• Marco Cavalletti

Non sottovalutate i meriti dei Phoenix Suns


FOTO: NBA.com

Questo articolo, scritto da John Voita per The Bright Side of the Sun e tradotto in italiano da Marco Cavalletti per Around the Game, è stato pubblicato in data 5 luglio 2021.



Dubito che mi stancherò mai di dirlo: i Phoenix Suns sono alle NBA Finals. Pronunciare queste parole ad alta voce è un’attività la cui catartica concretizzazione appariva come un'utopia, non più tardi di una manciata di mesi fa, data la qualità della pallacanestro esibita nel recente passato dalla squadra dell’Arizona.


I Suns sono passati dall’essere una squadra del tutto incapace di vincere e competere, all’essere una squadra con un arsenale vincente dalle possibilità quasi illimitate.


Non più tardi di due stagioni fa, i Suns erano completamente alla deriva. Erano una squadra totalmete inadatta a cercare di ottenere vittorie, che infatti erano state solo 19 nell'arco dell'intera Regular Season. Nelle partite decise nel clutch time, avevano fatto registrare un record di 12-21 - proprio così, delle 19 vittorie stagionali racimolate nella stagione 2018/19, 12 sono arrivate punto-a-punto. Mai una facile. Ognuna delle altre 29 squadre della NBA poteva dormire sonni tranquilli, al vedere finalmente la casella del calendario con su scritto “Phoenix”.

Invece, appena due anni dopo, quei ragazzini a cui tutti rubavano i soldi del pranzo sono qui, a giocarsi le NBA Finals col vantaggio del fattore-campo.


Sono qui grazie a buone mosse sul mercato dei free agent, a un eccellente programma di sviluppo dei giocatori, a una trade da prima pagina, e a come James Jones e Monty Williams hanno trasformato una squadra senza una meta in un roster vincente. Ogni singola azione compiuta durante il tragitto – sì, anche scegliere al Draft Jalen Smith piuttosto che Tyrese Haliburton – ha contribuito al successo di cui la franchigia può godere adesso.

Ma cosa separa questa versione dei Phoenix Suns dalle sue incarnazioni passate, al di là delle ovvie aggiunte di talento al roster e allo staff tecnico? Prima di tutto, la cosa che quest’anno ha permesso loro di stare sempre un gradino più in alto rispetto a gran parte della Lega: possono vincere in molti modi diversi.

Tornate con la memoria all’era dei Seven Seconds or Less. Erano divertenti da guardare, erano innovative. Erano delle macchine da punti alimentate a passaggi chirurgici, cascate di triple e schiacciate tonanti. Erano squadre che prendevano Raja Bell e Quentin Richardson e li rendevano delle star. Era così che vincevano. Ma per quanto fosse bello, tutto questo non era del tutto sostenibile in post-season.


Negli anni, nel corso delle loro avventure ai Playoffs, abbiamo scoperto che se si riusciva a portarle fuori dal run-and-gun, quelle squadre all’improvviso diventavano battibili. Abbiamo scoperto che l’amore di Mike D’Antoni per le rotazioni a 8 uomini si traduceva in giocatori stanchi ogni post-season. Abbiamo scoperto che quelle incarnazioni dei Suns erano troppo unidimensionali per il loro stesso bene.


Ecco un paio di numeri interessanti: durante l’era dei Seven Seconds or Less (2004-2011), i Suns, su 372 vittorie totali in Regular Season, ne hanno ottenute solo 12 segnando meno di 100 punti, per un record di 12-39 (23.5%). E solo una è arrivata segnando meno di 90 punti, per un record di 1-14 (7%). L’81.5% delle volte la squadra ha segnato più di 100 punti, un dato che nei Playoffs scendeva al 73.1%. Nelle partite sotto la soglia dei 100 punti segnati nei Playoffs hanno ottenuto 3 vittorie e 15 sconfitte.

Ora, fast forward ai Phoenix Suns del 2021.


L’intera Lega si è in qualche modo avvicinata allo stile dei Seven Seconds or Less, mostrandoci la pallacanestro con più punti (e meno difesa, almeno in Regular Season) che abbiamo mai visto. Nel corso della RS 2020/21, i Suns hanno segnato meno di 100 punti soltanto in 3 occasioni (il 4.2% delle volte). E anche stavolta hanno scollinato quota 100 più di rado di fronte alle difese più intense dei Playoffs. Il fatto interessante è che la squadra nelle quattro partite sotto i 100 punti di questi Playoffs ha ottenuto 2 vittorie e 2 sconfitte.

