• Andrea Lamperti

ROUNDTABLE: L’NBA DAL 2020 AL 2021

7 ospiti si sono uniti alla "tavola rotonda" di Around the Game per ripercorrere, da diversi punti di osservazione, 12 mesi unici di NBA.



Più che l’inizio o la fine di un'era, per l'NBA il 2020 ha rappresentato una breve era a sé stante. Un lasso di tempo che passerà alla storia come “la bolla”.


L'avvio traumatico dello scorso anno solare per certi versi sembrava davvero la fine di un’era. Dopo David Stern (deceduto proprio nelle prime ore del 2020), la tragica e improvvisa scomparsa di Kobe Bryant portava via al mondo dell'NBA un punto di riferimento e una colonna portante delle sue decadi precedenti.


Iniziava in questa cupa luce, il 2020. E quello che allora non sapevamo - che non potevamo (e volevamo) sapere - era che ci trovavamo all’alba di... tutto il resto. I dodici mesi successivi dell’NBA, marchiati dalla più-che-nota emergenza sanitaria attuale, e non soltanto, non sono stato “normali”. Neanche un po’. Né tantomeno ripetibili.


A Whole New Game.


Sì, in futuro, camuffati negli annali, troveremo un back-to-back MVP e una squadra che ha vinto il suo 17esimo titolo, in questo 2020. E seduto sul trono, ancora una volta, “King” James. Ma questi sono stati soltanto dei lampi di “normalità”, o presunta tale, e la punta dell'iceberg di dodici mesi in cui (anche) l’NBA si è confrontata con un contesto e circostanze straordinarie.


Non c'è dubbio che quella scorsa sia stata una "stagione con l'asterisco", come si è sentito dire spesso - troppo, e in un'accezione forse sbagliata dell'espressione. Non è la minor rilevanza del risultato sportivo, la causa dell'asterisco (anzi); quanto, piuttosto, la combinazione di fattori inediti che ne hanno fatto da contorno.


Per ripercorrere alcuni dei momenti più significativi di questo particolare anno e affrontare qualche spunto di riflessione emerso (anche e soprattutto in ottica futura), alla prima "tavola rotonda" di Around the Game ho avuto il piacere di accogliere questi 7 ospiti:





24 FEBBRAIO: A MENO DI UN MESE DALLA SUA SCOMPARSA, L’ULTIMO SALUTO DELLO STAPLES CENTER A KOBE BRYANT

Il 2020 è iniziato con l’improvvisa scomparsa di Kobe Bryant. C’è un momento della sua carriera che ricordi in modo speciale nei tuoi anni di esperienza in questo mondo?



Dario Destri: La realtà è che non sono mai stato un fan di Kobe. Ho sempre "odiato" i Lakers e di conseguenza anche lui. Questo non vuol dire che non lo rispettassi però. La cosa che lego di più a lui è l'aver contribuito al "Kobe Day" su Sky ai tempi del suo ritiro. L'ironia è che il mio ricordo lavorativo migliore è legato a un giocatore che non amavo. Anche da "hater" rimane nel mio cuore. #MambaForever


Daniele Mazzanti: Il primo video a cui ho dovuto fare i sottotitoli, il giorno stesso in cui ho ricevuto ufficialmente l’incarico, negli uffici NBA a Londra, è stato il dialogo tra Kobe e Jordan durante l’All-Star Game (per il compleanno di MJ). Fu un disastro, una traduzione sbagliata su tutta la linea. Mi ricordo che pensai come Kobe mi avrebbe cazziato e ripensarci ora mi fa sorridere [ma fa anche e ancora un male cane].


Riccardo Pratesi: Il ricordo personale è legato a una conferenza stampa di Kobe post partita a Sacramento all'ultimo anno da Laker. Gli chiesi da giornalista, allora per Sky Sport in italiano quanto fosse felice dell'accoglienza ricevuta in ogni Arena NBA, anche quelle "nemiche", tra tutto esaurito e standing ovation. Mi rispose che era "orgogliuso" della legacy che aveva saputo creare e lasciare oltre il mondo Lakers. La curiosità è che la conferenza stampa si chiuse sulle sue parole in italiano e tanti colleghi americani vennero a chiedermi cosa mai avesse detto al cronista europeo residente a Sacramento da betwriter dei Kings e dei Warriors. Fu divertente vederli in apprensione, timorosi di essere rimasti esclusi da chissà quale rivelazione.


Simone Mazzola: La partita che più mi ricordo di Kobe Bryant è gara 4 delle finali NBA 2000 contro gli Indiana Pacers. Partita in bilico che va all'overtime, Shaq esce per falli e lui si carica la squadra sulle spalle, domina i minuti cruciali e spiana la strada del titolo ai Lakers. All'epoca il giorno dopo potevo andare al campetto, starci tutto il pomeriggio e provare a imitarlo, con scarsi risultati. Quello fu il primo vero momento che ricordo con piacere su Kobe.


Daniele Astarita: Ti cito i due ricordi più recenti: l’ultima partita contro i Jazz, a cui sono particolarmente legato, e l’"Amnesty That" Game del 2013 contro Dallas.


Luca Mazzella: Non una partita, ma la possibilità di incontrarlo dal vivo a Milano nel Mamba Mentality Tour. Eravamo all’interno di un negozio Foot Locker nella Galleria Vittorio Emanuele, credo in 15 in totale con su un piccolo palchetto Kobe e Flavio Tranquillo. Dopo l’intervista per la tv, ci fu uno spazio domande per tutti noi. Gli chiesi, o meglio iniziai a chiedergli, quale compagno avuto in carriera avesse incarnato al meglio il suo tipo di mentalità. Mi interruppe ben prima di finire la frase, rispondendo “Pau Gasol”, il primo nome nella sua ristretta e selezionatissima lista di giocatori capaci di essere allineati alla sua ossessiva interpretazione del gioco, del lavoro, degli allenamenti. Aggiungo una piccola cosa sulla sua scomparsa: noi che, per passione e per diletto, raccontiamo ciò che gravita attorno al basket e ai suoi interpreti, probabilmente non abbiamo percepito da subito cosa fosse successo lo scorso gennaio. Almeno personalmente, tra iniziative sociali a lui dedicate e postare, tradurre, scrivere, raccontare... è come avessi vissuto solo in astratto la sua perdita. L’altro ieri, il 26 gennaio 2021, la sensazione è stata del tutto diversa. Dolore, autentico, realmente provato e metabolizzato dopo il turbinio di avvenimenti degli ultimi mesi.





12 MARZO: LA SOSPENSIONE DELLA STAGIONE ANTICIPA IL RITIRO DI VINCE CARTER

Vince Carter ha lasciato l’NBA dopo 22 stagioni. Chi ti viene in mente per primo, nell’NBA di oggi, se parliamo di un giocatore con l’impatto e la “presa” sulle nuove generazioni che ha avuto Vince Carter nei suoi anni a Toronto?



Flavio Tranquillo: Troppo diversi i tempi per spiegare come e quanto Carter accendesse la fantasia di un mondo che aveva accesso limitato ad highlight e partite. Un paragone potrebbe essere Jaylen Brown, ma solo per certe caratteristiche tecniche e caratteriali.


Dario Destri: Trovare un paragone è difficile, il basket è cambiato così tanto così rapidamente che si fa fatica a stargli dietro. Le qualità da schiacciatore le avrebbe Zion ma a me piace ricordare l'evoluzione di Vince. Inizia come super atleta schiacciatore, poi si evolve diventa qualcosa di più e ora è uno dei maggior realizzatori di triple della storia. Forse ha incarnato l'evoluzione del gioco? Una presa sui giovani come la sua potrebbe essere quella di Donovan Mitchell.


