• Andrea Fanicchi

Sixers supporting cast: personaggi in cerca d'autore


FOTO: NBA.com

Se l'NBA fosse una rappresentazione teatrale, saremmo agli ultimi ritocchi della grande prova generale, prima dello spettacolo senza rete che andrà in scena a partire dalla terza settimana di maggio.

Se i Sixers fossero una compagnia, agli ordini dell'impresario Daryl Morey e diretti dal regista Doc Rivers, cinque sarebbero le primedonne, Joel Embid e Ben Simmons, Tobias Harris, Danny Green e Seth Curry. Pronti a recitare da protagonisti un copione pieno di dramma e di colpi di scena.

Ma non c'è opera che possa essere degna di rappresentazione, senza l'aiuto dei comprimari, dei caratteristi, finanche dei suggeritori. È su di loro che oggi puntiamo le luci della ribalta. Su il sipario.


I “Quasi Titolari

Il primo della lista è l’ultimo arrivato, George Hill. Preso per le sua capacita di playmaking, per saper indirizzare il flusso del gioco al giusto ritmo. Preso per la sua difesa e per la pericolosità in spot-up. Hill è reduce da un infortunio e il suo inserimento in squadra è stato più che graduale. Poco più di 18 minuti d’impiego ad oggi, nei quali George segna solo 5.5 punti di media, distribuisce appena 2 assist e soprattutto colpisce da tre con poco più del 30%, ben lontano dai suoi picchi in carriera, oltre il 40%. Non immaginatevi che i suoi minuti crescano a dismisura in post-season, ma aspettatevi di vederlo nei quintetti clutch, nei finali punto a punto, se ci sarà da chiudere le porte, quando servirà una tripla spezza-equilibrio.

Dopo di lui Matisse Thybulle. Difensore spettacolare, tra i migliori nelle metriche avanzate, anche in considerazione dell’impiego limitato. Matisse è il leader in NBA per rubate e deflections per 36 minuti ed è 20esimo assoluto tra gli stoppatori, primo dei non-lunghi. I suoi exploit difensivi, i suoi incredibili closeout e i suoi ineffabili recuperi lo hanno inserito di diritto nelle conversazioni per uno dei Team All-Defense.



Con l’arrivo di Hill, Doc Rivers ha sperimentato anche un utilizzo di Thybulle da 4 in uno small-ball della second unit votato ad intrappolare ali stretch: il ragazzo ha retto il colpo, ad ulteriore dimostrazione della propria duttilità. I problemi vengono a galla sull’altro lato del campo, però.


Thybulle era e al momento resta un mediocre attaccante, che va poco al ferro e con un range che va e viene, ma soprattutto va. Pessimo da tre durante tutta la stagione - con solo qualche isolata prestazione rimarchevole - dovrà provare a superare questo limite per poter aspirare a un utilizzo più costante, anche se poi il suo contributo servirà, eccome se servirà, per cercare di limitare, se non proprio fermare, le bocche da fuoco che i Sixers potrebbero incontrare nel loro cammino, leggasi alla voce Harden, Irving & Durant.

Incredibile ma vero, se si pensa ai propositi di inizio stagione, ma una casella in questa categoria la occupa Dwight Howard, un Superman all’ennesimo sequel, non ancora pronto evidentemente a indossare in via definitiva i panni di Clark Kent. Preso per essere un back-up, questo è quello ha fatto il buon Dwight, guadagnandosi rimbalzo dopo rimbalzo - specialmente in attacco, dove ancora dà la paga a tanti lunghi - sportellata dopo sportellata, tecnico dopo tecnico, l’amore incondizionato della sparuta tifoseria di ritorno in presenza al Wells Fargo Center. Philly ama i duri e Dwight non si tira indietro.


Statisticamente la sua stagione è speculare a quella dello scorso anno ai Lakers, e questo è già di per sé un mezzo miracolo. Con l’utilizzo destinato a crescere oltre i 40 minuti - se il fisico regge - per Joel Embiid, il ruolo di Howard è orientato a diventare più marginale. Vero è che se Rivers si gira verso la panca, di lunghi pronti a rimpiazzare il Totem ne vede pochi, quindi Dwight dovrà essere lì, abile e arruolabile, anche fosse solo per fare tirare il fiato a Joel. Sperando poi nel più inaspettato dei bis. Sognare non costa nulla.

