• Emilio Trombini

Quando i centri dominavano l'NBA...


FOTO: NBA.com

Questo articolo, scritto da Bob Bajek per The Basketball Writers e tradotto in italiano da Emilio Trombini per Around the Game, è stato pubblicato in data 21 aprile 2020.


La rapida evoluzione negli ultimi anni della NBA in un basket senza posizioni ha cambiato per sempre la pallacanestro.


Questo cambiamento offre più spazio libero e la possibilità di un gioco che metta in mostra l’atletismo surreale dei giocatori in campo attraverso i movimenti senza palla - con un’idea difensiva basata sui cambi e sull’allargare la difesa orizzontalmente, e un attacco basato su tiri dalla lunga distanza.


A causa di questi cambiamenti che hanno favorito le guardie e le ali più alte, i tifosi e i media potrebbero dimenticare ciò che aveva reso il gioco così divertente tempo fa. Per quanto mi riguarda, io e tanti altri ci siamo affezionati alla NBA quando i centri dominavano ancora la Lega. Con la forza.


Certo, c’erano anche tanti piccoli niente male. Dan O’Brien ha fatto un pubblico ringraziamento alle guardie che hanno cambiato il gioco durante gli anni ’90. Ma per un lungo periodo sono stati i centri a dominare entrambi i lati del campo. Esattamente come avevano fatto i centri migliori prima di loro, nei precedenti 40 anni.


L’importanza dei centri non verrà mai dimenticata, anche se il loro ruolo potrebbe essere "in pericolo" ora che il fulcro del gioco si sta spostando via dal pitturato.


Qui ci sono i 5 centri che adoravo guardare da ragazzo. E più ho pensato a quanto dominavano ai tempi, più ho cominciato ad apprezzare quelle loro caratteristiche che si adatterebbero perfettamente al gioco di oggi...



The Shaq Attack


Shaquille O’Neal sicuramente dominava in campo. Era il mio giocatore preferito, al di fuori della dinastia dei Chicago Bulls.


Shaq Daddy le aveva tutte; stazza, velocità, talento e la giusta spavalderia. Con 216 cm e con un peso di 147 chili (quando in forma), Shaq bullizzava letteralmente ogni avversario. Nessun difensore era al sicuro.


E nemmeno i ferri lo erano...



The Diesel, il più grande prospetto dai tempi di Patrick Ewing, ingiustamente non venne convocato come membro del leggendario Dream Team del 1992. Gli allenatori scelsero invece il giocatore del College Christian Laettner perché “si adattava meglio alla squadra”. (Parlando seriamente, Laettner era probabilmente il giocatore del College più riuscito e sicuramente sembrava sarebbe diventato un buon professionista. Ma ancora non riesco a capacitarmi di come si potesse ritenere meglio di Shaq).


Dopo essere stato ignorato per il Dream Team, Shaq entrò nella Lega - ancora parzialmente ignara del suo enorme valore - venendo chiamato dagli Orlando Magic con la prima scelta. Li aiutò a vincere 20 partite in più dell’anno prima, con una media 23.4 PPG, 13.9 RPG, 3.5 BPG e vincendo il premio di Rookie dell'Anno.


Shaq, che sarà conosciuto più avanti (tra i tanti soprannomi) come Big Aristoteles, contribuì a formare un formidabile duo con la guardia Anfernee “Penny” Hardaway, guidando i Magic alla loro terza apparizione Playoffs consecutiva. Penny aiutò Shaq a realizzare il suo potenziale, costruendo con lui un ottimo pick&roll e un'incredibile intesa in campo.



Il numero 32 ha dato, a Jordan e ai suoi Bulls, del filo da torcere durante i Playoffs del 1995 - prima che Jordan, l’anno successivo, giocasse come un alieno.



La disfatta di Orlando nelle Finals della Eastern Conference del ’96 portò Shaq a firmare un accordo a nove cifre con i Los Angeles Lakers. Unitosi con un altro grande, Kobe Bryant, Shaq guidò i Lakers verso un threepeat che riempì il vuoto lasciato dal secondo ritiro di Jordan.


I video di Shaq ai Lakers dimostrano che poteva fare ogni cosa: guidare un contropiede, ricevere lob, prendere rimbalzi e stoppare, manovrare attorno agli altri centri in post, esplodere verso il ferro dalla punta del pitturato e perfino distribuire passaggi geniali.


Era così potente che il mixtape qui sotto non gli rende giustizia del tutto:



Larry Bird non aveva paura di nessuno, ma uno Shaq nel suo prime fece passare un bell’incubo al Coach degli Indiana Pacers nelle NBA Finals del 2000. In Gara 1, si mangiò i Pacers di Bird a colazione, pranzo e cena con una performance mostruosa da 43 punti, 21/31 al tiro, 19 rimbalzi, 4 assist e 3 stoppate, annientando Indiana 104-87.