Daniele Mazzanti: Come impatto e presa dico Giannis. Più che altro per la sua storia, talmente incredibile che può fare una gran presa su moltissimi ragazzi in giro per il mondo, così come Vince Carter fece innamorare un’intera nazione del basket. Non ci azzeccano nulla come giocatori, ma come importanza per le generazioni future hanno dei tratti simili.


Riccardo Pratesi: Non credo ci siano emuli. Carter è stato figlio del suo tempo. E il suo tempo gli ha permesso di mettere i Raptors sulla mappa NBA, a differenza di Vancouver, poi andata persa proprio per la mancanza di un personaggio capace di veicolare la spettacolarità della lega in Canada. Questo il suo lascito più grande. Come giocatore è sempre stato più spettacolare che grande, più adatto ad un ruolo da comprimario di lusso, in cui non era richiesta leadership, che a quello dell'uomo franchigia. In NBA le aspettative sono la base delle valutazioni sul tuo rendimento, più ancora che quello che fai vedere. Tutta una questione di quel che ti aspetti, in un regime di tetto salariale...


Simone Mazzola: Difficile... Carter ha ridefinito dei concetti di atletismo legato al basket... e oggi siamo troppo abituati a dei super atleti in campo. Per questo vado "al contrario" e dico Luka Doncic. Un giocatore che è tutt'altro che un atleta spaziale, ma che ha fatto impazzire subito gli americani immotivatamente scettici su di lui. Va alla sua velocità, è un pò "alla Bodiroga" se mi passate il paragone, ma fa quello che vuole.


Daniele Astarita: Tra i giovani Dončić potrebbe essere un buon candidato per avere un impatto indelebile sulle nuove generazioni.


Luca Mazzella: Dubito possa esserci risposta diversa da LeBron James, sebbene per molti io sia a priori di parte visto il libro scritto su di lui. Non credo ci sia stato un giocatore con un impatto on e off court maggiore del suo per le ultime due generazioni che si sono avvicinate all’NBA. Non ha avuto un impatto culturale pari a quello di Raptors in Canada, ma probabilmente anche per una questione territoriale non credo ci siano giocatori realmente paragonabili ad Air Canada e a cosa ha significato per la città di Toronto.





19 APRILE: ESCE SU NETFLIX IL PRIMO EPISODIO DELLA DOCU-SERIE “THE LAST DANCE”

“The Last Dance” ha colmato un vuoto durante la sospensione della scorsa stagione NBA. Secondo te quali motivi hanno spinto maggiormente Michael Jordan a raccontarsi davanti alle telecamere? Di seguito un estratto di un editoriale di Marc Stein sul New York Times:

“Per convincere Jordan a concedere quelle interviste e ammettere che poteva essere un tirannico compagno di squadra, Michael Tollin di Mandalay Sports Media (executive producer di “The Last Dance”) nel giugno 2016 ha sottolineato che Jordan aveva bisogno di questo documentario; che sarebbe stata l’occasione ideale per istruire adeguatamente una nuova generazione di consumatori, vale a dire quelli che comprano le sue scarpe, ma che non lo avevano mai visto giocare. Io rimango convinto che Jordan fosse motivato, più che altro, dal ‘G.O.A.T. debate’ e dal crescente consenso di LeBron James - che aveva appena guidato i Cleveland Cavaliers al titolo, ribaltando lo svantaggio di 3-1 contro i Warriors delle 73 vittorie in Regular Season, quando Jordan ha dato il suo assenso, nel giugno 2016. Come ha confermato lo stesso Tollin, Jordan si è impegnato nel progetto proprio nel giorno in cui i Cavs festeggiavano il titolo.”

Dario Destri: Last Dance è la legacy della legacy. Come far passare l'eredità di Jordan alla generazione successiva. Dimenticarlo è impossibile ma trasmettere le stesse sensazioni è qualcosa che forse non è possibile fare. Non so se è per affermare una sua superiorità a LeBron, mi piace pensare che non sia così ma solo un modo di rendersi eterno ai giovani (e non solo per delle scarpe). Sfido chiunque, dal ragazzino al veterano, a non avere i brividi sul discorso "Winning has a price". Brr.


Daniele Mazzanti: L’ha presa sul personale [il GOAT debate, intendo], senza ombra di dubbio. Anche se il discorso dei nuovi consumatori credo possa essere stata la molla definitiva per la realizzazione del documentario.


Riccardo Pratesi: I soliti: soldi e soprattutto vetrina. Credo che The Last Dance sia stato un prodotto affascinante e suggestivo. Che di giornalistico ha ben poco, perché arbitrario per l'angolo dal quale si raccontano i fatti, ma dannatamente coinvolgente. Capace di attirare verso il basket NBA anche chi è più interessato ai personaggi che al gioco. Il suo merito storico è aver riportato alla luce gli anni del Be Like Mike in Italia e in America, da storica pubblicità della Gatorade. Una pallacanestro e un'America molto diverse. Migliori o peggiori, decidetelo voi.


Simone Mazzola: Che The Last Dance fosse un documentario più su Michael Jordan che sui Bulls è evidente. Onestamente non so se volesse "ristabilire the Goat", so che però ha scelto un momento tragicamente perfetto per farlo vedere. Ha sfamato gli appassionati in astinenza di basket con un prodotto che i grandi appassionati hanno apprezzato conoscendo gran parte della storia e scoprendo qualche retroscena, ma il grande pubblico ha adorato scoprendo il mondo che c'era dietro MJ. In campo niente da dire, dietro la scrivania non benissimo, dal punto di vista marketing ancora una volta ci ha preso.


Daniele Astarita: Dice bene Marc Stein. Michael Jordan si è sentito delegittimato e ha voluto riconsolidare la sua legacy allargando ulteriormente il suo pubblico.


Luca Mazzella: Direi che la seconda parte dell’intervento che hai ripreso spiega nel migliore dei modi quali siano state le motivazioni dietro la produzione, l’accelerazione e anche il tono impresso a tutta la serie. Che resta un qualcosa di straordinario, di impattante anche su fruitori non abituali del basket, ma che oltre a una minuziosa produzione mi sembra peccare di parzialità nella modalità in cui determinate cose vengono descritte. Si vuole eccessivamente forzare l’idea che ci sia un solo modo di vincere, un solo modo di essere leader e despota, un solo modo di farsi odiare dai compagni. È un tipo di machismo che per carità, con Jordan calza a pennello, ma che ha generato l’effetto ultra-negativo dell’incarnare in questo tipo di vincente l’unico tipo di vincente universalmente ammesso.




3 GIUGNO: ADRIAN WOJNAROWSKI ANNUNCIA CON UN TWEET STORICO LA RIPRESA DELLA STAGIONE NELLA BUBBLE DI ORLANDO

L’organizzazione della bubble ha rappresentato uno sforzo incredibile (organizzativo e non solo) per tutte le parti coinvolte e l’ennesima scelta di grande impatto dell’era-Adam Silver. La prossima potrebbe essere l’allargamento della lega? Credi che il 2020 abbia accelerato questo processo?



Flavio Tranquillo: L'eventuale expansion ha a che fare con questioni economiche, non con un processo organizzativo. Se i pro, in termini di profittabilità della lega, supereranno i contro, lo faranno, altrimenti no. Da un punto di vista logistico le difficoltà saranno/sarebbero assai inferiori rispetto all'esperimento di Orlando.


Dario Destri: La bolla è stato un esperimento storico e incredibilmente riuscito. Ma è eccezione, non è pensabile renderlo uno standard. Forse lo sarà nei prossimi playoffs ma la sensazione è che si stia andando ancora terribilmente a vista. Il futuro è troppo imprevedibile. Espansione? Mah... mi piacerebbe tanto rivedere i Sonics ma ho paura che il talento verrebbe ulteriormente diluito e nell'epoca dei "super team" rischi di avere troppe squadre materasso. Se rivuoi i Sonics forse devi pensare a spostare qualcuno più che ad espanderti.


