• Andrea Lamperti

Quanto è buia la notte dei Rockets


FOTO: Space City Scoop (FanSided)

In NBA si parla spesso - troppo - di “rebuild”, quando le cose non funzionano. Sottovalutando quanto sia costoso, sotto ogni punto di vista, smantellare il roster di una squadra da Playoffs; e soprattutto dimenticandosi quanto sia difficile, arrivati a un certo livello, riuscire a migliorare lo status quo, anche sul lungo termine.

Quel “certo livello” e quello “status quo”, per gli Houston Rockets, sono il penultimo gradino della scalata che porta al Larry O’Brien. Ovvero, dove la ormai ex squadra di Mike D’Antoni si è fermata nel 2018, sul 3-2 nelle Finali di Conference contro i Warriors: a un passo dalle NBA Finals, ma con la paura - poi diventata realtà - che l’infortunio di Chris Paul in Gara 5 avrebbe compromesso le loro chance di arrivarci.

I Rockets ci sono andati vicino, ma non ce l’hanno fatta. È mancato "solo" quell’ultimo gradino. Il più difficile.

Dopo quell’ infortunio di CP3, in Gara 7 è arrivata quella prestazione al tiro: i rimpianti sono tanti, a Houston. Ma ormai appartengono al passato, soprattutto dopo due anni in cui la squadra ci è andata sempre meno vicino.


Ora, la notte dei texani sembra appena iniziata, e la luce in fondo al tunnel molto più lontana di quanto possa sembrare quando si parla di “resettare”.

“Ricostruire dalle fondamenta” ovviamente è già un’espressione sulla bocca di tutti. E non potrebbe essere altrimenti: gli ultimi mesi e in particolare la bubble di Orlando sono stati un drammatico spartiacque nel progetto-Rockets.

Prima della trade deadline, lo scambio che ha coinvolto Clint Capela e Robert Covington, e radicalizzato la filosofia di gioco della squadra fino a un punto di non-ritorno; poi, il fallimento di Disney World, dove Houston è apparsa distante anni luce dai futuri campioni NBA, i Lakers, che in cinque gare hanno “smontato” la Morey/micro-ball; infine, dopo il definitivo tracollo, la separazione - per ragioni diverse, non necessariamente legate ai risultati - da coach Mike D’Antoni e dal GM Daryl Morey.

(Solo i Rockets possono iniziare un anno con una trade gigantesca, Paul-Westbrook, e con un altrettanto gigantesco scandalo diplomatico, Morey-Cina, e poi finire l'anno... in modo ancora più turbolento.)


FOTO: NBA.com

Adesso, comunque, "abbiamo un problema, Houston". Anzi, ben più di uno. E provando a riassumerli schematicamente, ne emerge un quadro davvero indesiderabile per un front office NBA:

  • Head coach ancora da scegliere

  • Salary Cap intasato a lungo termine

  • Assenza di un centro a roster

  • Carenza di scelte al Draft

  • Scarso appeal sul mercato dei propri contratti più pesanti

  • Mancanza di giovani talentuosi

E questo senza neanche addentrarsi nella principale criticità dimostrata sul parquet: la complicata coesistenza, umana e tecnica, di due giocatori come James Harden e Russell Westbrook.

Per certi versi, la situazione dei Rockets potrebbe essere comparabile a quella dei Sixers, uscendo dall’esperienza nella bubble. Philadelphia - che ha costruito il proprio roster in modo diverso - andrà avanti con Ben Simmons, Joel Embiid e Tobias Harris, consegnando le chiavi della squadra a coach Doc Rivers. Dopo anni di scelte affrettate e rendimento ben al di sotto delle aspettative, in questa offseason non si “darà una scossa al roster”, né “si ricostruirà dalle fondamenta”, nella città dell’amore fraterno. Anche in virtù del discorso fatto in precedenza sulle difficoltà che una franchigia NBA deve mettere in conto di affrontare lungo questo percorso: chi ha ereditato il proprio presente da Sam Hinkie, lo sa.

I Sixers, in ogni caso, hanno avuto la possibilità di SCEGLIERE che strada intraprendere, pur avendo anch'essi uno dei libri paga più bloccati della Lega. E sembrano che abbiano deciso di non cedere uno dei propri pilastri, né di premere il tasto “reset”, ma di provare a cambiare direzione con un nuovo allenatore e probabilmente senza sacrificare future scelte al primo round per liberarsi di Horford.

Reset” vorrebbe dire esplorare il mercato sia per Simmons che per Embiid (e gettare la spugna sulle loro chance di convivenza) - due giocatori di 24 e 26 anni che, malgrado i limiti dimostrati fin qui nella Lega, attirerebbero l’interesse di molti front office NBA.

Per i Rockets, invece, il margine di scelta è molto più limitato.

Ancora non sappiamo chi sarà presente alla scrivania, insieme al nuovo GM (promosso dall’interno) Rafael Stone, quando Houston dovrà prendere delle decisioni, considerando che quella dell’head coach è ancora una casella da riempire nell’organizzazione di Tilman Fertitta. Quello che già sappiamo, però, è che ci sarà da gestire una situazione tecnica e manageriale apparentemente senza via d’uscita.