In Gara 2, quindi, i Pacers hanno iniziato a fare fallo costantemente su di lui, attivando la strategia hack-a-Shaq, per provare a fermarlo grazie al suo pessimo tiro libero. Shaq tirò un record di 39 tiri liberi, segnandone 18. Neanche questo bastò per fermare il 34, che finì la serata con 40 punti (11/18 al tiro), 24 rimbalzi, 4 assist e 3 stoppate.



Shaq dominava la Lega. Era semplicemente il miglior giocatore della NBA durante i suoi anni ai Lakers.


Aver giocato con Kobe, i vari infortuni e la scarsa forma fisica gli hanno impedito di vincere più volte l’MVP, nonostante le sue cifre dal 1996 al 2004 sono: 28.9 Player Efficency Rating, 97.0 Win Shares e 44.2 Value Over Replacement Player (Kobe ha invece fatto registrare 22.3 di Player Efficency Rating, 73.6 Win Shares e 31.0 di Value Over Replacemente Player nello stesso periodo).


Shaq non giocò sempre bene con Kobe (e viceversa), per cui i Lakers nel 2004 lo cedettero, a mio parere sbagliando, ai Miami Heat in cambio di Caron Butler, Lamar Odom, Brian Grant e una scelta al primo giro al Draft (che sarà Jordan Farmar nel 2006).


Così andarono sprecati gli anni in cui Bryant era devastante, mentre the Diesel cominciava a trovare feeling con l’emergente Dwyane Wade. Wade e Shaq vinsero le Finals del 2006, dopo essere partiti sotto 2 a 0 contro i favoriti Dallas Mavericks con un Dirk Nowitzki degli anni d’oro.


Shaq dovrebbe aver vinto il premio MVP del 2004/05. Aveva statistiche migliori di quelle del vincitore Steve Nash (27.0 contro 22.0 di PER, 11.0 contro 10.9 di WS e 4.6 contro 4.4. di VORP).


Negli ultimi 5 anni di carriera, O'Neal ha un po’ rallentato e ha cominciato a passare da una squadra all’altra. Il suo apice rimane uno dei più devastanti per qualunque giocatore nella storia NBA, ed è stato dominante come nessun altro centro.



Mr. Mutombo


Un altro centro mostruoso che ha rubato il cuore di chi scrive è Dikembe Mutombo.


Dikembe possedeva una fisicità nel pitturato ineguagliabile e stoppava i tiri degli avversari spedendoli sugli spalti. Io e milioni di altri abbiamo emulato il suo gesto del ‘no’ col dito nelle partite al campetto, e persino giocando ai videogiochi.


Mutombo è entrato abbastanza tardi nella Lega, già 25enne. Aveva giocato a calcio prima, e fatto arti marziali da bambino. Non ha giocato a basket fino al suo ultimo anno di High School - pensava fosse noioso. Dopodiché, si fece un nome all’Università di Georgetown con il suo compare Alonzo Mourning, formando una coppia di difesa eccellente e un duo di stoppatori micidiale.


Il giocatore congolese di 218 cm (7’2”) per 111 kg (245 pounds) viene ricordato come uno dei migliori difensori di tutti i tempi. Poteva marcare l’uno contro uno, coprire il lato debole, portare eccellenti aiuti, fare dei blitz e poi recuperare, difendendo multiple posizioni.


Mutombo ha vinto ben 4 volte il premio di Defensive Player of the Year (1995, 1997, 1998 e 2001) e ha fatto parte del miglior quintetto difensivo 6 volte. Nel 1994 ha guidato i suoi Denver Nuggets (ottavi in stagione regolare) contro Shawn Kemp e i Seattle SuperSonics (primi) a uno dei più grandi upset della storia NBA, mettendo a referto 31 stoppate in 5 partite.



La protezione del ferro era fondamentale negli anni ‘90 e 2000. Dikembe dominava sotto i tabelloni e chiunque in NBA era consapevole dei rischio di sfidarlo.


La sua tremenda abilità di stoppatore (così come le sue gomitate) gli ha permesso di registrare in 8 stagioni più di 3 stoppate a partita. Deke regalava ogni sera al pubblico un block party... ha concluso con 3.289 stoppate in carriera!


Mutombo non aveva paura di nessuno. Ha perfino preso in giro Michael Jordan durante l’All-Star Game del 1997, dicendogli che non era mai riuscito a schiacciare in testa a Mr. Mutombo.


Certo, fu una soddisfazione fare il gesto del dito a Jordan. Ma come sappiamo, MJ gliela fece pagare.



Mutombo ha dominato per tutti gli anni ‘90 coi suoi Atlanta Hawks. Il suo movimento di piedi, forse ereditato dal calcio, gli permetteva di aggirare i difensori in post basso e garantire un po' contributo anche nella metà campo offensiva.


