• Alessandro Di Marzo

Sam Presti e il rischio dei troppi asset



Questo articolo, scritto da Charlie Liptrott per Double Clutch e tradotto in italiano da Alessandro Di Marzo per Around the Game, è stato pubblicato in data 7 dicembre 2020.


L’NBA è fatta di superstar, ed è difficilissimo vincere un titolo senza di esse. E per acquisirle ci sono tre modi: free agency, draft o trade. Questi ultimi due sono i più affidabili per franchigie con poca rilevanza sul mercato, situate in città che non attirano le attenzioni dei big. Ed è proprio questo il motivo per cui vediamo sempre più spesso i front office accumulare asset futuri, specialmente in fase di ricostruzione.


Ma ridurre i giocatori a semplici asset non permette di prendere in considerazione anche altri aspetti. Fit, personalità, chimica di squadra, impegno, etica del lavoro e altri fattori possono infatti essere trascurati, se si fa vertere tutto attorno alla strategia di successo implementata da una franchigia.


Nell'accumulare asset, ci si muove attraverso scambi in modo da ricevere tanti giocatori con contratti favorevoli e tante scelte; così facendo, attrarre una superstar può, in seguito, risultare più semplice, in quanto si può provare a pescarla al Draft, oppure scambiare pacchetti di scelte e buoni giocatori per arrivarci più rapidamente. Di certo non ci troviamo davanti a qualcosa di nuovo di per sé, ma oggi la questione si è evoluta molto rispetto al passato.

Nel 1975, Kareem Abdul-Jabbar fu scambiato ai Los Angeles Lakers (assieme a Walt Wesley) dai Milwaukee Bucks in cambio di Junior Bridgeman, Dave Meyers ed Elmore Smith. Nel 1992, Charles Barkley sbarcò ai Phoenix Suns, mentre i Philadelphia 76ers ottennero Jeff Hornacek, Andrew Lang e Tim Perry. In entrambi i casi, la squadra che ottenne il giocatore migliore fu considerata la "vincitrice" dello scambio. Ora, invece, viene considerato maggiormente un altro fattore, perché ciò che viene sacrificato in questo tipo di scambi ha più valore.


Il più chiaro degli esempi è rappresentato dall’insieme di movimenti di Sam Presti, General Manager degli Oklahoma City Thunder, che viene considerato “vincitore” di molte trade in cui ha scambiato grandi giocatori in cambio di, soprattutto, un numero enorme di scelte al draft.


Il primo grande movimento di mercato che ha seguito questa filosofia si è verificato durante l’estate scorsa, quando Presti ha ceduto Russell Westbrook agli Houston Rockets per Chris Paul, le scelte al primo giro del 2024 e del 2026 ed i diritti di scambio per le scelte del 2021 e del 2025.


I Rockets sulla carta hanno acquisito il migliore giocatore in ballo, vale a dire un ex MVP più volte All-Star e membro di All-NBA Teams in 8 delle precedenti 9 stagioni. Al contrario, era dal 2016 che Paul non partecipava ad un All-Star Game prima di quest’anno. Quindi, Presti ha preteso altri asset oltre al contratto di CP3 (simile a quello di Russ), ovvero le tante scelte di cui si è parlato.


OKC ha provato a scambiare Chris Paul a stagione in corso, ma senza successo, dunque il futuro Hall of Famer ha terminato la stagione ai Thunder, recuperando la forma del passato e tornando a far parte di un All-NBA Team, il secondo. E questo ha contribuito a far aumentare il suo valore.


Con il futuro dei Rockets ora in bilico, le scelte provenienti dal Texas potrebbero diventare preziose. E per concludere l’opera, poche settimane fa CP3 è stato scambiato ancora, direzione Phoenix, ancora in cambio di una scelta al primo giro ed altri giocatori, a loro volta ulteriormente sacrificati per arrivare ad altre scelte.


Ma non finisce qui: quando Paul George è stato scambiato ai Los Angeles Clippers, i Thunder non solo hanno ottenuto ben 5 scelte al primo giro e 2 diritti di scambio, ma anche Danilo Gallinari e una guardia molto promettente come Shai Gilgeous-Alexander.


Un'altra squadra che ha accumulato molti asset? Dopo aver ottenuto 3 scelte al primo giro, oltre a giovani come Lonzo Ball, Brandon Ingram e Josh Hart in cambio di Anthony Davis, il GM dei New Orleans Pelicans, David Griffin, se ne è portate a casa altre 2, assieme a 2 diritti di scambio, Eric Bledsoe e George Hill - cedendo Jrue Holiday.