Daniele Mazzanti: Non so se lo abbia accelerato o meno (credo che ora come ora il primo obiettivo sia tornare ai livelli ante-Covid) ma è la strada che percorreranno. Una volta individuati i mercati ideali partiranno in quarta.


Riccardo Pratesi: La bolla ha avuto pregi e difetti. Ha mantenuto sicuri gli atleti e ha permesso di chiudere la scorsa stagione. Ma ha anche dimostrato i chiaroscuri dei giocatori NBA, da un lato veicoli di grandi tematiche sociali, dall'altro incapaci di presentarsi per fare il tampone quotidiano o tenere chiusa la zip dei pantaloni. I risultati di campo sono stati clamorosamente falsati, basti pensare all'implosione Clippers improbabile in un contesto non da clausura. Ma ripeto: era verosimilmente il minor male, allora. Ha anche implicato costi astronomici che l'NBA sta tuttora scontando. L'NFL a differenza dell'NBA è poi riuscita a giocare ogni partita nello stadio d'appartenenza di ogni franchigia... Sì, è possibile che per rimediare ai danni economici della pandemia un eventuale verosimile processo di espansione venga accelerato. In NBA comanda il business. Ed è un'impresa che è andata fortissimo, di recente. Il resto è show, facciata, politicamente corretto. Lo sport in molti casi diventa persino un ingombrante di più di una macchina da soldi. Triste, ma non meno vero.


Simone Mazzola: Nel momento in cui scrivo Silver ha allontanato la possibilità di un'espansione, anche perché in questo momento delicato ogni operazione è da vagliare molto bene. L'NBA è stata sontuosa nell'ideare e applicare la bolla di Orlando. Poteva farlo avendo già giocato gran parte della stagione, ma è stata comunque un altro grande capitolo nella dirigenza di Adam Silver.


Daniele Astarita: Beh, il talento è tanto ed aggiungere un paio di squadre non farebbe che bene alla lega. Il 2020 ha accelerato il processo perché la lega vuole aumentare i ricavi ed ha valutato anche questa opzione: vedremo se sarà effettivamente così.


Luca Mazzella: Il 2020 per la prima volta ha messo la parola NBA nella stessa frase di “calo”, “difficoltà economiche” e “minori introiti”, che pur perfettamente giustificati e contestualizzati nel quadro funesto di quest’anno resta un qualcosa dinanzi al quale la lega ha deciso immediatamente di agire. Seattle e Las Vegas, ma anche Tampa che sta facendo apprendistato coi Raptors, sono pronte a immettere un bel po’ di denaro nel circuito e se si tratta di innovare in modo anche rivoluzionario, Silver ha dimostrato più volte di essere un commissioner assolutamente aperto ai cambiamenti.





4 AGOSTO: IL GAME WINNER DI DEVIN BOOKER DECIDE LA SFIDA TRA SUNS E CLIPPERS

Devin Booker nei suoi primi 5 anni in NBA, a Phoenix, ha cambiato 5 allenatori e non ha mai potuto contare su un supporting cast che potesse legittimare delle ambizioni nei Playoffs. Quest’anno, dopo l’8-0 nella bubble e l’arrivo di Chris Paul (e non solo), lo scenario in Arizona è molto diverso. A cosa pensi che possano ambire questi Suns?



Dario Destri: Qui si va sul personale perché ho i Suns nel cuore e in camera tengo una maglia di Nash autografata. Quel canestro di Book mi ha fatto venire la pelle d'oca. Le ambizioni ci sono tutte ma bisogna percorrere un passo alla volta perché per la prima volta Booker è inserito in un progetto ben preciso con un allenatore che sta costruendo qualcosa. Be Legendary gli diceva qualcuno....


Daniele Mazzanti: Credo che una qualificazione ai Playoffs sia ciò a cui Phoenix possa e debba aspirare. Non so se saranno in grado di superare il primo turno -nel caso- ma è giunto il momento di fare quello step di crescita necessario.


Riccardo Pratesi: Ai playoff, e non sono scontati. Credo che l'8-0 nella bolla sia stato enormemente sopravvalutato, figlio di circostanze specifiche (squadre non interessate a giocare a Orlando se non per riscuotere tempestivamente gli stipendi o come rodaggio playoff, e totale mancanza di pressione). Booker ha tutto da dimostrare come risultati di squadra. Paul avrebbe avuto più senso per una contender "legittima". I destini dei Suns passeranno probabilmente dalla parabola di crescita di Ayton. Come tempi e dimensioni assolute.


Simone Mazzola: I Suns hanno gettato le basi l'anno scorso per una stagione importante. Avere Chris Paul di fianco è una manna per Booker che a talento è secondo a pochi. Però otto partite sono un campione piccolo in una situazione per di più particolare. Che siano squadra da playoff abbondante quest'anno non ci sono dubbi, costruire la solidità per una stagione intera non è mai così automatico. Di sicuro è una squadra molto intrigante.


Daniele Astarita: Un primo turno di playoffs lo faranno. Il passaggio al secondo turno dipenderà molto dagli accoppiamenti ed è per questo che devono arrivare tra le prime quattro.


Luca Mazzella: Non penso che l’aggiunta di Paul sia stata fatta nell’ottica di portare i Suns oltre il loro obiettivo potenziale attuale, che resta quello di una squadra sicuramente da Playoffs e, con un accoppiamento di un certo tipo, anche da semifinale di Conference (in realtà con un tabellone di un certo tipo anche in finale, soprattutto se i Playoffs dovessero giocarsi in condizioni anomale come gli ultimi). Il valore aggiunto che Chris Paul porta è nei miglioramenti che attorno a lui tutto il roster sta avendo, con la speranza tra un anno di avere un Booker più leader, un Ayton più maturo, un supporting-cast salito di livello. Il lascito di CP3, questa la speranza di Phoenix, dovrebbe essere una coppia di super-star pronte poi a fare un reale salto di qualità con determinate mosse sul mercato. Dire che oggi gli estremamente interessanti Suns possano lanciare la sfida a Lakers, Clippers e forse anche Jazz e Nuggets sembra improbabile. Più verosimile invece che gli altri scontri siano assolutamente alla loro portata.





15 AGOSTO: I BLAZERS SUPERANO I GRIZZLIES NEL PRIMO “SPAREGGIO-PLAYOFFS” DELLA STORIA DELL’NBA

Tra le novità introdotte nella bubble c’è il Play-In, che è stato confermato anche per questa stagione. Credi che sia qui per restare, come formato? Ti piace?



Flavio Tranquillo: Non deve per forza piacermi o non piacermi, ma assolve l'esigenza di creare più partite che contano a fronte di una riduzione, nelle ultime due stagioni forzata, di partite che non contano.


Dario Destri: Approvo tantissimo il play in. Pensate alla corsa fatta nella bolla (coi Suns): è stato divertentissimo e il play in è una vera battaglia all'ultimo sangue. Per me tira fuori l'orgoglio dai giocatori, lo terrei in maniera fissa.


Daniele Mazzanti: Molto bello, credo abbia le potenzialità per rimanere e personalmente ne sarei contento. Alla fine è un dentro-fuori in uno-due gare, uno show che manca(va) all’NBA.


Riccardo Pratesi: Non sono un fan. Perché la stagione regolare già ha pochissimo appeal, a parte produrre soldi, e viene ulteriormente sminuita dal non garantire alla settima e all'ottava classificata di Conference il posto playoff guadagnato durante la maratona di 82 (quest'anno 72) partite. Però gli scontri diretti hanno sempre e comunque un certo fascino, è innegabile. E ripeto: all'NBA questo importa, ben oltre la legittimità del risultato sportivo.


Simone Mazzola: Il formato non mi dispiace. Idealmente credo abbia senso farlo se tra le contender ci siano meno di due partite di distanza perché se il divario fosse maggiore sarebbe "ingiusto" giocare un play-in. Però il formato è interessante e aggiunge pepe prima dell'inizio dei playoff.