Questi Suns sono in grado di portare a casa le partite in modi diversi, e lo hanno dimostrato nelle sere in cui hanno incontrato delle difficoltà offensivamente. Basti pensare alla serie appena vinta contro i Clippers.


Suns in Six, ma ciascuna di quelle quattro vittorie ha avuto una personalità distinta. In ogni partita, Phoenix ha trovato la chiave vincente in maniera diversa. E questo è sicuramente un merito di Monty Williams, e un argomento a favore di James Jones per la costruzione di questo roster.

Gara 1 è stata la partita dello star power, con un clamoroso testa a testa di talento puro fra Paul George e Devin Booker. Colpo dopo colpo, canestro dopo canestro, a tornare a casa con la W è stato D-Book, che ha chiuso - dopo un secondo tempo da 24 minuti giocati e 29 punti segnati - con una tripla doppia da 40 punti, alla sua prima apparizione alle Conference Finals.

In Gara 2, la “Valley Oop game”, i Suns hanno pescato la giocata decisiva - e una rimessa perfetta di coach Monty Williams - con pochi decimi sul cronometro. Momento che è già nella storia dei Phoenix Suns.



Dopo la sconfitta in Gara 3, Gara 4 è stata la solita partita di Playoffs che Phoenix storicamente tendeva a perdere. Partita giocata nel fango che arriva alla sirena finale con giocatori stremati, difese molte intense e tanti errori in attaco. Il punteggio (84-80) è il totale di punti più basso dell’intera stagione; ciò nonostante, e nonostante l'1/5 dal campo con cui hanno chiuso, i Suns hanno portato a casa quella pivotal game.

Gara 6 è stata il punto esclamativo della serie, con la leggendaria firma di Chris Paul. La sua storica prestazione da 41 punti ha definitivamente affossato le speranze dei Clippers, e ha condotto i Phoenix Suns alle NBA Finals. La storia si è compiuta.

Nelle Western Conference Finals, i Suns hanno messo in mostra tutta la loro versatilità. Hanno vinto in attacco e hanno vinto in difesa; hanno vinto con quintetti grossi e hanno vinto con quintetti piccoli. Secondo la situazione, si sono adattati e hanno vinto.


Chris Paul, Devin Booker e clutch time


L’arrivo di CP3, tra le altre cose, ha garantito ai Suns il talento e l’esperienza necessari a dominare nel clutch time, rendendo la squadra molto meglio che in passato negli ultimi minuti di partita. In situazioni del genere, in stagione regolare Phoenix ha fatto registrare un record di 25-12 (secondo migliore nella Lega). In questi Playoffs, 4-1.


Chris Paul, come suo solito, è stato fondamentale nei momenti in cui la palla pesava di più. La sua maturità e la sua esperienza hanno dato a Phoenix quello che in passato era sempre mancato.

In generale, neanche a dirlo, Point God ha dato una nuova dimensione all'attacco dei Suns. Quando Booker era la prima – e spesso unica – opzione offensiva, le difese avversarie potevano concentrare il loro game-plan contro di lui. Con Chris Paul, invece, date le sue abilità da passatore, le sue letture, le sue doti di creazione per sé e per i compagni, e ovviamente la sua capacità di giocare pick&roll, le scelte per le difese avversarie diventano più difficili.

L’acquisizione dell’ex Houston Rockets da parte di James Jones è diventata ormai una delle storie preferite dai media di questa stagione, a ragion veduta. L’impatto di Paul è stato evidente su tutto il roster - ne avevamo parlato QUI in modo approfondito.

Anche i tiri liberi contano

Non saranno sexy, ma sono incredibilmente importanti. Segnare i tiri liberi, specialmente quando la palla pesa di più, è fondamentale per avere successo in post-season. In tutte le serie ci sono delle partite in cui dei liberi possono essere decisivi.

Quest’anno, la percentuale più alta in tutta la stagione l'hanno avuta le due finaliste della Western Conference: Suns (83.4%) e Clippers (83.9%). E proprio i tiri liberi hanno svolto un ruolo fondamentale nella serie.

Nelle sei partite disputate dalle due squadre, Los Angeles ha tirato 52 tiri liberi in più di Phoenix, 144 a 92. Phoenix ne ha segnati l'85.9%, i Clippers il 77.8% - e nessuno di quegli errori ha pesato più dei due di Paul George sul finire di Gara 2, prima del "Valley Oop".

