• Luca Rusnighi

Respect the Suns: intervista a DeAndre Ayton


FOTO: NBA.com

Questo articolo, scritto da Marc J. Spears per The Undefeated e tradotto in italiano da Luca Rusnighi per Around the Game, è stato pubblicato in data 3 marzo 2021.



La scorsa stagione, sulla maglia di Deandre Ayton campeggiava la scritta “Respect Us”. Che non era solo un invito all’apertura tra persone di culture diverse: era un messaggio alle altre squadre NBA.


“Respect Us oggi ha assunto un nuovo significato. Non solo attenzione a ciò che succede nel mondo, mi rivolgo anche al resto della Lega”, ha detto a The Undefeated. “Vogliamo farci sentire, far vedere a tutti chi siamo.”

“Guardate cosa è successo nella bubble. Potevamo perdere ogni partita, e invece ne abbiamo vinte 8 su 8. Abbiamo giocato come se fossimo nei Playoffs, ottenendo risultati che nessuno si aspettava. Per questo dico Respect Us: la gente non sa di cosa siamo capaci, e dimostreremo che quel rispetto ce lo meritiamo tutto.” (DeAndre Ayton)

I Suns di questa stagione hanno un bilancio di 31 vinte e 14 perse, tra i migliori dell’NBA. Il merito di quest’ascesa viene generalmente dato alle star Devin Booker e Chris Paul, ma anche Ayton sta facendo la sua parte. La prima scelta assoluta del Draft 2018 sta facendo registrare 14.8 punti, 11.0 rimbalzi e 1.1 stoppate in 30.6 minuti a gara, conditi da un 61.0% dal campo (migliore percentuale in carriera) e da 224 screen assists, quinto nella Lega.

“DA è un vulcano. Non si può non volergli bene: è pieno d’energia ed è veramente un bravo ragazzo, Io, Jae [Crowder] e Book vogliamo aiutarlo a migliorare ulteriormente e diventare un grande. Ci sono tanti buonissimi giocatori, ma per diventare una stella bisogna giocare a un livello superiore ogni sera. Le cifre sul tabellino devono essere sempre eccezionali e non è una cosa semplice. Secondo me DeAndre ce la può fare, e sono contento di accompagnarlo in questo percorso.” (Chris Paul)

Nell’intervista che segue, Ayton ha parlato dei segreti appresi da Paul, della sua amicizia fraterna con Booker e di tante altre cose.



Che cos’ha significato per voi quell’8-0 nella bubble, l’anno scorso?

C’erano tanti che ridevano di noi. I commenti negativi abbondavano. Sai di cosa parlo. E io pensavo - ‘ma come si permettono? Tu mi conosci, sono una persona molto competitiva, che adora vincere.


Il livello di professionismo raggiunto nella bubble, il vincere una partita dopo l’altra e l’affrontare ogni gara con lo spirito giusto hanno contagiato tutta la squadra. E il fatto di allenarsi tutti i giorni, avere sempre la palla in mano e pensare al basket 24 ore su 24 come successo nella bubble ha cambiato tutto.


Abbiamo fatto il nostro meglio per ricordarci quanto sia bello vincere, e oggi siamo ancora affamati di vittorie - che per noi non è una cosa abituale. Siamo riusciti a portare questo atteggiamento anche al di fuori della bubble, ed eccoci qua.


FOTO: NBA.com

Come ti ha aiutato Chris Paul, dal suo arrivo a Phoenix?

CP è uno che pensa a tante cose che gli altri giocatori non considerano. Sa esattamente cosa fare nell’ultimo quarto. E per uno giovane come me, è fondamentale sapere cosa fare nei finali di partita, ricordarsi che è il momento di vincere e che non sono ammessi errori.


Una volta mi ha detto: “DA, a volte devi guardare il tabellino e capire cosa stanno facendo gli avversari, per fare la cosa migliore”. Fa un'attenzione incredibile ai dettagli, e non ti lascia un attimo in pace.



Nessun timore reverenziale da parte tua?

No, nessuno. Adoro averlo in squadra. Lo dico a tutti: da giocatore, è la prima volta che un compagno mi sta così addosso - in positivo, è ovvio. Me lo dice sempre che mi osserva con attenzione. “Lo so che ci sai fare. Lo so che le doti ce le hai. Ed è per questo che hai la possibilità di giocare ad alto livello ogni singola sera”.



Come giudichi il tuo gioco in questo momento, e in cosa pensi di dover migliorare?

Si tratta soprattutto di capire cosa succede in campo, le tendenze delle altre squadre, sapersi adattare, capire la partita, impostarla e giocarla come voglio io. Mi piace un sacco vedere come CP tiene in mano la gara e si rivolge agli arbitri in una certa maniera: non che li insulti, chiariamoci, ma riesce a gestire la situazione e a ottenere da loro quello che vuole.


