• Luca Losa

Rockets, ora o (forse) mai più


FOTO: Houston Chronicle

Ci siamo lasciati 5 mesi fa esatti. Era il 19 febbraio e in questa rubrica parlavamo della trade di Capela e del nuovo aspetto dei Rockets. L’evoluzione finale della creatura di Daryl Morey (e, in parte, di Mike D’Antoni). Sì, finale. Perché da qui difficilmente si torna indietro e perché veramente questa potrebbe essere l’ultima occasione per questa squadra - inteso come questa versione dei Rockets - di essere ricordati non solo come trendsetter, ma anche come vincenti.

Si diceva infatti, soprattutto a inizio stagione, che questa potesse essere l’ultima annata in Texas per il mastro burattinaio dietro la rivoluzione copernicana iniziata più o meno un lustro addietro. L’affaire Hong Kong si diceva avesse portato una rottura tra Fertitta, proprietario dei Rockets, e il GM Morey.

Ma più che gli strascichi - non va dimenticato che proprio i Rockets rappresentano la prima squadra per seguito nell'enorme mercato cinese - del tweet incriminato, sarebbero considerazioni tecniche, come giusto che sia, a far vacillare il ruolo di Morey. Insomma, senza una cavalcata di successo ai prossimi Playoffs, il timone potrebbe passare a qualcun altro.

Così come, e qui sembrerebbe molto più plausibile, in panchina. Da settembre scorso i discorsi per un’estensione contrattuale con coach Mike D’Antoni sono in stallo. Recentemente si sono fatti i nomi di Jeff Van Gundy e Tom Thibodeau come papabili candidati per la successione.

Da questo preambolo pare chiaro che a Orlando questi Rockets si giochino parecchio. Dovesse andare male, potremmo aspettarci un ridimensionamento del progetto. Non diametrale, ovviamente. D’altronde questo roster è costruito in un certo modo e le due stelle, Harden e Westrbook, sono sotto contratto fino al 2021/22 e godono entrambi di lucrative player option per la stagione successiva. Oltretutto, il trend che proprio Morey e D’antoni hanno iniziato è stato ufficialmente sdoganato in molte altre franchigie della Lega. La direzione ormai è quella per tutti, o quasi.

Se i prossimi mesi saranno o meno decisivi per il futuro della coppia D’Antoni-Morey, si vedrà. Ma una cosa comunque è certa: i due - che a differenza nostra sanno senza dubbio quali risvolti può avere il loro futuro - hanno deciso di arrivare a questo momento rimanendo fedeli alla linea. Anzi, buttando tutte le fiches sul tavolo. Una volta che il resto della Lega si era messo in pari, Morey e soci hanno deciso di fare un passo ulteriore.


I nuovi small-ball-Rockets hanno avuto solo una decina di partite di collaudo prima che l’emergenza dovuta alla diffusione del Covid-19 dettasse lo stop della Regular Season. Dopo un inizio promettente, con vittorie importanti allo Staples Center contro i Lakers e al TD Garden, sono arrivate, prima dello stop l’11 marzo, 4 sconfitte di fila, due delle quali contro i (non certo imbattibili) New York Knicks e Charlotte Hornets.

Immaginare come i Rockets figureranno ai prossimi Playoffs sarebbe stata cosa complicata anche in situazioni ordinarie, figurarsi adesso. Con un record di 40-24 fanno parte del gruppone di squadre a Ovest che si giocano un posto dalla terza alla settima posizione. Le otto partite di stagione regolare rimanenti, però, più che per scalare ulteriormente la classifica - dato che il fattore campo è annullato - serviranno a evitare un matchup terribile al primo turno coi Clippers. E, soprattutto, a testare ulteriormente la squadra.

Poco prima e durante lo stop il front office ha lavorato a cesellare ulteriormente il roster con l’aggiunta di, in ordine cronologico, DeMarre Carroll, David Nwaba e Luc Mbah Moute. L’obiettivo è chiaro: rinforzare il reparto esterni per poter dare minuti di riposo a PJ Tucker e Robert Covington, a cui spetteranno due mesi e mezzo di fuoco.

Oltretutto, se il principe Luc, di ritorno dopo l’addio nel 2018, dovesse tornare ai livelli delle sue ultime apparizioni coi Razzi, la squadra potrebbe contare su un’arma difensiva di altissimo livello. Un frontcourt composto da quest’ultimo, Tucker e Covington potrebbe essere sulla carta un'emicrania per gli attacchi avversari.

