• Alberto Dagnino

Questa notte è ancora nostra

Quattro partite, quattro eroi per caso che, anche se soltanto per una sera, sono usciti dall’anonimato con una prestazione indimenticabile. Perché certe notti, chiunque può fare la storia.


SCOTT SKILES, 30 DICEMBRE 1990

Mancano due giorni a capodanno.

Il playmaker degli Orlando Magic Scott Skiles non è certo uno dei giocatori più scintillanti della Lega e quella sera scende in campo per una partita come tante, con un unico pensiero in testa, una sorta di mantra della sua carriera: fare la cosa giusta. “Certe volte questo gioco è molto semplice: devi tirare quando sei libero e passare quando sei marcato”.

Alla Orlando Arena arrivano i Denver Nuggets che, come i padroni di casa, non se la stanno passando un granché bene: record 6/23 per gli uomini di Paul Westhead, 7/23 per la neonata franchigia della Florida.

Denver spinge i ritmi gara a livelli quasi insostenibili, guidando sì la Lega per punti fatti, ma conseguentemente lasciandone oltre 130 (!) a gara agli avversari, terminando la stagione come peggior difesa del campionato (e della storia).

La partita è un back-to-back per entrambe le squadre, con i Nuggets che arrivano da una sconfitta 161-133 in quel di Washington e i Magic sconfitti dagli Charlotte Hornets.

“Capii subito che sarebbe stata una partita ad alto punteggio, con molti più tiri del normale. Per larghi tratti di partita Denver rimetteva la palla e dopo tre, quattro palleggi tirava da tre. Per fortuna non gli è andata dentro con grande regolarità, così abbiamo potuto giocare molto in contropiede”. I primi anni ’90 sono un vero momento d’oro per le point guard nella Lega, con Magic, Isiah, Stockton e Tim Hardaway che guidano le proprie squadre. Skiles non rientra certo in questo novero, ma dopo alcune annate difficili, a Orlando trova spazio e minutaggio, facendo crescere le sue voci statistiche vertiginosamente: chiuderà la stagione 1990-91 con 17 punti e 8 assist a uscita, vincendo il premio di Most Improved Player. Grande QI cestistico, grande intensità difensiva e ottime letture sul pick-and-roll: sono queste le chiavi che gli permettono di approcciare al meglio la gara, che per i Magic si mette subito benissimo, chiudendo all’intervallo con un vantaggio di quasi trenta lunghezze. Alla sirena di metà partita, Skiles ha già fatto registrare 14 assist.

“Il loro stile di gioco era molto pericoloso, se cominciano a uscirti dei tiri e gli avversari sono in serata rischi di prendere un’imbarcata pesante. E quella sera i miei compagni hanno segnato tutto, sia i tiri difficili che quelli più facili”.

Il run and gun può essere un’arma a doppio taglio se non si ha abbastanza talento in squadra: Orlando porta otto uomini in doppia cifra (compreso Skiles con 22) e chiude la gara con una vittoria 155 a 116 e un clamoroso 61/107 totale al tiro.

A metà dell’ultimo quarto lo speaker ha un messaggio per la Orlando Arena: Skiles ha appena eguagliato il record di assist in una singola partita (29), appartenente a Kevin Porter dal 1978. Ma è l’ultima cosa cui Scott stava pensando. “Non è nel mio stile pensare a certe cose, ho scoperto del record solo dall’annuncio. Avevo appena chiesto a coach Guokas il cambio, eravamo in back-to-back ed ero stanco, ma a quel punto mancava un solo assist…” Quella sera il top scorer dei Magic è il gregario Jerry “Ice” Reynolds, 27 punti uscendo dalla panchina. Forse obnubilato dalla sua imprevista prestazione offensiva, Reynolds sembra essere l’unico a non rendersi conto della situazione, continuando a mettere palla per terra, cercando la penetrazione, vanificando così la possibilità di assistenza di Skiles. L’intera panchina, anzi, l’intero palazzo, comincia a urlargli: “Ice, shoot it! Don’t dribble it!”. Reynolds finalmente capisce, ed è proprio lui a mandare a bersaglio il jumper che spedisce Skiles nella storia, a soli 25 secondi dalla fine della partita. 30 assist.