Io ho lavorato molto sulla condizione fisica e su tante altre cose, ma sul quel versante sono a posto. Per cui quello che manca è il saper "contrattaccare", ossia capire in anticipo su cosa punta la squadra avversaria e rispondere in campo.



Essere la prima chiamata assoluta del Draft ti dà una motivazione in più?

A dirtela tutta, nessuno può dirmi cosa posso o non posso fare. So che lavoro duro e so che tipo di giocatore e di persona sono. Voglio solo assicurarmi di mantenere la stessa mentalità anche fuori dal campo e di dimostrare grande energia.



Che cos’hai fatto durante l’All-Star Break?

Sono stato un po’ impegnato: sono diventato padre per la prima volta e sono stato tutto il tempo in ospedale. Non ho pensato ad altro. La mia vita è cambiata parecchio. Essere un bravo papà non è una cosa facile. E mio figlio si chiama come me, per cui porterà avanti quanto sto facendo ora. Insomma, non mi annoio.


FOTO: Bright Side of the Sun

Che ne pensi dei Big Three dei Suns – tu, Booker e Paul?

Siamo dei Big Three un po’ particolari. Ognuno di noi - e sottolineo ognuno - può prendere in mano la partita. Dai giocatori in quintetto a quelli in panchina. Siamo ben equilibrati e siamo sempre in competizione - anche tra di noi - ogni giorno.


Ti dirò di più: è la miglior squadra in cui abbia mai giocato. Non sono mai stato così tranquillo nel restare in panchina sapendo che i miei compagni hanno in mano la situazione. E quando rientro in campo, ovviamente, non ce n’è più per nessuno.



Tra voi, parlate di titolo o di Playoffs?

Sappiamo bene a cosa puntare. Non siamo mai stati a un livello così alto, non posso dire di più. Ma non guardiamo solo ai Playoffs. No. Neanche per sogno.



Che pensi della stagione di Devin Booker?

È il mio fratello maggiore. Ne abbiamo passate tante per arrivare a questa fase del nostro rapporto.


Devin si è trasformato come giocatore. È incredibile: è come se avesse schiacciato un interruttore. Nessuno sapeva che potesse essere così forte e fare quello che fa con una squadra così. Tutti hanno sempre visto Book come uno che segna punti, ma che non vince. Adesso Book continua a segnare e in più porta a casa le partite.


Ha persino ampliato il suo gioco e ha cominciato a penetrare di più e difendere con maggiore aggressività. Sta dando sempre di più ogni sera ed è fantastico da vedere. La sua energia è palpabile ed è davvero un grande atleta.



Che cos’ha fatto per te il tuo coach Monty Williams, al suo secondo anno ai Suns?

Monty è come un padre per me. Lo sanno tutti che mi tratta come un figlio. OK, lo fa con tutti, ma con me ancora di più. E lo dico in senso positivo: sa cosa posso fare ogni sera e cerca di spingermi a dare sempre il massimo.


È una persona molto affettuosa, vuole davvero bene ai suoi giocatori. Adora la sua squadra e lo dimostra in tanti modi diversi. Pensa sempre a noi, ma a meno che non te lo voglia dire, non saprai mai niente della sua vita privata. Ti dimostra, però, come superare le difficoltà.


Quando sono in campo mi vuole con la bava alla bocca, vuole davvero che controlli la partita difensivamente e che faccia un sacco di cose. Lui sa che posso farlo, perché glielo dimostro sempre, e quindi pretende che lo faccia ad alto livello, sera dopo sera.


A me piace un sacco che il mio coach mi consideri un punto fermo, un leader. Mi mette sotto pressione: “Contiamo su di te, DA”. Se vuoi qualcosa, te lo devi andare a prendere.


FOTO: NBA.com

L’anno scorso sei risultato positivo a un diuretico vietato dalla NBA/NBPA, e sei stato sospeso per 25 partite. Nella bubble non ti sei presentato a un test Covid obbligatorio, per cui non hai potuto giocare fino a quando non hai ricevuto il via libera. Cos’hai imparato da questi due episodi?

Ho imparato dai miei errori e accetto di avere sbagliato. Ho dovuto guardarmi allo specchio e dirmi - “Non è da te”. Cercando di migliorare come uomo e come giocatore. Sono momenti che non dimentichi facilmente. Voglio solo continuare a crescere e a dare il massimo.


Ho un figlio adesso, e questo cambia tutto. Non riesco a dire tutto quello che ho in testa, però so che mi sento molto più sensibile. Non solo quando si parla di basket, ma anche nella vita.




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