Il tutto si è concluso con l’addio di Steven Adams per OKC, finito proprio in Louisiana in cambio di vari giocatori e, soprattutto, una scelta al primo giro.

Nonostante la crescente considerazione che stanno acquisendo gli asset futuri per i front office NBA, accumularli non è un percorso sicuro per una franchigia. Accumularne troppi può risultare rischioso.

Il caso Celtics


Nel 2013 Danny Ainge, General Manager di Boston, ha scambiato Jason Terry, Paul Pierce e Kevin Garnett (rispettivamente di 35, 35 e 37 anni) ai Brooklyn Nets in cambio di moltissimi asset: 5 giocatori, 3 scelte al primo giro e un diritto di scambio per la scelta del 2017. Ed è così che è iniziato il cammino dei Celtics basato sull’accumulazione.


Similmente a come ha fatto Presti, Ainge avrebbe sacrificato quasi tutto pur di ricevere in cambio qualcosa di valore, con lo scopo di tornare competitivi in futuro. E nel 2014, ha salutato anche Rajon Rondo, l’ultima pedina rimasta dei Celtics del 2008, quelli del 17esimo ed ultimo anello, in cambio di 3 giocatori ed altre scelte. Per ultimo, ha essenzialmente scambiato anche Doc Rivers per ottenere un’altra scelta al primo giro.


Nel 2017 sono arrivati i primi risultati positivi: i Celtics hanno ottenuto la prima scelta, derivante proprio dalla trade con Brooklyn; hanno poi fatto trade down ottenendo la terza assieme ad altre scelte, per poi selezionare Jayson Tatum - futuro All-NBA - e affiancarlo a Jaylen Brown, scelto nel 2016 con un’altra pick dei Nets.

Pochi mesi dopo il Draft 2017, i Celtics hanno acquisito la prima vera superstar dopo anni: Ainge ha infatti scambiato Isaiah Thomas, Jay Crowder, Ante Zizic e una scelta al primo giro del 2018 a Cleveland in cambio di Kyrie Irving. E 3 dei 4 asset sacrificati venivano proprio da precedenti trade, così come la scelta, ovviamente di Brooklyn.

Ora, a prescindere dal discutibile contributo offerto da Kyrie, questo scambio ha mostrato i benefici dell’accumulazione di asset, visto che ha permesso ad Ainge di accelerare molto il processo di ricostruzione. Ma allo stesso tempo, sono venute fuori anche le insidie intrinseche di questo metodo.

Grazie a tutti questi asset sono stati molti i nomi affiancati ai Celtics negli anni, da Jimmy Butler a Paul George, passando anche per Anthony Davis.


Mesi prima dell’affare Irving, Thomas aveva segnato 33 punti in una gara di Playoffs, dopo aver perso la sorella il giorno precedente in un incidente stradale; poco dopo, al turno successivo, aveva giocato un’altra grande partita, pur con un problema all’anca. Ma nonostante tutto, nonostante l’amore che si era guadagnato, Ainge lo ha scambiato.


Il modo in cui è stato trattato Thomas ha avuto un forte effetto sull’opinione pubblica, tanto da allontanare le attenzioni di alcuni giocatori. Ecco, per esempio, le parole del padre di Anthony Davis:

"Non vorrei mai che mio figlio giocasse a Boston. Non c’è un briciolo di lealtà: questo ragazzo ha dato cuore ed anima alla squadra, ma lo hanno scambiato lo stesso”.

Ancora oggi i Celtics dispongono di vari asset: non hanno "premuto il grilletto". Quest’anno c’era la volontà di fare trade up nel draft, ma non hanno trovato nessuno che volesse le loro tre scelte al primo giro; l’unica mossa ha coinvolto la 30esima scelta, scambiata per due pick future al secondo giro.


Alcuni incolpano Ainge di aver aspettato troppo a lungo e di aver sopravvalutato gli asset posseduti. Forse il GM dei Celtics è stato troppo paziente, dopo aver alleggerito i Nets, lasciando passare alcune opportunità sul mercato.


E Presti potrebbe imparare qualcosa, da questa storia. Accumulare tanti asset è una strategia intelligente per ricostruire una franchigia, ma è meglio utilizzarli, se si presentano le occasioni.