJ.

Rispetto alle sopracitate alternative, l’opzione Sixers garantirebbe a James di rimanere nel giardino di casa, la Eastern Conference; dove, nonostante Celtics e Bucks, la competizione sarebbe comunque inferiore se paragonata a ciò che incontrerebbe migrando a Ovest.

Soprattutto la “finestra” che si aprirebbe per LeBron non sarebbe limitata a pochi anni, come potrebbe essere raggiungendo Harden e Paul (lui pure futuro trentatreenne). A Phila ci sono gli elementi per cui potrebbe potenzialmente estendersi fino alla soglia dei suoi 40 anni di età.

La sfida agli Warriors sarebbe lanciata da subito.

Da un lato LeBron di anno in anno sposta i limiti del pensabile per un atleta della sua età: non si può immaginare un ridimensionamento del suo ruolo in qualsiasi squadra nel futuro prossimo; dall’altro a Phila James avrebbe anche la possibilità di “invecchiare” continuando a vincere e aiutando nello sviluppo alcuni dei migliori talenti dell’NBA del domani. Passando in estate ai Sixers e chiudendo lì la carriera, LeBron avrebbe potenzialmente una chance di mettere nel mirino i sei titoli vinti da Jordan. E per un uomo che, per sua stessa ammissione, di Jordan insegue il fantasma, questa potrebbe essere una prospettiva molto allettante.

Dalla Città dell’Amore Fraterno sono passate icone assolute come Wilt e Doctor J, ma da troppi anni non si vince. Non c’è riuscito nemmeno quel fenomeno assoluto di Allen I. Due di questi tre sono tra i miti del giovane LeBron e l’altro è il più grande realizzatore della storia della Lega...

Brett Brown ha dimostrato di saperci fare eccome. LeBron prima di giocare contro i Sixers quest’anno ha elogiato il coach e il front office “per aver creduto nel suo lavoro e avergli concesso il tempo necessario”. Intanto JJ Redick, interrogato sulle somiglianze tra James e Simmons, rispondeva che LeBron è il più grande di sempre e fare paragoni è complicato.

La società pare solida. Embiid avrà anche scelto The Process come proprio soprannome e non è che la dirigenza e l’NBA - come già detto - in quel Processo ci abbiano voluto credere fino in fondo (ma questa è un’altra storia); ad ogni modo anche dopo la forzata dipartita di Hinkie - che meriterebbe di raccogliere i frutti del lavoro svolto e la riconoscenza eterna di tifosi e città - i Sixers si sono mossi discretamente bene.

Lo spazio salariale per firmare LeBron già c’è. E come detto - e a differenza di quanto vale per Spurs e Rockets, che dovrebbero fare i salti mortali per poter offrire a James un max contract - questo non si può dire per molte franchigie.

Aiutano i contratti annuali allungati in estate a JJ Redick e Amir Johnson, troppo ricchi per essere rifiutati ma, guarda caso, così brevi da lasciare immutata la flessibilità potenziale per l’estate 2018… Una mossa intelligente, che verrà senz’altro imitata in futuro e che per esempio i Lakers hanno utilizzato a loro volta, firmando per un anno Caldwell-Pope.

Così come aiutano i rinnovi preventivi offerti a Embiid e soprattutto Covington, oltre allo “sbolognamento” entro il tempo massimo di giocatori chiusi nelle rotazioni come Noel e Okafor, che avrebbero un giorno comandato dei soldi che i Sixers non erano in alcun modo intenzionati a offrir loro.

Soprattutto aiuta enormemente avere a libro paga Simmons, Fultz, Saric e Holmes con i contratti che hanno firmato da rookie e che non rispecchiano neanche lontanamente il loro attuale valore tecnico e di mercato.

Parlando di Okafor, è da notare come Trevor Booker, proveniente da Brooklyn e ottenuto da Phila in cambio di Okafor e Stauskas, sia un altro eccellente veterano, utile nell’immediato e buono per forgiare i giovani - ma il cui contratto non prevede vincoli oltre il termine della stagione in corso.

Firmare alcuni veterani al minimo non sarà un problema nel caso in cui in città sbarcasse per davvero LeBron. Magari lo stesso Redick, per esempio, messi in tasca i 23 milioni che ha guadagnato quest’anno potrebbe accordare ai Sixers uno sconto pur di far parte della fase più eccitante del Processo; e alcuni sacrifici saranno forse necessari un domani, quando bisognerà pagare anche Simmons, Saric, Fultz e Holmes che usciranno dai rispettivi rookie contract. Per il momento e per il futuro immediato le spese sono comunque sostenibili senza neanche sforare il salary cap, figurarsi la luxury tax.

Nella stagione attuale Philadelphia ha già messo in difficoltà gli Warriors. Se la storia dovesse prendere la svolta che stiamo immaginando, dalle parti della Bay Area troveranno un ostacolo non da poco sulla strada per l’egemonia totale sulla quale pensano di aver messo un’ipoteca.

THE DECISION

Quando prenderà una decisione sul suo futuro LeBron James saprà valutare le cose in maniera più completa e approfondita di quanto potremo mai fare noi, e prenderà la decisione giusta “per se stesso e per la sua famiglia”, in quel momento e per il futuro.

Forse andarsi a unire agli “up and coming” Philadelphia 76ers sarebbe troppo facile per uno come lui; forse preferirà i Lakers e avrà ragione lui - Julius Randle diventerà l’anti-Draymond Green e Lonzo Ball più forte di Jason Kidd; o forse andrà agli Spurs e con Pop vincerà un solo titolo ma sarà indimenticabile; o magari a Houston e non ci saranno problemi di ego con il Barba, e i Rockets dei "Big3 3.0" sommergeranno di triple gli impotenti Warriors dei derelitti Splash Brothers; o forse firmerà per i Mavs, i Twolves o gli Hawks, chissà: qualcuno avrebbe mai considerato Miami, in fondo?

Probabilmente resterà a Cleveland, dove ha vinto un titolo che comunque sia vale cinque anelli in momenti normali della storia del Gioco.

Farà una scelta e avrà ragione lui, nella Hall of Fame ci entrerà in ogni caso. E nelle chiacchiere dal barbiere, nella provincia americana, su chi sia il più grande di tutti i tempi, qualcuno che farà il suo nome ci sarà sempre.

Se avrà scelto diversamente rispetto ai 76ers, però, probabilmente, in quel salone del barbiere qualcuno si chiederà: “ma pensa se…” E penserà a quanto sarebbe potuto essere bello, a quanto avrebbe potuto vincere, a quanto la sua immortalità sarebbe stata ancor più certificata. "Pensa se LeBron fosse andato a Phila".

Il futuro non lo conosciamo, il presente sono chiacchiere. Ma c’è una possibilità.

“Pensa se LeBron andasse a Phila”…

Perché no?

#lebronjames #philadelphia76ers #freeagency2018 #NBAFinals

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