FOTO: NBA.com

Le due stelle, nonché i due giocatori più pagati della squadra, Westbrook e Harden, hanno contratti molto ingombranti (nel 2020/21 dovrebbero percepire circa 41 milioni di dollari a testa - stando a quanto sappiamo oggi sul Collective Bargaining Agreement), vanno per i 32 anni, non sono vicini alla free agency (2023) e non sono assolutamente nel momento di massimo “appeal” della loro carriera. Muovere il contratto dell'ex Thunder, in particolare, rischia di essere un bagno di sangue.

No, niente “resest”. Come provare, dunque, a far funzionare le cose intorno a Russ e al Barba? La risposta potrebbe essere difficile da trovare anche per una franchigia con flessibilità salariale e degli asset da scambiare. Figurarsi a Houston.

Ovviamente, questa volta la prima priorità sarà - o dovrebbe essere, almeno - la ricerca di un centro, figura completamente assente nel roster del dopo-Capela. Difficile intuire oggi chi potrebbe essere cercato, considerando che non abbiamo ancora idea di chi siederà sulla panchina; probabilmente i requisiti saranno due: arginare i mismatch sotto i tabelloni, che in post-season si sono dimostrati ingestibili, e allo stesso tempo garantire spacing offensivo - altrimenti, i rebus della coesistenza delle due superstar tornano di difficile soluzione.

Le dimensioni torneranno a contare. Necessariamente. Ma non solo. E neanche a dirlo, quella che cercherà Houston è merce molto richiesta - e rara - nella Lega. Da dove potrebbero arrivare, quei kili e quei centimetri?

Non dal Draft. L’eredità delle logiche “win-now” di Morey è composta da ben poche scelte future. Quelle del 2020 andranno a Denver e Sacramento.


Fonte: RealGM

E no, neanche dalla free agency, considerando la totale assenza di spazio salariale, con i 111 milioni di dollari impegnati dai contratti di Harden, Westbrook, Gordon e Covington. Cui si aggiungono gli $8M di Tucker per la prossima stagione: molto meno di quanto dimostrato da PJ sul parquet, come sottolineato dal suo agente - alla ricerca di un’estensione contrattuale, ma alle prese con un front office sempre meno incline a superare la soglia della Luxury Tax.


Fonte: Basketball-Reference

L’unica via percorribile sarà una trade. Ed è qui che emergono, amplificati l’uno dall’altro, tutti i problemi dei Rockets, a partire dalla mancanza di scelte al Draft e di prospetti interessanti. Il giocatore più giovane tra quelli in rotazione, infatti, è stato Danuel House (27 anni), che non ha molti margini di miglioramento e che, tra l’altro, ha concluso la sua esperienza nella bubble in modo poco incoraggiante.

Come Harden e Westbrook, anche Eric Gordon spegnerà presto 32 candeline, con un contratto da $68M garantiti fino al 2023. E PJ Tucker al momento sarebbe free agent nel 2021, a 36 anni.

Insomma, tutti gli indizi portano a Covington, probabilmente l’unico contratto ($25M nei prossimi due anni) desiderabile tra quelli a libro paga dei texani. Cedere RoCo per arrivare a un lungo, quindi? Se siete stati tra i detrattori della scelta di febbraio, ovvero la cessione di Capela, beh, questo è il vostro momento...

Il problema non è solo che cosa i Rockets potrebbero riuscire a ottenere, ma anche e soprattutto il vuoto che dovrebbero fronteggiare, dopo un’eventuale partenza di Covington. L’ex Sixers e Wolves, insieme al compagno di battaglie PJ Tucker, è uno dei migliori 3&D dell’NBA. Con il suo effort difensivo, la sua versatilità nei matchup e la sua efficacia off the ball, ha aiutato D’Antoni a nascondere molti limiti di un roster poco profondo e, a posteriori, decisamente disfunzionale.



Rimpiazzare Covington sarebbe, eventualmente, molto complicato per il successore di D’Antoni. D’altronde, quando la coperta è corta, emerge una debolezza ogni volta che la si tira in una nuova direzione.

Ancora: se siete dei detrattori di Daryl Morey, potreste star pensando che oggi i Rockets si troverebbero in una situazione decisamente migliore, per il proprio presente ma anche per gli anni a venire, se avessero ancora Chris Paul, Clint Capela e le scelte cedute a OKC nel 2019. E forse non avreste torto.

Ma Houston ha seguito fino all’ultimo - e fino all’estremo - il credo di Morey, quello dell’agire (à la Masai Ujiri, ma senza la legittimazione che nel 2019 i Raptors hanno ottenuto); e il credo di D’Antoni, che a Houston ha allenato (e in un certo senso inventato) una pallacanestro diversa rispetto a quella proposta a Phoenix, nel tentativo di rendere vincente la visione Harden-centrica e analytics-centrica della franchigia.

Non ha funzionato. E ora i Rockets sembrano destinati a brancolare nel buio, nel tentativo di normalizzare la diversità che li ha contraddistinti per anni.