Daniele Astarita: Nella bolla la sfida tra Grizzlies e Blazers è stata probabilmente quella più interessante da vedere, ma per come è stato strutturato quest’anno lo boccio. Non capisco perché non includere la differenza di record tra ottava, nona e decima.


Luca Mazzella: Sì, rende molto più sensata la corsa (e ne evita quindi l’arresto) di squadre che diversamente sarebbero in quel limbo galleggiante tra impossibilità di finire nelle prime otto e impossibilità di fare sufficientemente in tempo per perdere e giocarsi la lottery. È una lotta che abbraccia 22-24 squadre e non più 18-20, non può che guadagnarne la competitività.





23 AGOSTO: IL BUZZER BEATER DI LUKA DONCIC PORTA LA SERIE TRA MAVS E CLIPPERS SUL 2-2

Il game winner contro i Clippers è stato il primo “instant classic” della carriera di Doncic. Quando hai avuto il tuo “colpo di fulmine”, con Luka? Quando hai pensato che sarebbe potuto diventare COSÌ speciale?



Flavio Tranquillo: Questo buzzer beater è uno spartiacque, ma il giocatore viene da lontano. Per me l'innamoramento è scattato a Madrid, in occasione di un torneo giovanile in coincidenza con la Final 4 di Eurolega.


Dario Destri: Predestinato. Lo vidi per la prima volta nel 2015 (andai alle Final 4 di Madrid e vidi anche le giovanili) e già mi era chiaro che sarebbe diventato qualcosa di unico. Troppo superiore troppo maturo troppo veterano. Il suo impatto lo capiremo solo negli anni, ora sta a Dallas mettergli attorno qualcosa di veramente competitivo, e per me al momento non ha una squadra competitiva. La scelta di Ayton rimarrà una ferita eterna nel mio cuore...


Daniele Mazzanti: Non seguo la pallacanestro europea ma, nonostante ciò, avevo un’idea di quel che Luka sarebbe potuto essere. Diciamo le prime partite sono bastate e avanzate. Giocatore generazionale.


Riccardo Pratesi: Ai tempi dello sloveno in maglia Real Madrid. Lo sapevano tutti tranne Divac, allora primo dirigente dei Kings, che Luka era destinato a diventare un fenomeno a livello NBA. Non bastassero gli americani, incapaci di guardare oltre il loro naso, inteso come i prospetti di casa, e oltre il protocollo, e nei numeri c'era scritto che non risultava grande atleta e i numeri e la procedura da quelle parti non sono fatti per essere confutati, ci si è messo pure il buon Vlade...


Simone Mazzola: Qui è facile... dalle prime partite giocate in Europa. Lo vedi subito quando un giocatore è speciale e già dagli esordi con il Real Madrid si vedeva fosse un diamante. Gli americani, lasciami dire, da questo punto di vista sono ancora un pochino ottusi perché prendere prima Ayton e Bagley significa non aver fatto il minimo sindacale di compiti su Doncic.


Daniele Astarita: Quando in questi playoffs ha dimostrato di non calare di rendimento rispetto alle performance assurde già avute in regular season.


Luca Mazzella: Aspettavo i Playoffs per restarne folgorato. Esame assolutamente superato, pur al netto dei dubbi sulla sua metà campo difensiva, sul suo gioco off the ball e anche sulla selezione di tiro che anziché migliorare sembra peggiorata. Non credevo che quel palcoscenico, contro i Clippers, da assoluto sfavorito e ai primi Playoffs, non avesse minimamente influenza sul suo gioco, insomma mi attendevo tremasse un po’ di più, ma questo è d’acciaio.





26 AGOSTO: IL FORTE ATTO DI PROTESTA DEI MILWAUKEE BUCKS PER IL FERIMENTO DI JAKOB BLAKE

La ripresa della scorsa stagione è stata fortemente permeata da messaggi e richieste di giustizia sociale, da parte dei giocatori e non solo. Hai sentito di rivestire un ruolo importante, in virtù della tua posizione di “tramite” tra l’NBA e molti appassionati in Italia, nel raccontare un momento del genere?



Flavio Tranquillo: Raccontare per me significa riportare. È parimenti delicato riportare qualsiasi evento, perché si ha una responsabilità di fronte all'opinione pubblica. Cerco, fallendo spesso, di farlo sempre nella maniera più fedele e laica possibile.


Dario Destri: Il momento è stato storico, la NBA e i diritti civili hanno un legame troppo importante? Il mio ruolo è niente credo sia qualcosa che possa capire veramente solo chi vive negli Usa. C'è un problema (grave) ed è ora di risolverlo, basta girarsi dall'altra parte basta minimizzare. Basta Razzismo.


Daniele Mazzanti: Ogni discorso sociale rischia di passare -erroneamente- come discorso politico. In questo caso abbiamo avuto il via libera nel condividere il più possibile i messaggi delle squadre e dei giocatori e trovo sia stata la cosa migliore da fare perché in questo caso, di politico, non c’era proprio niente.


Riccardo Pratesi: Si, come responsabilità di raccontare il vero rispetto al fare propaganda. I fatti, piuttosto che le opinioni spacciate per fatti. La cronaca fedele piuttosto della politica di parte, qualunque sia. Il lettore merita di ricevere le informazioni pane al pane, senza schieramenti di nessun genere, senza che i fatti siano inquinati dalle preferenze personali di giornalisti/tifosi.


Simone Mazzola: Credo che il giornalista dovrebbe sentire sempre di rivestire un ruolo importante da tramite cercando di raccontare la realtà, verificare ciò che scrive ed essere sempre più lucido e oggettivo possibile. Un tema così delicato enfatizza ancora di più questa responsabilità, ma ritengo che ne servirebbe di più tra noi giornalisti (o aspiranti tali) anche nel lavoro di tutti i giorni...


Daniele Astarita: È stato un momento storico, ma non mi sono sentito per nulla importante, non sono nessuno.


Luca Mazzella: Credo che ogni tramite tra NBA e appassionati, basket e appassionati, sport e appassionati, debba seguire il medesimo senso di responsabilità. Credo che determinati messaggi sociali prescindano dallo sport in senso stretto e riguardino la vita di tutti noi e la deriva che tanti valori stanno subendo. In quel caso subentra un semplice discorso di opportunità di utilizzare un megafono che arriva a n-mila persone nel modo che ritieni giusto, che ti fa dormire sereno, che ti fa pensare di aver messo un mattoncino minuscolo nella comprensione e sensibilizzazione di alcuni fenomeni sociali e storici. Ogni comunicatore, ognuno di noi anche sulla propria bacheca persona, è megafono di qualcosa e parla a qualcuno, che siano 15 amici o 150.000 sconosciuti. Il senso di responsabilità dovrebbe guidare ogni nostra azione senza timore delle ripercussioni. E se le ripercussioni sono accuse di essere in qualche modo politicizzato, non c’è che da chiedersi quando il razzismo e l’odio siano diventati slogan politici. Fatta questa domanda, ci risponderemo tutti su quanto sia “politico” schierarsi semplicemente dalla parte del rispetto per l’essere umano.





15 SETTEMBRE: I CLIPPERS, SCONFITTI IN GARA 7 DAI NUGGETS, SONO FUORI DAI PLAYOFFS

Le prestazioni dei Clippers e in particolar modo di Paul George nella bubble hanno suscitato, tra le altre cose, delle riflessioni sulla sfera psicologica degli sportivi di alto livello. Un argomento affrontato pubblicamente anche da DeMar DeRozan e Kevin Love negli ultimi anni. Pensi che su queste tematiche ci dovrebbe essere maggiore sensibilizzazione? E come si inserisce questo discorso nel panorama e nella cultura sportiva italiana?