FOTO: The Dream Shake

Le prime settimane saranno importanti anche per vedere lo stato di salute di Eric Gordon. Negli ultimi anni il suo apporto è sempre stato fondamentale, soprattutto nella post season. È il terzo violino della squadra, ma assicura al contempo un apporto difensivo di livello. L’anno scorso, per esempio, cancellò Donovan Mitchell durante il primo round. È senza dubbio il miglior two way player a disposizione di D’Antoni.

Lo stop di quattro mesi forse gli è venuto in soccorso. Dopo l’intervento al ginocchio subito a novembre, sembrava, in termini molto profani, “il fratello scarso”. Il 31.5% dalla distanza e il 37% totale dal campo rappresentano il minimo in carriera. I Rockets, per poter avere qualche speranza di successo, hanno bisogno di un supporting cast efficace anche nella metà campo offensiva. Gordon, in primis.

Chi invece sembra non aver bisogno di ulteriore tempo per adattarsi ai nuovi meccanismi e, in particolare, a un pace più elevato, sono le due stelle della squadra. Harden, nonostante negli ultimi tre anni il suo stile di gioco sia andato a nozze con un pace molto basso, non dovrebbe far fatica a riadattarsi a un ritmo elevato. Prima dell’arrivo di Paul, i Rockets erano terzi per possessi giocati a partita.

Giocando senza un centro tradizionale, Houston ha già realizzato qualcosa che in pochi credevano possibile: rendere Westbrook un giocatore efficiente. I numeri (la prima tabella mostra i dati stagionali totali, la seconda i numeri post-trade di Capela) ne sono la chiara dimostrazione:



Nel nuovo sistema a Russ non è chiesto di dovere essere una minaccia dalla distanza, mentre può fare quello che gli riesce meglio: attaccare il ferro, potendo contare sugli enormi spazi che il nuovo assetto gli apre.


Un campanello d’allarme potrebbe essere rappresentato dal minore numero di assist. A guardare bene, però, le colpe non sarebbero da accreditare a Brodie. Il calo è dovuto in parte all’addio di Capela e in parte ai numeri mediocri dalla distanza della squadra, che, escludendo Westbrook e Harden, sta tirando con il 35.5% da tre su 32.4 tentativi a partita, negli 11 incontri post trade. Dati che li posizionerebbero 17esimi nella Lega. Non l’ideale per una squadra costruita in questo modo.

Se nella metà campo offensiva il rendimento del Barba e di Russ non preoccupa, dall’altra parte del campo, invece, è tutta un'altra storia. I due hanno dimostrato di saper essere buoni difensori quando sfidati in uno-contro-uno. Westbrook ha il passo per tenere gli attaccanti più rapidi, Harden la stazza per difendere in post avversari più alti. I problemi sono altri: cattive rotazioni in aiuto, close out fuori tempo, dormite eclatanti nella difesa lontano dal pallone, tentativi di rubate che minano l’equilibrio difensivo generale, e così via. Insomma, con la giusta concentrazione e disciplina, sono tutte situazioni a cui si può porre rimedio.

Ai due non viene chiesto di fare la differenza anche in difesa. Ma eliminare questi errori è fondamentale per poter vincere quando più conterà. La difesa small ball può essere molto efficace, soprattutto potendo contare su buoni come Tucker, Covington, Mbah a Moute, Gordon, Sefolosha; ma c'è bisogno che tutti suonino lo stesso spartito. Un elemento fuori dal coro può fare tutta la differenza del mondo.


Prendiamo l’esempio di Ben McLemore, notoriamente un cattivo difensore. Nei 249 minuti con lui in campo post-trade, il Defensive Rating schizza a 115.7, mentre scende significativamente a 107.3 nei 428 minuti senza di lui.

Houston non arriva come favorita a Orlando. Se vogliono avere speranze di titolo, avranno pochissimo margine d’errore.


Oltretutto, un fallimento potrebbe portare a un terremoto in panchina e front office, e di conseguenza progettuale. Questa potrebbe essere l’ultima occasione per vedere gli small-ball-Rockets lasciare la loro firma negli almanacchi. Di essere ricordati non solo come visionari.