Più tardi, quando ai Sixers serviva dare una mano ad Allen Iverson, non ci pensarono due volte a fiondarsi sul 35enne Dikembe Mutombo. Aveva ancora da dare, e lo dimostrò con le 3.4 stoppate a partita nel secondo turno di Playoffs contro i Raptors di Vince Carter.



Dopo essersi ritirato, la presenza di Dikembe ha continuato a farsi sentire attraverso Basketball Without Borders ed altre organizzazioni assistenziali.



Salutiamo l'Ammiraglio


Molti tifosi e media danno giustamente merito a Tim Duncan per tutto quello che ha fatto, ma in troppi ridimensionano l'importanza del primo grande big man dei San Antonio Spurs, David Robinson.


Prima di Duncan, Robinson rappresentava la pallacanestro degli Spurs. Ha tenuto in piedi la franchigia per anni, dopo che questa vide l’addio del leggendario George “Iceman” Gervin (1973-85); poi, ha lasciato le redini a Duncan (1997-2016) in quello che è stato un vero e proprio passaggio del testimone.


L’Ammiraglio è stato nella marina militare per due anni prima di sbarcare in NBA, nonostante fosse stato scelto al Draft. E aveva colpito tutti dal primo momento per la sua potenza, per il suo taglio di capelli da militare e per il suo atteggiamento in campo.


Il centro di 216 cm (7’1”) e 207 kg (236 pounds) ha vinto il premio Defensive Player of the Year nella stagione 1991/92 ed è stato primo per tre anni nella Lega per Defensive Win Shares. Ha raccolto in carriera 2.954 stoppate e più di 300 in una stagione per tre volte.


Una schiacciata dietro l’altra, nessuno voleva trovarsi sulla strada di Robinson quando tagliava verso il ferro.



La sua forma fisica gli permetteva di correre in transizione e posterizzare gli sventurati difensori, prima che Blake Griffin diventasse famoso per questo. Il suo gioco dal post medio, fatto di finte di tiro, jumper e ganci allargava il gioco dell’epoca. Robinson era in grado di mettere giù la palla come una guardia, quando serviva, lasciandosi dietro i lunghi avversari.


Queste sue abilità lo aiutarono a entrare nella storia, nel 1994, quando segnò 71 punti in una partita. Nemmeno MJ aveva fatto vedere una cosa del genere negli anni '90.



Il video di highlights qui sopra mostra appieno il predominio dell’Ammiraglio in entrambi i lati del campo.


Le statistiche avanzate indicano che D-Rob avrebbe dovuto vincere il premio di MVP della stagione 1993/94 al posto del suo rivale Hakeem “The Dream” Olajuwon (30.7 contro 25.3 PER, 20.0 contro 14.3 WS, 11.4 contro 7.3 di VORP).


Ma una delle cose più importanti nella carriera di David Robinson è stata quella di fare da mentore a Tim Duncan, passandogli le redini della franchigia. La coppia di lunghi andò a formare il famoso duo “Twin Towers”, che portò i primi due titoli a San Antonio (1999 e 2003) e che diede l’inizio al periodo d’oro della franchigia.



I centri sono ancora importanti


Sono fan, come tanti altri, della pallacanestro moderna senza ruoli e fatta di spaziature e gioco rapido. E penso che questo stile di gioco renda il basket più "democratico", perché le squadre possono davvero valorizzare talenti anche sotto l'1.95 - giocatori come Stephen Curry e Damian Lillard.


Ma devo essere onesto: una parte di me ancora rimpiange un po’ i “good old days”, quando centri come Shaq, Dikembe e D-Rob dominavano la Lega assieme ad altri lunghi del calibro di Olajuwon, Mourning e Ewing. Niente mi faceva impazzire di più delle loro schiacciate e delle loro stoppate.


I centri puri, del resto, hanno costruito la NBA per come la conosciamo. George Mikan ha creato nuove opzioni offensive. Bill Russell ha cambiato per sempre la difesa. Wilt Chamberlain e Kareem Abdul-Jabbar hanno mostrato un atletismo e un'abilità su entrambi i lati del campo che non si erano mai viste prima. Moses Malone e Willis Reed ci hanno insegnato la durezza.


I giornalisti, in passato, erano soliti preferire i centri, avendoli votati per ben 24 MVP su 45. Non più. L’ultimo centro puro che ha ricevuto questo riconoscimento è stato Shaq, nel 2000. Più di vent'anni fa.


È sicuramente vero che i centri sembrano ora essere più ai margini del gioco, e che tante contender (alcune delle quali vincenti) negli ultimi anni hanno scelto di giocare senza dei veri 5 in campo. Ad ogni modo, ci sono giocatori in NBA come Joel Embiid, Karl-Anthony Towns e Nikola Jokic che anche nel basket moderno - in un modo senz'altro moderno - portano avanti egregiamente la lunga tradizione.