Flavio Tranquillo: Non è un problema di cultura sportiva, ma di cultura e basta. Siamo istintivamente portati a seppellire tutto il lato oscuro della nostra umanità sotto una coltre che può assumere varie forme. È importante non farlo, ma bisogna ricordarsi che una delle forme di quella coltre si chiama pietismo a buon mercato.


Dario Destri: Sicuramente quello della salute mentale è un problema vero che va costantemente monitorato. Nascondere i problemi dietro al classico "si ma quanto guadagnano" è riduttivo e ingiusto. La storia di Love credo abbia sdoganato il discorso e non può che fare bene a questa Lega. Non tutti sanno vivere l'improvvisa ricchezza senza subire certi danni...


Daniele Mazzanti: Esternazioni e prese di coscienza come quelle di Love o DeRozan sono cose ahimè lontane anni luce dalla cultura sportiva italiana dove lo sportivo deve essere modello di forza e coraggio e il tutto con un’aura di mitologia e leggenda che deve permanere attorno a tutto l’ambiente. È fondamentale che se ne parli ed è fondamentale che si abbiano gli strumenti per parlarne per bene.


Riccardo Pratesi: Non si inserisce. Sono mondi completamente diversi. Mele e arance. Sul tema specifico: sono topic così personali che vanno trattati con enorme rispetto. Da parte di chi li commenta. E dagli atleti stessi. C'è il dovere etico di evitare di citare tematiche psicologiche per giustificare fallimenti agonistici: sono patologie tremendamente serie per le quali serve assoluto rispetto. La mia paura è che qualche campione possa usarle come paracadute. Sarebbe peccato mortale, inaccettabile per chi davvero ne soffre. I cronisti hanno il difficile compito di riportare i fatti, senza speculare. Di verificare quanto si ascolta, prima di proporlo agli appassionati. Vale come regola base per un cronista, ma a maggior ragione in questo contesto specifico. Si tratta di trovare il giusto mezzo tra il tutelare la privacy e i dati sensibili di un giocatore, ma anche di rispettare l'esigenza del diritto di cronaca dei lettori. Mica facile...


Simone Mazzola: La sensibilizzazione della NBA sull'ansia e le patologie psicologiche è stata super, perché non c'è veicolo migliore di far parlare i giocatori che ne hanno sofferto. E' un tema delicatissimo e molto

scivoloso nel trattarlo se non si ha familiarità. Nessuno che non ne soffre credo possa spiegare cosa realmente succede, per questo bisogna avere molta sensibilità. Purtroppo qui verrebbe visto come una macchia sulla vita di un professionista, ma la realtà è che queste situazioni esistono e parlarne, renderle note e discuterle, è fondamentale per vincerle. Se poi è un campione a parlarne può essere d'esempio e aiuto alle persone normali.


Daniele Astarita: Non entro nel dettaglio perché non sono la persona adatta a rispondere a questa domanda. Dettò ciò, è importante che chi ci è passato ne parli apertamente. La salute mentale non deve più essere un tabù.


Luca Mazzella: La cultura sportiva italiana non è nemmeno in grado di prendere una posizione sensata su una querelle del tipo Lukaku-Ibra, dividendosi tra cannoni puntati e assurde aprioristiche prese di posizioni intrise di retorica. Sulle malattie mentali si fa altrettanta retorica, ma tra il timore di scadere in questo tipo di eccesso e quello di cavalcare lo sfottò verso il giocatore che precipita nel suo rendimento, mi tengo volentieri il rischio della prima. Paul George va giudicato con riferimento a quanto detto da lui stesso, Kyrie Irving oggi non può giudicarsi senza aver visto quei 10 minuti di conferenza dopo le due settimane senza dare notizie. Se tutto si riduce a bravo, non bravo, buono, cattivo, non ne usciamo più. È tutto polarizzato ormai, e se rischiamo di essere schierati pure nell’empatizzare verso un nostro coetaneo che può avere un momento di fatica psicologica, dovremmo farci tante domande sulla cultura sportiva o presunta tale che abbiamo attorno.





16 SETTEMBRE: BAM ADEBAYO DECIDE CON UNA STOPPATA NELL’ULTIMO POSSESSO LE SORTI DI GARA 1 DELLE EASTERN CONFERENCE FINALS

Una delle istantanee più indimenticabili dei Playoffs 2020 è la stoppata di Bam Adebayo su Jayson Tatum, due prodotti del Draft 2017 protagonisti di incredibili miglioramenti nelle loro prime tre stagioni in NBA. Ti aspetti un ulteriore salto di qualità nel loro gioco nei prossimi anni? Sotto quali punti di vista?



Dario Destri: Si parla troppo poco della qualità di Spoelstra come coach. Ormai veterano con 3 anelli al dito ha saputo costruire qualcosa di speciale nella bolla e la crescita di Adebayo è qualcosa di folgorante! Ripetersi credo sia quasi impossibile ma hanno messo le basi per qualcosa di importante.


Daniele Mazzanti: Credo la classe 2017 sia veramente una di quelle che ha tutte le potenzialità per rimanere negli annali. Adebayo è in costante e progressiva crescita dal giorno 1 del suo ingresso in NBA, mi aspetto da lui diventi ancor più prolifico come scorer. Tatum, secondo me, ha tutto per entrare nell’Olimpo, deve solo continuare sulla strada che ci ha mostrato nell’ultimo anno.


Riccardo Pratesi: Non sono un super estimatore di nessuno dei due. Credo siano entrambi ottimi giocatori, ma entrambi sopravvalutati. Tatum fatica come leadership e letture, però è un realizzatore portentoso. Mi ricorda il primo Melo, ma senza quella durezza fisica e mentale. Bam è lungo moderno, capace di cambiare su ogni avversario o quasi, difensivamente, ma non ha un singolo movimento offensivo "forte". I fenomeni a Boston e Miami si chiamano piuttosto Brown e Butler, secondo me...


Simone Mazzola: Sì una grande giocata. Tatum me lo aspetto nei prossimi anni tra i top 5/7 della lega perchè ha talento, fisico, grandi qualità... deve solo creare la leadership e un pò di killer instinct da maschio alfa. Adebayo grande giocatore, farà molto bene ma credo sia nel sistema perfetto per esaltarne i pregi nascondendone i difetti. E' fondamentale per gli Heat, ma anche se non mi piacciono i paragoni, non credo abbia le skills e il ceiling di Tatum.


Daniele Astarita: Da Tatum mi aspetto un miglioramento nel playmaking. Da Adebayo più fiducia nel suo tiro.


Luca Mazzella: Mentre ne parliamo, stanno continuando a migliorare. Sono nelle due franchigie dove probabilmente esiste il maggior culto del lavoro e la maggiore cura nello sviluppo a 360 gradi (mi vengono in mente Spurs e Warriors oltre loro) degli uomini a disposizione. Riley e Spoelstra + Stevens mi sembrano la combo migliore per far crescere con raziocinio giovani di talento e così vogliosi di arrivare. Credo abbiano ancora enormi margini di miglioramento e giocare partite come quella in foto aiuta a scalare più rapidamente gli scalini verso la gloria.





18 SETTEMBRE: GIANNIS ANTETOKOUNMPO RICEVE PER LA SECONDA VOLTA CONSECUTIVA IL PREMIO DI MVP

Antetokounmpo è stato eletto MVP sia nel 2019 che nel 2020, con i Bucks che entrambe le volte hanno avuto il miglior record della Regular Season e sono stati tra le migliori squadre sia per rating offensivo che difensivo. Nei Playoffs, però, non sono ancora riusciti a confermarsi. Cosa pensi che sia mancato maggiormente a questa squadra? Con un anno in più di esperienza e l’arrivo di Jrue Holiday, ti aspetti qualcosa di diverso nel 2021?



Dario Destri: MVP indiscusso, talento spaventoso ma fa fatica contro le difese dei playoffs. Ha troppe poche alternative all'attaccare direttamente il ferro e inizio a non capire cosa possa fare per cambiare questa tendenza. La squadra è forte, forse più funzionale di prima, ma manca qualcosa. I suoi limiti ad esempio diventano lampanti in area fiba quando trova il pitturato chiuso. Ma se trova la quadra è finita per tutti.