“Negli anni diverse persone mi hanno riconosciuto e fermato per strada, ricordandomi quella partita; immagino sia un evento che rimarrà legato al mio nome per sempre, anche se onestamente non ci penso spesso. Non voglio sembrare modesto, ma è davvero un record di squadra: in fondo, se non ci fossero stati i miei compagni a buttarla dentro, quel record non sarebbe mai esistito. E comunque credo proprio che, prima o poi, qualcuno lo batterà”. Ne sei così sicuro, Scott?


TONY DELK, 2 GENNAIO 2001

Esiste una precisa categoria di giocatori NBA senza un ruolo definito, troppo bassi per giocare da ala ma privi delle doti tecniche per essere una vera point guard. La loro unica possibilità di costruirsi una carriera è quella di fornire una manciata di punti qualora vengano scongelati dalla panchina. Tra questi rientra sicuramente Tony Delk, 185 cm di silenziosa efficacia: il girovago per eccellenza, con otto squadre testate in dieci anni di carriera NBA.

Leggenda a livello liceale nel Tennessee, Delk viene reclutato da Pitino a Kentucky, contribuendo notevolmente alla conquista del titolo NCAA nel suo anno da senior, ricevendo anche il premio di Most Outstanding Player delle Final Four.

Il suo viaggio nella Lega comincia da Charlotte che lo sceglie alla numero 16; un viaggio che, senza voler mancargli di rispetto, sarà piuttosto anonimo. Tranne che per la notte del 2 gennaio 2001 quando, all’ARCO Arena di Sacramento, Delk firma il suo incredibile career high, inaspettato e mai più nemmeno lontanamente avvicinato.

Nell’estate del 2000, i Phoenix Suns gli offrono un contratto mentre annaspa nella free agency, dopo un’annata incolore da meno di 15 minuti di utilizzo a gara a Sacramento. Guidata da Jason Kidd, la franchigia dell’Arizona ha bisogno di allungare il roster nel reparto esterni: Mario Elie e Vinny Del Negro cominciano ad essere "anzianotti" e Penny Hardaway ha dato grossi segni di fragilità fisica nella stagione precedente. Ecco perché il numero 00 sembra una buona aggiunta come gregario non ingombrante, in grado di far rifiatare i titolari, fornendo energia quando chiamato in causa.

Hardaway, come volevasi dimostrare, disputa solo 4 gare in tutta la stagione per problemi al ginocchio e Mario Elie, a metà dicembre, subisce una frattura alla mano che lo costringe a un lungo stop. Delk viene quindi promosso in quintetto, disputando qualche buona gara, prima della trasferta nel nord della California contro la sua ex squadra.

Inizia la partita con un jumper dalla linea di fondo; segue un long two e un canestro nel traffico. Piano piano, Delk prende confidenza e comincia a segnare con regolarità e grande precisione, da fuori e in penetrazione, sfruttando la maggiore solidità fisica rispetto a Jason Williams, che non ci capisce letteralmente nulla.

Segna 14 punti nel terzo e altri 14 nel quarto periodo, guidando la rimonta dei Suns, arrivati sotto la doppia cifra di svantaggio. La partita va al supplementare, per poi finire nelle mani dei padroni di casa grazie a un White Chocolate, stanco di subire, da 9 punti nell’extra time.

La partita di Delk si chiude a 53 punti: non è solo il suo career high, è anche l’unica partita oltre i 30 della sua carriera. A rendere incredibile la sua performance, la percentuale (20/27 dal campo) e il fatto che nessun canestro venga dall’arco dei tre punti (0/1 a fine gara).

Per capire quanto la sua prestazione sia unica basti pensare che dal 1985 solo due altri giocatori sono riusciti a segnare 53 o più punti tirando massimo 27 volte, senza neanche un canestro da tre punti. Chi? Michael Jordan e Karl Malone...

Dopo quella sera, Delk è tornato alla malinconica normalità, per poi lasciare di nuovo il posto in quintetto a Mario Elie, rientrato dall’infortunio. Ma quella magica notte di Sacramento nessuno potrà portargliela via.


