• Marco Romeri

Rivendicare i propri diritti mette a rischio la carriera?


© New York Daily News

David Stern ha dichiarato che Colin Kaepernick avrebbe ancora un lavoro, se avesse giocato in NBA invece che in NFL.

"Siccome stavamo cercando di uscire da una situazione complicata - negli anni '70 e '80, in cui si è sviluppata un'ondata di razzismo nei confronti dei giocatori - ci siamo sentiti in dovere di incoraggiare i giocatori e di farli sentire persone vere. Tutto ciò ha funzionato", ha dichiarato Stern.

L'ex commissioner ha poi continuato dicendo che la NFL avrebbe dovuto punire Kaepernick per essersi inginocchiato in segno di protesta, per tutelare la sua carriera. Che avrebbe avuto, anzi dovuto avere, un seguito diverso. Le sue dichiarazioni non possono essere condivise, poiché la protesta di Kaepernick si è svolta in modo pacifico contro due dei più grandi mali che affliggevano (e affliggono tutt'ora) l'America, ovvero: il razzismo e la violenza della polizia.

Torniamo indietro nel tempo. Nel 1996 Abdul-Rauf è stato squalificato per una partita per non essersi alzato in piedi per protesta durante l'inno statunitense e multato di 32mila dollari. Chi era il commissioner ai tempi? David Stern. Quello che è successo ad Abdul-Rauf dopo il suo segno di protesta è stata una ferita inarginabile.

Abdul-Rauf è stato successivamente scambiato dai Nuggets ai Kings, dove ha trascorso la maggior parte del tempo in panchina invece che in campo. Non stiamo parlando di uno dei tanti giocatori che ha giocato in NBA, bensì di un assaggio di quello che stiamo gustando vedendo giocare Steph Curry; 19 punti di media a partita con il 39% dall'arco, cifre al di sopra di quella che era la NBA 23 anni fa.

Non c'è da meravigliarsi se si parla di David Stern, in qualsiasi cosa sia coinvolto. Nel 2005 ha emesso una regola con la quale tutti i giocatori avrebbero dovuto attenersi ad un dress code, sia per arrivare al palazzo sia per stare in panchina. Si tratta, senza ombra di dubbio, di una chiara "frecciata" nei confronti dei giocatori di colore che sono sempre stati criticati per il loro modo di presentarsi al palazzo in occasione delle partite.

Da un lato, insomma, cerca di ergersi a paladino dei giocatori di colore nella lotta a razzismo negli anni '70 e '80, dall'altro lato ha rovinato la carriera di una delle migliori guardie della NBA degli anni '90, per una semplice rivendicazione di quei diritti di cui noi tutti ci dovremmo battere, senza distinzioni di etnie.

Stern vuole apparire come un eroe. La NFL sta ancora subendo gli effetti del "caso Kaepernick", mentre l'NBA è diventata la Lega più di moda - e non solo dal punto di vista del dress code...

Ma in realtà Stern è solo stato fortunato. Nessuno si sarebbe mai immaginato che ciò che hanno fatto Abdul-Rauf prima e Kaepernick poi, avrebbe influenzato le generazioni future. Con il passare degli anni, infatti, abbiamo potuto apprezzare come la NBA si sia interessata ai problemi sociali, soprattutto con l'avvento di Adam Silver nel 2014. In meno di quattro mesi dal suo approdo, Silver ha allontanato l'ex proprietario dei Clippers Donald Sterling a causa di frasi razziste, obbligandolo a vendere la franchigia. Ogni volta che è stato chiesto a Silver se avesse intenzione di cambiare la regola sul fatto che bisogna alzarsi in piedi per l'inno, comunque, la sua risposta è sempre stata la stessa: no.

Mi viene da pormi una domanda: la NBA è veramente una Lega che sta progredendo, o semplicemente ci sembra in miglioramento solo perché viene paragonata alla NFL?

Questo articolo, scritto da Carron J. Phillips per New York Daily News e tradotto in italiano da Marco Romeri per Around the Game, è stato pubblicato in data 17 febbraio 2019.

#mahmoudabdulrauf #davidstern #adamsilver #razzismo #innonazionale

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