Daniele Mazzanti: Mi aspettavo qualche movimento di maggior spessore da parte di Milwaukee ma nonostante ciò credo che Jrue Holiday sia uno dei giocatori più sottovalutati della Lega e uno dei migliori difensori in circolazione. Le aspettative sono sempre quelle di vederli alle Finals, ma quest’anno l’Est è ancor più problematico.


Riccardo Pratesi: Sì, mi aspetto giochino le Finals. E dunque che vincano l'Est, che è comunque molto aperto. E' mancata soprattutto la capacità di tirare i liberi in volata al greco, ma anche e soprattutto un cast di supporto adeguato. Middleton è più un terzo che un secondo violino ideale, se vuoi vincere l'anello, Lopez più il quarto moschettiere che il terzo violino. L'arrivo di Holiday di sicuro migliora i Bucks, in assoluto come qualità e anche solo perché toglie loro il minus Bledsoe...


Simone Mazzola: Sarò impopolare forse, ma credo che Giannis con il suo tipo di gioco non potrà mai essere un closer nelle partite decisive punto a punto. E' un campionissimo, merita tutti i premi che ha ricevuto ed è un franchise player, ma con un neo non da poco... non credo potrà essere un closer e quindi potrebbe aver problemi fin tanto che non avrà una stella del suo livello con queste caratteristiche di fianco (o amplierà il suo bagaglio). Questa non sarà Middleton, non sarà Holiday o giocatori di questa categoria (che pur possono farlo in emergenza).


Daniele Astarita: Poca flessibilità da parte di Budenholzer ai playoffs, limiti strutturali da parte di Giannis ed accoppiamenti non favorevoli. Quest’anno mi aspetto le finali di conference, ma non credo arriveranno alle Finals.


Luca Mazzella: No, vedo gli stessi limiti senza alcuna differenza. Più profondi, difensivamente più rognosi, ma offensivamente prevedibili, legati a un modo di giocare che esalta e ovatta allo stesso tempo Giannis senza però contemplare una scappatoia in caso di difficoltà. Giannis, non a caso, aveva indicato Beal come rinforzo preferito. Alla squadra manca un creator/realizzatore dal palleggio che sbrogli situazioni complesse in attacchi fermi e ai quali vengono negate le prime soluzioni. Non mi pare che i Bucks abbiano colmato questa lacuna, seppur migliorati.





10 OTTOBRE: UN ESAUSTO JIMMY BUTLER IN GARA 5 DELLE NBA FINALS DIVENTA IL SIMBOLO DELLA CAVALCATA DEGLI HEAT NEI PLAYOFFS

La cavalcata di Miami nei Playoffs è stata accompagnata da una forte narrativa sulla “Heat Culture”. Ci sono altre realtà nell’NBA di oggi con un’identità tanto forte e “contagiosa” all’interno della stessa organizzazione?



Flavio Tranquillo: La Heat Culture non è un miracolo, ma un'impronta forte data all'organizzazione da una leadership altrettanto forte. Non si misura (solo) con i risultati sportivi, ma solo chi ha una forte cultura organizzativa può creare qualcosa di duraturo, anche in campo. Ben sapendo che nulla è eterno e lo sport è volatile per definizione.


Dario Destri: La "cultura" nelle franchigie non è cosa facile da trovare. Gli Spurs hanno avuto qualcosa di più, i Lakers la stanno ricostruendo ora, i Raptors secondo me hanno creato qualcosa di paragonabile alla Heat Culture. è una cosa che deve partire dalla stabilità dirigenziale, quello che hanno fatto i Raptors con Ujiri e Nurse ad esempio. Ma soprattutto devi avere tanta pazienza e la maggior parte delle franchigie non ne ha mai.


Daniele Mazzanti: Direi che un discorso analogo si possa fare (solo) per gli Spurs. Fino a che ci sarà Popovich, a San Antonio avranno quel pacchetto di intangibles dato dalla culture.


Riccardo Pratesi: Sì, certo. Gli Spurs di sicuro. Ma anche Golden State. Ho avuto la fortuna di essere beatwriter da San Antonio e dalla California di entrambe le franchigie, e la filosofia vincente instillata dai leader tecnici che negli anni si sono succeduti, Duncan e Ginobili da una parte, gli Splash Brothers, Curry in particolare, dall'altra, ha creato una cultura del lavoro invidiabile. Ovviamente le figure di Coach Popovich e Coach Kerr, e la continuità tecnica che hanno rappresentato assieme ai GM Buford e Myers, ha aiutato, ma se hai la fortuna di avere un grande campione che si rivela anche grande uomo, allora le dinastie si possono perpetuare nel tempo. Quantomeno su livelli di eccellenza, a prescindere dai trionfi. Ho seguito Jimmy Butler da beatwriter e residente da Minneapolis e posso testimoniare come abbia fatto di tutto e di più, lo racconto in 30su30 versione ebook, per cambiare l'atmosfera perdente ai Wolves. Quando ha capito che non interessava faticare per vincere, si è messo di traverso pretendendo di cambiare aria. E alla corte di Riley e Coach Spoelstra ha trovato quella fatta a sua immagine e somiglianza. I risultati sono sotto gli occhi di tutti...


Simone Mazzola: La Heat culture è li da vedere per quello che crea ogni anno, per come è ripartita post LeBron e per dove è ora. Io vedo un tipo di cultura simile nei San Antonio Spurs perché ho avuto la possibilità d'intervistare Claudio Crippa recentemente e mi ha spiegato alcune cose e negli Oklahoma City Thunder che pur non avendo vinto nulla hanno creato una cultura che seleziona e migliora giocatori ogni singolo anno. Credo che anche Toronto abbia queste caratteristiche.


Daniele Astarita: Dallas, Toronto e Indiana.


Luca Mazzella: Come detto sopra, mi vengono in mente Spurs e Warriors, più i Raptors delle ultime due stagioni. Le prime due però restano le mie preferenze: sono sicuro che ogni rookie, passando per una delle due franchigie, finirebbe con l’avere una sicura e duratura carriera NBA. Si impara a diventare uomini, ci si plasma nella cultura vincente della franchigia e in un’organizzazione vincente oltre il record. Miami è chiaramente la prima del lotto.





12 OTTOBRE: I LAKERS VINCONO GARA 6 DELLE FINALS E DIVENTANO CAMPIONI NBA PER LA 17ESIMA VOLTA

I Lakers, dopo aver mancato l’accesso ai Playoffs nel 2019, hanno “smantellato” il proprio young core e ceduto diverse scelte per acquisire Anthony Davis; e a Los Angeles, dal primo giorno, AD è stato indicato da LeBron come punto di riferimento della squadra. Ti saresti aspettato che Davis si dimostrasse pronto per reggere un ruolo, una pressione e una responsabilità del genere, in un contesto molto esposto come quello dei Lakers, già al primo anno?



Dario Destri: Non avevo il minimo dubbio su Davis, anzi per me poteva serenamente essere MVP della lega e delle Finali. Giocatore superiore, la spalla perfetta per LeBron (anche se parlare di spalla è riduttivo), il duo più forte della lega. Solo i Clippers potevano fermarli ma hanno deciso di fermarsi da soli. Find the difference.


Daniele Mazzanti: Sì, non avevo il minimo dubbio. Anthony Davis è sicuramente uno dei primi 10 giocatori in NBA ed è andato a giocare con uno che è uno dei 2 giocatori più forti in circolazione e non è al numero due di questa classifica. La bontà dell’operazione dei Lakers si misura in anelli e direi che nessuno possa dire nulla a riguardo.