BRIAN SCALABRINE, 14 MAGGIO 2004

The White Mamba è probabilmente la leggenda più ingiustificata della storia recente della NBA. Ingiustificata dal punto di vista cestistico, visto che in undici stagioni da professionista non è mai andato oltre i sei punti di media ed è partito titolare sole 61 delle oltre 500 volte in cui è sceso in campo. Lo status di meme vivente, icona tanto incrollabile quanto ineccepibile, è nato fuori dal campo grazie alla sua contagiosa simpatia, manifestatasi innumerevoli volte tra conferenze stampa, riscaldamenti pre-gara, eventi di beneficienza e pubblicità. C’è stata una sera, però, in cui sul campo Scalabrine è riuscito a brillare, facendo dimenticare il suo lato pittoresco e regalando un’emozione ai tifosi non per qualche goliardata ma per le sue doti. “Anche se passo molto tempo seduto in panchina la mia mentalità è sempre la stessa: parto dal presupposto che potrei giocare 40 minuti ogni sera, quindi devo sempre farmi trovare pronto”.

È questa mentalità che, la sera del 14 maggio 2004, gli ha permesso di disputare la migliore prestazione della sua vita, in maglia New Jersey Nets. Certo, il suo career high recita 29 punti e 10 rimbalzi e arriverà solo un anno dopo in un anonima partita di gennaio contro i Golden State Warriors: ma è in gara 5 delle semifinali della Eastern Conference, contro i futuri campioni Detroit Pistons, che Scalabrine ha vissuto il suo miglior momento di basket.

Con la serie sul 2-2, i Nets tornano al rovente Palace of Auburn Hills, dove hanno subìto due nette sconfitte nelle prime due sfide, con la fievole speranza di conquistarsi la possibilità di un match point in casa.

New Jersey scappa nel primo quarto, salvo essere ripresa nel secondo periodo. Il nostro Brian fa subito capire di essere piuttosto in palla, con due triple identiche segnate dall’angolo sinistro e un palleggio arresto e tiro battendo un pigro close up di Rasheed Wallace. Nella ripresa la gara si scalda parecchio. Scalabrine è tornato sul fondo della panchina e coach Lawrence Frank si affida ai suoi titolari che cominciano a soffrire il gioco interno dei Pistons, con i due Wallace che banchettano sui lunghi dei Nets caricandoli di falli.

A pochi secondi dalla fine, New Jersey conduce di tre lunghezze: Billups, autore di una prestazione mitologica - 31 punti, 8 assist, 10 rimbalzi - segna il canestro del pareggio sulla sirena con una tripla disperata da centrocampo. Si va ai supplementari.

Iniziano i guai per Frank: dopo pochi secondi, il centro Aaron Williams commette il sesto fallo, raggiungendo Kenyon Martin e Jason Collins in panchina. Non ci sono alternative: Scalabrine deve tornare in campo e, come se non bastasse, dovrà farlo da centro…

Che problema c’è? Al primo possesso fa di nuovo saltare Sheed e segna un palleggio, arresto e tiro da manuale. C’è tensione, tanti errori, e la gara va al secondo overtime. Wallace ancora non crede nel tiro di Scalabrine, che riceve fuori dall’arco e senza opposizione mette un’altra tripla, la terza della serata, che vale il più tre Nets. I Pistons tornano davanti, con Brian che salva miracolosamente un pallone che permette ai Nets di restare in partita, andando al terzo incredibile supplementare. A 40 secondi dalla fine New Jersey conduce di un punto. Richard Jefferson penetra, è chiuso, ma Scalabrine è lì che aspetta nel suo adorato angolo sinistro. Se lo sono dimenticati di nuovo: solo rete e partita chiusa. 23 minuti, 17 punti, 4 su 4 da tre punti e una scioccante vittoria esterna per i Nets: l’intervista a fine partita è tutta sua. “Sinceramente, mi sento alla grande. Mi sono fatto trovare pronto là nell’angolo per mettere qualche tiro, sono felice. Ma ho sempre saputo di poterlo fare…”

Nelle successive due partite della serie, il White Mamba non metterà a referto neanche un punto nei 15 minuti totali in campo e Detroit riuscirà a ribaltare lo svantaggio, vincendo in gara 7. Ma la leggenda di Brian Scalabrine è nata quel giorno.