A parte gli episodi, mandare i Suns in lunetta è come sanguinare davanti a uno squalo. Questi i dati della Regular Season: Chris Paul 93.4%, Cam Payne 89.3%, Devin Booker 86.7%, Dario Saric 84.8%, Cam Johnson 84.7%, Torrey Craig 80.0%, DeAndre Ayton 76.9%, Jae Crowder 76.0%.


In una serie fisica ed equilibrata come quella contro i Bucks, potrebbe avere un'incidenza.

Certo, la difesa

Ad alcuni sembra ancora strano pronunciare la parola “difesa” in relazione alla pallacanestro di Phoenix. D'altronde, è passato molto tempo dall’ultimo avvistamento di una solida difesa, in quel deserto - e parliamo pur sempre della stessa città dei Seven Seconds or Less.

Ma quando hai un’ancora difensiva come DeAndre Ayton, circondata da difensori affidabili e versatili come Mikal Bridges e Jae Crowder, puoi essere una delle migliori difese dell'NBA. E quest'anno i Suns lo sono stati.



La pallacanestro dei Playoffs è sempre un animale del tutto diverso. Una cosa è atterrare, per fare un esempio, a New Orleans per una notte, attenersi al piano partita e dopo risalire in aereo diretti verso la prossima città. Un’altra cosa è giocare un’intera serie contro la stessa squadra, contro degli avversari che si adattano ai tuoi punti di forza e fanno di tutto per mettere in evidenza i tuoi punti deboli.

E' soprattutto grazie agli aggiustamenti del coaching staff e alle prestazioni difensive dei sopra citati, che Phoenix ha concesso la percentuale dal campo più bassa di tutti i Playoffs, costringendo gli avversari a un pessimo 43%, e facendo registrare un Defensive Rating di 106.7, secondo solo a quello dei Milwaukee Bucks.

Il contributo apportato da DeAndre Ayton nella metà campo difensiva non è solo sorprendente. È semplicemente incredibile. Non è passato così tanto tempo da quando l'impressione era che il suo impegno fosse davvero ondivago, così come la sua concentrazione. In difesa e non solo.


In questa post-season, il bahamense sta tenendo gli avversari al 37.5% dal campo, in assoluto il dato migliore fra tutti i giocatori con almeno 125 tiri difesi. DA è un eccellente protettore del ferro, e grazie alla sua mobilità laterale è anche in grado di cambiare sulle guardie sul perimetro quando necessario.



Aggiungete al mix, come detto, la lunghezza, la mobilità e la versatilità di Mikal Bridges, la fisicità e la versatilità di Jae Crowder; ma anche la fisicità e la versatilità di Torrey Craig, la rapidità e la (avete indovinato) versatilità di Cameron Johnson, ed ecco a voi la miglior difesa della Conference.

Anche nelle sere in cui l’attacco ha avuto basse percentuali, anche in assenza di Chris Paul, grazie alla difesa i ragazzi di Monty Williams sono rimasti sempre in piedi.


Profondità (e infortuni)

Certo, in molti diranno che “le altre squadre erano piene di infortuni”. Non si può dire il contrario, pensando alle situazioni di Lakers, Nuggets e Clippers in questa post-season.


Io, però, penso sia giusto aggiungere al discorso - senza che sia un confronto - anche la frattura al naso di Booker, lo stop per Covid di Paul, il suo infortunio alla spalla nel primo round e il dolore alla mano sopra cui lo stesso CP3 ha raccontato di star giocando in questi Playoffs.

Il modo in cui James Jones ha costruito questo roster ha permesso alla squadra di “assorbire” gli infortuni con una duttilità di cui tante altre squadre non sarebbero state capaci. L’acquisizione di Cam Payne pre-bubble, la firma di Dario Saric e Jae Crowder nella passata offseason, la trade per Chris Paul e l’aggiunta in corsa di Torrey Craig sono state mosse fondamentali per la stagione dei Suns.


I Suns si sono ritrovati privi di Paul nelle prime due gare delle Western Conference Finals. Monty Williams ha potuto contare su un Cam Payne da 29 punti (career-high) in Gara 2, e questo può essere l'impatto di una roster construction di qualità.




Ora, i Suns sono a quattro vittorie dal loro primo titolo NBA, e non per caso. Hanno dimostrato di meritarselo per tutta la stagione.

Quest'anno, appena iniziati i Playoffs, è come se in molti si fossero dimenticati del record di 51-21 in stagione regolare, il secondo migliore della Lega: no, non è un caso che i Suns si trovino esattamente dove sono oggi.


Non si trovano lì, alle NBA Finals, perché qualcuno ha regalato loro qualcosa. Si trovano lì perché si sono guadagnati ognuna delle vittorie di questa stagione.