Riccardo Pratesi: Sì, perché era in realtà esposto a una pressione minima. LeBron si porta sulle spalle, e ben volentieri, quel peso. Da campione fenomeno, da GM occulto, da Coach supplementare, da agente effettivo. Davis doveva solo limitarsi a fare quel che fa meglio: giocare. E lo ha fatto alla grande...


Simone Mazzola: Ero certo sarebbe stato a questo livello. Un campione come Davis non ci mette molto ad adattarsi a giocare con LeBron. Se consideriamo le caratteristiche di AD è semplicemente ingiocabile e immarcabile per il 90% delle squadre che non hanno un giocatore come lui che possa essere efficace fuori e dentro, ma soprattutto possa essere l'mvp difensivo al ferro e un all defensive team sul perimetro. Guardie forti ce ne sono tantissime, ali anche, ma giocatori bidimensionali di quella lunghezza (in tutte le accezioni) e così condizionanti si contano sulle dita di una mano, forse pure meno.


Daniele Astarita: Sì, non avevo dubbi, ed ero convintissimo che i Lakers avrebbero vinto l’anno scorso.


Luca Mazzella: Si, in questo LeBron è stato scudo nei rari momenti di sovra-esposizione e primo alleato in campo in un percorso di progressiva investitura e totale coinvolgimento tecnico, tattico e emotivo. Senza smanie di soppiantare il compagno rivendicando lo status di super-star, ma facendo un passo indietro per responsabilizzarlo e lasciargli il palcoscenico. Uno dei tanti modi di essere vincenti che la narrativa richiamata sopra con The Last Dance sembra soffocare, al di là dell’occasionalità del coinvolgimento e della prodezza del compagno di turno.





18 NOVEMBRE: DAGLI STUDI DI ESPN A BRISTOL (CONNECTICUT), ADAM SILVER PRESENTA IL PRIMO NBA DRAFT “VIRTUALE”

In queste prime settimane di Regular Season stiamo osservando i primi passi in NBA dei ragazzi della Draft Class 2020. Chi ti ha stupito di più, finora? E sul lungo periodo, quali prospetti ti sembra che abbiano il potenziale più interessante? Prime sensazioni su alcune possibili (precoci) steals?



Dario Destri: Wiseman mi piace tantissimo e credo sia finito nel posto adatto a lui, con Kerr e Draymond come mentori. LaMelo ha un talento sublime ma deve lavorare a fondo sulla sua disciplina e dovrà avere pazienza (anche LaVar). Molto interessante l'impatto di Patrick Williams a Chicago ma anche quello di Avdija a Washington, ma il suo talento era già chiaro al Maccabi Tel Aviv. Temo per Edwards ma solo perché vedo male Minnesota...


Daniele Mazzanti: Haliburton credo sia fatto e finito per restare in questa Lega a lungo, mi piace moltissimo.


Riccardo Pratesi: Classe mediocre, sulla carta. E infatti nessuno sta brillando in modo particolare. Non c'è uno Zion, o un Morant in questa classe. E certo non un Doncic. Mi ha stupito Haliburton che sta giocando bene a Sacramento in un ambiente difficile, perché disfunzionale. Bene anche Maxey, mio pupillo pre Draft, ma che non immaginavo avere un impatto tanto immediato per i 76ers che sono contender legittima, obbligata a vincere senza poter aspettare (la crescita di) nessuno. Mah, i tre giocatori col maggior talento, Edwards, Wiseman e Ball, scelti in quest'ordine al Draft, hanno enormi limiti di testa. Per cui non li vedo diventare fenomeni. Wiseman è finito nel posto ideale per lui: se non sfonda ai Dubs...


Simone Mazzola: A me piace moltissimo Deni Avdija che ho seguito molto l'anno scorso al Maccabi e secondo me ha tutto per fare una gran bella carriera NBA. Quanto bella dipende da lui, ma da quello che mi hanno riferito l'etica del lavoro e la voglia non mancano. Wiseman è quello che mi intriga di più perché potrebbe rendere i Warriors una squadra migliore e con il futuro rientro di Thompson e un anno di esperienza per lui si potrebbe tornare a fare i conti ad alto livello ancora con loro.


Daniele Astarita: Haliburton quello che mi ha stupito di più. Alla lunga credo che il migliore della classe possa essere LaMelo. Potenziali steal? Achiuwa, Maxey, Pritchard, Quickley e Bane.


Luca Mazzella: Achiuwa è nel contesto giusto per diventare qualcosa di simile a Bam. Giocatore da Heat Culture, si divertiranno a plasmarlo. Andando su nomi più caldi: Haliburton (ma condoglianze per dove è finito), Wiseman (a proposito di franchigie che formano progressivamente i giocatori inserendoli nel loro contesto vincente) e LaMelo, di cui adoro istinti primordiali e lampi di talento che non possono lasciare indifferenti. Poi tenta la giocata a effetto, perde palla, è leggerino, il tiro va e viene, ma ha istinti di autentica genialità che non si vedono in tanti. Andrò lungo, ma menziono anche Quickley come assoluta sorpresa rispetto alle aspettative che ne avevo (in generale, che avevo dei Knicks), Patrick Williams e Tillman.





19 NOVEMBRE: I WARRIORS ANNUNCIANO CHE KLAY THOMPSON SALTERÀ TUTTA LA STAGIONE 2020/21 PER UNA LESIONE DEL TENDINE D’ACHILLE

I Warriors hanno sostenuto un importante esborso per sostituire Klay Thompson e portare Kelly Oubre nella Baia. Cosa pensi del primo mese di stagione dell’ex Suns? E ti aspetti che i Warriors utilizzino la Disabled Player Exception di Thompson per rinforzare ulteriormente il roster nei prossimi mesi, nonostante siano la squadra maggiormente sopra la tax line dell’NBA?



Flavio Tranquillo: Klay Thompson non è sostituibile. Subito prima di infortunarsi, nelle Finali 2019, ha giocato da MVP nonostante i problemi fisici. Senza Thompson non possono esserci i Warriors per come li abbiamo conosciuti. Spero ardentemente che rivedremo lui al massimo, il resto conta relativamente.


Dario Destri: L'infortunio di Klay è una di quelle cose che spezza il cuore di ogni appassionato. Su Oubre io stravedo per lui ma sta mostrando grandi difficoltà a inserirsi in una sistema rodato e per niente semplice. Deve mettere a posto il tiro, da lì può svoltare. Si rimarrà in maglia Warriors ovviamente.


Daniele Mazzanti: Mi aspettavo qualcosa di più soprattutto vedendo l’ultima stagione dove a Phoenix ha fatto benissimo. Credo però abbia solo bisogno di tempo. Non so sinceramente come si andranno a muovere i Warriors, spero però che la stagione di Stephen Curry in modalità berserker continui.


Riccardo Pratesi: Un disastro. Percentuali di tiro da Urlo di Munch. Ovviamente l'atletismo e il talento puro non si discutono, ma Oubre è stato una palese delusione, sinora. Non riuscire ad approfittare dei raddoppi su Curry è addirittura criminale.

No, non credo. Comunque non sono da titolo. E comunque possono aspirare ai playoff pure così, se Steph continua a giocar bene e una rotazione comunque corta non è decimata dagli infortuni. Inutile spendere e spandere senza poter comunque fare l'upgrade, come obiettivi...


Simone Mazzola: Dicevamo di Thompson... qualcosa per rendere la squadra più competitiva con il rientro di Curry si doveva fare e Oubre a me personalmente non dispiace. Dipende poi a cosa lo si rapporta. Che faccia il Thompson è impensabile, ma è un giocatore funzionale per ogni squadra e anche se ha iniziato malissimo nel tiro da fuori, riuscirà a dare il suo contributo secondo me. Che possano muoversi ancora non è da escludere, ma se lo faranno non credo sarà una mossa fine a se stessa per questa stagione, dove onestamente possono arrivare fino a un certo punto.