LEON POWE, 8 GIUGNO 2008

Dopo una carriera liceale e universitaria entusiasmante, Leon Powe deve scontrarsi con la dura realtà: non ha abbastanza skills per giocare da ala ed è troppo basso per essere un centro di rilievo in NBA.

Nonostante ciò, la sua straordinaria etica del lavoro convince i Denver Nuggets a sceglierlo in fondo al secondo giro del Draft 2006, per poi cedere i suoi diritti ai Boston Celtics.

Il pubblico del Garden è molto esigente, sa farti a pezzi ma anche elevarti allo status di eroe se ti vede dare il 100%.

Leon Powe ha dato il 110% in ogni momento sul parquet: lavoratore instancabile, un grande compagno di squadra e un professionista serio che, non avesse avuto insopportabili problemi al ginocchio, avrebbe potuto giocare più delle sole sei stagioni della sua carriera, tre delle quali nel Massachusetts, incarnando perfettamente lo spirito del Leprecauno. Nell’estate 2007, Danny Ainge compie il capolavoro della doppia firma di Ray Allen e Kevin Garnett: Boston finisce prima ad Est e, quasi sul velluto, arriva alle Finals contro i Lakers.

Un palcoscenico che Powe non pensava minimamente avrebbe mai raggiunto. “Sentire la tensione è inevitabile, ma mi sono detto: Leon, sei cresciuto sulle strade di Oakland, è solo basket, non è niente. Va’ la fuori e gioca come sai, non fartela sotto proprio adesso”.

Powe, in quel roster, ha il mero compito di far rifiatare i big, mettendo energia nei ritagli di partita che gli vengono concessi, solitamente a cavallo tra primo e secondo e tra terzo e quarto periodo. In Gara 1 Leon gioca 9 minuti e mette a referto quattro punti; poi, l’8 giugno, arriva Gara 2.

Come al solito, verso la fine del primo quarto, Doc Rivers concede riposo a The Big Ticket: è il momento di Powe, che non impatta benissimo, con uno 0/2 dalla lunetta. Ricomincia però molto aggressivo nella seconda frazione, attaccando il canestro, subendo falli e trovando continuità ai liberi con un 5/6 che porta Boston sul più cinque.

Non è certo l’attacco il suo lato migliore, ma Leon riesce a mettersi in ritmo con la spigolosità difensiva e, come spesso capita, quello che dai nella tua metà campo ti torna indietro in attacco. Con gli interessi… Prima di lasciare il campo a Kendrick Perkins, riceve una palla sporca da Pierce, concludendo nel traffico con fallo e libero supplementare. Trasmette energia a tutta la squadra e i Celtics cominciano a dilagare.

Rivers non ha più bisogno dei suoi servigi fino alla fine del terzo quarto, quando Leon rientra carico, appoggiando subito un alley-oop delizioso offertogli da Rondo in contropiede. I Lakers danno segni di cedimento, Boston sente l’odore del sangue e colpisce, sempre con Powe: Pierce lo serve a rimorchio in un altro contropiede, chiuso con una schiacciata poderosa. Altro possesso, quasi sulla sirena, Rondo lo trova con un assist geniale dietro alla schiena di Ronny Turiaf: altra inchiodata micidiale di Powe. È pandemonio al Garden.

Anche il primo canestro del quarto periodo è suo, una penetrazione resistendo alla difesa di Luke Walton, chiusa in allungo di destro. È posseduto e il suo popolo lo esalta: cattura un rimbalzo difensivo e porta a compimento un coast-to-coast à la Doctor J, chiudendo in schiacciata con la collaborazione della rinunciataria difesa gialloviola.

Pochi minuti dopo, Powe lascia il campo a Ray Allen non rientrando più nella partita: per il pubblico di Boston è più che sufficiente, standing ovation meritatissima. Boston porta a casa la partita e, meno di dieci giorni dopo, l’agognato titolo, che mancava dal 1986.

Powe chiude quella gara con 21 punti, 6/7 dal campo, 9/13 dalla lunetta, contribuendo pesantemente al parziale di 15 a 2 decisivo del terzo quarto: tutto questo in meno di 15 minuti sul parquet.

Nonostante i tanti, grandi momenti della storia dei Celtics, quella partita ha ancora un posto speciale nel cuore dei tifosi.

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