Le “Terze Linee

Shake Milton in questa categoria ci sta da retrocesso, e gli basterebbe poco per tornare tra i primi rincalzi. Gran parte della stagione l’ha infatti passata da sesto uomo designato, il primo a uscire dalla panchina, la cosa più vicina a Sweet Lou Williams che Doc Rivers potesse avere a disposizione, nella sua nuova esperienza a Philadelphia. Poi però è arrivato il grande freddo, quello della mano soprattutto. Shake segna comunque 14 punti - rapidi - a partita, ma lo fa con un’efficienza minore, sia da due che da tre, così come interpreta con molta incertezza il ruolo di backup PG, che forse però non era mai stato nelle sue corde.



Con i Playoffs in arrivo, con la rotazione più corta, Milton rischia di vedersi superato da chi può portare palla con maggior perizia (leggasi Hill) o chi difende con maggiore applicazione (avanti Thybulle). Poi però arriveranno magari le sfide nelle quali sarà necessario inventarsi un canestro e danzare al ritmo di Shake, Shake, Shake.

Furkan Korkmaz invece perde posizioni soprattutto a causa dei guai fisici - caviglia in disordine - che lo hanno tenuto fuori gioco nelle ultime settimane. In realtà Furk the Turk ha avuto la sua buona dose di momenti di gloria in stagione, mostrando miglioramenti sia in fase offensiva, grazie ad un ball-handling più affidabile, che (inaspettatamente) in difesa, dove grazie a una volonterosa applicazione, non è sembrato più quel lampione di qualche stagione fa. Il tiro dalla distanza poi è sempre lì.


Certo, i Playoffs non sono il terreno ideale di Korkmaz, facile target come difensore di qualsiasi tattica avversaria, per cui me lo immagino molto seduto a guardare, in attesa che arrivi il suo turno.

Tyrese Maxey, come noto, è un rookie, è pure il più giovane del roster, ergo il suo nome potrebbe non far rima con post-season, mai dire mai comunque. Il ragazzino dell’exploit di gennaio da 39 punti contro i Nuggets, nelle ultime 10 partite giocate viaggia a 10 punti di media in 16 minuti di utilizzo, compila un rimarcabile 50% dal campo e un ancor più sorprendente 40% da tre. Commette ancora qualche ingenuità, ci mancherebbe, ma quando innesta la marcia viaggia a velocità siderali. Magari tornerà buono come “microwave”, capace di sfornare punti caldi nel giro di pochi minuti.

A chiudere questa sezione due veterani, due da spendere - con molta parsimonia - per tappare qualche buco, che si fosse malauguratamente venuto a creare.


Mike Scott quest’anno si è fatto notare più per la faccia triste, che trascina di gara in gara, che per le prestazioni in campo. Spesso al di sotto della decenza. Tira con meno del 40% dal campo, e sotto il 70% pure dalla lunetta. Sempre in ritardo in difesa, sta perdendo anche quella poca fiducia su di lui riposta da coach Doc. Poi, però, lo ricordo in un buzzer beater di qualche Playoffs fa contro i Nets e, fosse anche per disperazione, mi risale la (poca) speranza. La stessa poca (voglia e) speranza che ho di vedere Anthony Tolliver evoluire in un contesto competitivo.

Gli “All-Bench Boys”

In questo “girone” ci stanno i ragazzi del garbage time, quelli che - detto col massimo rispetto - sarà più facile vederli sventolare asciugamani e battere il cinque ai compagni, che calcare i parquet prossimi venturi.


Paul Reed, il mitico Bball Paul, è stato pure MVP e ROY della G-League, ma con i grandi ha alternato momenti esaltanti (pochi) a svarioni topici (non tanti, ma notevoli).


Isaiah Joe, oltre ad avere uno dei nomi più western in circolazione, ha fatto vedere di avere range e voglia di migliorare, mentre Rayjon Tucker l’ho notato più che altro per l’originale capigliatura. Diciamo così, il loro momento probabilmente arriverà se, e solo se, tutto sta andando molto bene, o tutto è andato molto male.

Qualche mestierante, un paio di vecchie conoscenze, uno stuolo di caratteristi, alcuni aspiranti protagonisti, ma forse a mancare è proprio l’attore in grado di improvvisare quando per trovare l’applauso è necessario uscire dal copione.


Nel cast dei Sixers sta finendo il tempo delle audizioni. È ora di andare in scena.


Buona visione.