Daniele Astarita: Oubre sta faticando tantissimo al tiro e non è ancora entrato nei meccanismi di Coach Kerr. L’exception potrebbero utilizzarla o meno a seconda delle loro ambizioni (vedremo come sarà il loro record tra qualche settimana).


Luca Mazzella: Per me Golden State torna quella Golden State solo e esclusivamente con Klay. Ogni toppa grande o piccola, giovane o di esperienza, di classe o di sostanza, non potrà mai dare la medesima consistenza difensiva e offensiva di Thompson. Anche in termini di intesa coi compagni, capacità di incidere sul tabellino senza togliere palla dalle mani di Steph. Ogni mossa forzata li mette in difficoltà per il prossimo anno, resterei così facendo in modo da trovarmi Wiseman perfettamente inserito il prossimo anno.





15 DICEMBRE: ATTRAVERSO I SUOI PROFILI SOCIAL ANTETOKOUNMPO ANNUNCIA L’ESTENSIONE DEL SUO CONTRATTO CON I BUCKS

Le richieste di trade da parte delle superstar si sono decuplicate negli ultimi anni e hanno infiammato il dibattito sul player empowerment e sull’appeal dei big market. Ti aspettavi, in questo contesto, la scelta di Antetokounmpo di impegnarsi a lungo termine con i Bucks? Pensi che la sua estensione abbia un significato particolare per la lega?



Flavio Tranquillo: No, penso che sia una decisione individuale presa da un lavoratore, come tutte. Si inserisce in un contesto particolare, differisce da altre prese da altri lavoratori in circostanze simili ma per me finisce lì.


Dario Destri: Riconoscimento, fedeltà. Deve tanto ai Bucks e vuole vincere a casa sua. Magari fallirà ma merita la mia stima, bravo Giannis.


Daniele Mazzanti: No, non me l’aspettavo e in fin dei conti sono contento anche perché è una scelta che non so quanti avrebbero fatto. Sta ora a Milwaukee -che ha corso l’enorme rischio di trovarsi col cerino in mano- creare attorno a lui una squadra da titolo. Alla fine è così che funziona un contratto no? Do ut des.


Riccardo Pratesi: Non mi aspettavo nulla. Pensavo rimanesse perché mi aveva convinto quando mi aveva parlato di come volesse legarsi a vita a Milwaukee per avere un Giannis day sul modello di quelli guadagnati da Duncan a San Antonio e Bryant a Los Angeles. Ma non mi aspettavo nulla. Ne sono felice, comunque. I piccoli mercati partono sempre svantaggiati e la sua scelta e quella di Lillard valgono ben oltre i (tanti) soldi presi. Io non valuto i giocatori (solo) dai trofei vinti, ma da cosa hanno fatto per provare a vincere. Sul campo e fuori. No, non credo la scelta di Antetokounmpo rappresenti un trend. Solo una valutazione individuale. Che io personalmente applaudo. C'è più gusto nel prendere la strada meno battuta...


Simone Mazzola: Sinceramente mi aspettavo rifirmasse perché Giannis è una stella diversa dalle altre. Penso abbia un grande senso di riconoscenza per Milwaukee e abbia riconosciuto che perlomeno il front office stia facendo di tutto per metterlo nelle condizioni di vincere. Io apprezzo molto i Giannis o i Lillard che restano nella loro squadra e vogliono essere le bandiere anche a costo di non vincere. Mi piacciono pochissimo le star che forzano trade nei modi più subdoli o creano i loro superteam a comando. Detto che fanno ciò che è giusto per la loro carriera, la deriva dei superteam con 3-4 stelle non mi è mai piaciuta molto.


Daniele Astarita: Sì, me l’aspettavo. Per l’attitudine di Giannis e per la sua storia.


Luca Mazzella: Penso sia una scelta coraggiosa e ancora in linea con le aspettative che Giannis ha di se stesso e dei Bucks. Temo che un altro paio di stagioni di un certo tipo possano esporlo al medesimo quesito che si sono poi posti LeBron e KD, seppur con diversi roster attorno in quel momento, seppur con scelte diverse e risultati diversi nelle modalità di raggiungimento degli stessi. Giannis vuole vincere a modo suo, sarebbe un unicum, onore a lui. Ma dovrà combattere con la dirigenza e puntare i piedi per avere i giocatori necessari per vincere.





22 DICEMBRE: KEVIN DURANT FA IL SUO DEBUTTO CON LA MAGLIA DEI BROOKLYN NETS

Kevin Durant è tornato dopo 18 mesi di inattività e un grave infortunio, ma sembra proprio... Kevin Durant. E oltre a lui e Kyrie Irving, ora è arrivato a Brooklyn anche James Harden. Quali sono le tue prime sensazioni su questi Nets?



Flavio Tranquillo: Le primissime sensazioni sono state che fossero i più forti in assoluto. Subito dopo, Irving si è fermato ed è arrivato Harden. Panta rei in questa NBA del 2021.


Dario Destri: Quanto ci è mancato KD, che talento sovrannaturale. Sui Nets ho tanti dubbi perché ora li vedo un po' troppo corti e troppo legati alle lune di Kyrie. Qui servirà un lavoro da "psicologo" da parte di Steve Nash, mentre in campo vanno gestiti perchè quei tre se trovano equilibrio possono fare un po' quello che vogliono. Io però la trade per Harden non l'avrei fatta.


Daniele Mazzanti: Forti, tanto. Potenzialmente magnifici, devono registrarsi e resistere alla tentazione di giocare in 3 al posto che in 5.


Riccardo Pratesi: L'ennesimo Super Team costruito per mere ragioni di marketing. Con tre talenti offensivi meravigliosi, ma senza minimamente tenere conto della coesistenza tecnica e caratteriale dei giocatori. Scelta da luci brillanti e marketing inarrivabile di New York. Nel medio periodo l'implosione sarà ovvia, per me. O vincono subito, o non vincono mai...


Simone Mazzola: L'unica differenza sarà come starà Durant per la tutta lunghezza della stagione. Lui è un game changer e averlo o meno fa la differenza anche se nella tua squadra hai Harden e Irving. E' un po' il discorso che facevo per Davis... così non ce ne sono e se lo hai o meno cambia la prospettiva delle cose. La questione Irving credo si commenti da sola, la mia idea su Harden l'ho espressa più o meno nella risposta prima quindi, al netto del grande valore delle altre due stelle, tutto ruota attorno a KD.


Daniele Astarita: Devono fare qualche scambio alla deadline e poi potrebbe diventare i favoriti ad est per arrivare alle Finals. Ad oggi faticano in difesa e non sanno ancora quale quintetto utilizzare per finire le partite.


Luca Mazzella: Troppo presto per dirlo, sono incompleti e manca ancora il quinto che probabilmente finirà come starter le partite con i Big 3 e Harris. Non penso esista un agglomerato di talento offensivo superiore a questi 3 ragazzi in tutta la lega e penso siano esistite forse un paio di combinazioni a questi livelli e non di più. Harden ha dimostrato da subito di saper giocare in modo diverso da quell’abuso di isolamenti che era diventato il suo gioco ai Rockets, denotando un’intelligenza che appartiene ai soli grandissimi. Kyrie deve saper fare un passo indietro e moderare un ego con precedenti pericolosi in situazioni simili. KD assiste, aspetta che arrivino i Playoffs e quando la palla peserà sarà lui a buttarla dentro, senza troppi fronzoli. Nella prima gara giocata coi Bucks avrei detto che aveva senso puntare su Jordan che si era accoppiato molto bene a Giannis e sarebbe comunque un corpo da opporre eventualmente a Embiid, poi mi sono ricreduto e penso sia necessario aggiungere centimetri e un paio di difensori credibili. Anche se per quanto diremo che l’attacco vende i biglietti e la difesa vince le partite, questi in attacco rischiano di essere una cosa mai vista. Con possibili evoluzioni... mai viste.