• Luca Losa

Reputation: Julius Randle ha “capovolto la narrativa”


FOTO: Daily Knicks

Questo contenuto contiene un estratto dall'articolo "Reputation", pubblicato in data 4 marzo 2021 su The Players' Tribune.



La stagione dei New York Knicks si è conclusa con l’uscita, per alcun precoce, viste le aspettative che si erano create attorno alla squadra allenata da Tom Thibodeau, al primo turno dei Playoffs, contro gli Atlanta Hawks. Dopo le prime due gare della serie, con il punteggio sull’1-1, sembrava regnare l’equilibrio, ma sulla distanza è poi venuta fuori la differenza di valore dei due roster. I Knicks del post All-Star Game ci hanno forse illuso e fatto credere che almeno questo primo round fosse alla loro portata.


La realtà dei fatti, invece, ci racconta una storia diversa. A questa squadra manca ancora il talento e l’esperienza per fare, come la chiamano oltreoceano, una deep run ai Playoffs. Tuttavia, sarebbe ingiusto e mistificatorio giudicare questa annata dalle ultime 5 partite.


Le aspettative a inizio stagione erano ben diverse. Nessuno nella Grande Mela si sarebbe nemmeno sognato di concludere la Regular Season al quarto posto - nelle più rosee aspettative, semmai, ci si immaginava di giocarsi la post-season al Play-In.


Eppure l’amaro in bocca per i tifosi dei Knicks è rimasto. Ed è questo, probabilmente, il più grande risultato della squadra: i ragazzi di Tom Thibodeau si sono guadagnati, soprattutto negli ultimi 2 mesi, enorme credibilità. Ci hanno fatto credere che potessero lottare ad armi pari in questo primo turno, pur contro un team - Atlanta - decisamente più talentuoso e anch'esso reduce da un grande finale di stagione.


Protagonista di questa stagione per i Knicks è stato indubbiamente il fresco vincitore del titolo di MIP, Julius Randle.



Pochi mesi fa l'ala ex Lakers e Pelicans ha condiviso una lettera su The Players’ Tribune in cui ha raccontato la sua esperienza newyorkese a livello personale e di squadra. Reputation ci permette di dare uno sguardo allo stato d’animo, alle sensazioni, alle riflessioni del diretto interessato da una prospettiva privilegiata: la sua. Ai bassi della prima stagione fanno da contraltare gli alti di questa seconda annata appena conclusa. Ve ne proponiamo un estratto:


“Inizialmente, a essere totalmente onesto, non penso di aver realizzato cosa significasse essere l’opzione numero 1 di una squadra NBA. Sei la testa del serpente, e non si tratta solo di una metafora ad effetto. Vuole veramente dire qualcosa.


Vuol dire, in primis, che la difesa avversaria scende in campo con un game-plan disegnato per fermarti. Vuol dire che anche arrivare al tuo posto sul campo non è più scontato. Vuol dire che se non giochi come dovresti, non solo sarà una serataccia individualmente, ma arriverà probabilmente anche una sconfitta. Ci sono così tante piccole cose, dettagli, intrinsechi a un ruolo così importante... e non so se ero pronto per tutto ciò.”


“E poi, un altro problema, ripensandoci, è che ero così concentrato e preso dal dimostrare di poter essere l’opzione numero 1 di una squadra che ho perso di vista alcune mie responsabilità nei confronti della squadra. Per esempio, avrei dovuto essere uno dei nostri leader, uno che potesse aiutare a definire la nostra identità come gruppo e che potesse dare l’esempio di cosa serva per diventare un giocatore vincente in questa Lega. Qualcuno che non solo potesse giocare ad alto livello, ma che potesse anche alzare il livello di quelli intorno. Per quanto la squadra avesse bisogno dei miei punti nella passata stagione... aveva altrettanto, se non di più, bisogno della mia leadership. E la mia leadership è mancata.”



Julius descrive quindi con estrema lucidità e franchezza il fallimento personale e di squadra che ha caratterizzato il suo primo anno a New York. Lo sconforto era tanto, così come la paura di aver lasciato una cattiva immagine di sé ai tifosi del Madison Square Garden. A livello tecnico, ma soprattutto dal punto di vista caratteriale.


“Si sa, si ha solo un’opportunità di lasciare una prima impressione in una città - e io ero così deluso da me stesso per come era andata la prima annata a New York. Sentivo di aver buttato al vento una grande occasione. Mi sembrava di aver irrimediabilmente cementato la mia reputazione nella maniera opposta a quella che desideravo. Egoista. Non un leader. Non un vincente.”



In estate, però, le cose sono cambiate. Il cambio di guida tecnico - con l’arrivo di Thibs e soprattutto, per Julius, del suo mentore Kenny Payne (il vero segreto della sua annata da MIP, ne abbiamo parlato QUI) - ha portato un nuovo spirito e instillato una nuova mentalità nel giovane roster.


L’identità battagliera e altruista che hanno costruito partita dopo partita ha conquistato il cuore dei tifosi del Garden, ha permesso di raggiungere risultati che non si vedevano da anni - l’ultima apparizione ai Playoffs era datata 2013 - e ha fatto cambiare idea a tutti su questo gruppo. Inclusi i suoi due punti di riferimento: Thibodeau e Randle.


“Ed è esattamente ciò che più apprezzo di questa stagione. Sono riuscito a capovolgere la narrativa sulla mia reputazione come giocatore e, nel mentre, ho contributo a qualcosa di ancora più grande: cambiare il copione della reputazione di un’intera franchigia.”


“Stiamo costruendo qualcosa di importante qui, e sono fiero di farne parte. Sono grato dell’opportunità di lasciare una seconda prima impressione. Sono dannatamente fiero di essere un Knick.”