• Domenico Mambretti

Sognando Bennett


FOTO: NBA.com

Avete presente quello stato di dormiveglia semicosciente in cui il tempo si dilata fino quasi a scomparire e a noi sembra di percepire, o vedere, infiniti flussi di immagini continue? E' un processo della durata di pochi istanti e rappresenta il gradino, l'ultimo, prima del salto nel mondo onirico vero e proprio. Una manciata di secondi, nulla di più, in cui tutto si crea e tutto si distrugge, lasciandoci attoniti come davanti al miraggio di un’oasi nel deserto.


Fuor di metafora, mi ritrovo a vivere l’esperienza nella calda notte del 27 Giugno 2013, quella del Draft. Ancora non so che verrà bollato come uno dei peggiori della storia, ci vorrà (poco) tempo.


Diversi addetti ai lavori concordano alla quasi unanimità sul talento a disposizione in quel Draft, che non è certo dei più sconfinati, riducendo a due la lista dei nomi in lizza per quel primo posto: Ben McLemore, esuberante e iperatletica guardia di Kansas, e Nerlens Noel, centro e pietra angolare della Kentucky di coach Calipari. Di altri atleti interessanti ce ne sono: Victor Oladipo, Alex Len, Trey Burke o Shabazz Muhammad, idolo delle studentesse di UCLA, per citarne alcuni. Nessuno di essi però sembra capace di far distogliere lo sguardo dal palco ai due ragazzi che, come avvoltoi in volo su di una carcassa, puntano il trono con aria famelica.


Finalmente dalle quinte appare un enigmatico David Stern. La bocca, increspata da un'espressione sardonica si tradisce definitivamente pochi passi dopo quando, raggiungendo il leggio, muta in un ghigno consapevole di chi conosce l'entità della burla architettata. With the first pick of the 2013 NBA Draft, the Cleveland Cavaliers select...” e poi, silenzio. Subito rivolge lo sguardo alla platea e, gesticolando, la incita ad alzare il volume. Bastano pochi secondi a fugare ogni dubbio:Anthony Bennett.


Il Barklays Center di New York esplode in un boato che sa di gioia ma anche di incredulità.



I suoi numeri da matricola a UNLV non sarebbero nemmeno così disastrosi. È un buon realizzatore, capace di vedere il canestro da ogni distanza, rimbalzista solido e particolarmente atletico in relazione alla stazza. Farebbe certamente comodo a qualsiasi franchigia, ma nessuna di esse pare averne davvero bisogno. La prospettiva, almeno quella dei Cavs, vuole allinearsi con i prematuri quanto ovvi paragoni sprecati da Shane Battier: Kareem, Magic, LeBron... Ma lo stupore è troppo tangibile.


Forse perché siamo nella Grande Mela e se sei riconosciuto con quel nominativo, certamente ti ritroverai a condividere la piazza delle personalità di spicco con un certo cantante italoamericano dalla voce bollente, a cui piace da matti il nickname Tony. Sono le note di It Could Happen to You quelle che meglio ci sostengono nel volo tra le braccia di Morfeo nel nostro sogno lucido.


Si sa, una prima scelta è una prima scelta e nulla è in grado di generare hype quanto la pick numero uno. Intanto il draft prosegue, il primo giro è agli sgoccioli, le ore grazie al fuso continuano ad essere piccole e le mie palpebre si fanno sempre più pesanti. Hide your heart from sight, Lock your dreams at night...”, il crooner dalla voce bollente comincia a cantarmi nella mente e le immagini inizialmente poco nitide si susseguono in vortici di forme e colori fino a cristallizzarsi, come fotografie che immortalano gli highlights del giovane canadese.


Scorgo quella che dovrebbe essere la sua opening night, guarda un po’, proprio ospitando i Nets. Il sorriso bonario del ragazzone con la maglia numero 15 potrebbe tranquillamente confonderlo con uno dei figli di Bill Cosby nei Robinson. Gli occhi della Quicken Loans Arena sono tutti puntati sul suo primo tiro: scarico dall'angolo di Jarrett Jack, catch&shoot da dove conta tre. La parabola del tiro sorregge il silenzio dei nodi alla gola degli astanti.


Solo rete. Anche al secondo. E al terzo. Quella sera ne metterà 26, con 5 triple a referto, in un periodo storico in cui i quattro abili dalla distanza sono merce più pregiata di una seta del Catai.


Le istantanee eteree continuano a susseguirsi: lo vedo vincere il Rookie of the Year davanti ad uno spumeggiante Michael Carter-Williams, timbrare un career high di 48 punti in una Milwaukee che nemmeno riesce a pronunciare il nome del giocatore che ha scelto allo stesso Draft: un greco che non sembra discendere dalla stessa stirpe olimpica del pantheon europeo.


FOTO: NBA.com

Il ragazzo però è precoce e brucia tutte le tappe. Forte di un legame inossidabile sigillato da un pick&roll d'elite con il compagno Kyrie, Cleveland più che un “errore” sembra un cigno, sopra quel lago. Ma i Playoffs sono altra cosa e il sonoro sweep al primo turno contro i Miami Heat è scontato. LeBron James è troppo forte. E altrettanto forte è il suo attaccamento all'Ohio, che lo spinge a tornare a casa, quell'estate, da free agent.


I nuovi big three che si vengono a comporre sono dinamite pura: Irving offensivamente è incontenibile e Il Prescelto manifesta onnipotenza in ogni zona del campo, ma è il canadese la vera chiave di volta. In un solo anno ha imparato a difendere, a portare i blocchi, a giocare un post efficientissimo e soprattutto ha raffinato la sua meccanica di tiro tanto da raggiungere ottime percentuali.


La convocazione all'All-Star Game è solo l'aperitivo di ciò che accadrà a giugno. Sarà un titolo folle, nemmeno una squadra fluida e in ascesa come Golden State potrà opporsi al dominio totale dei ragazzi di coach Blatt. Mentre uno stridente “this is for you” si libra nell'aria tra le emozioni di chi lo ha pronunciato, Anthony Bennett stringe forte tra le braccia il suo trofeo con lo stesso sorriso che Stern aveva riservato alla sua chiamata, perché adesso nessuno può portarglielo via.


E’ su quello scatto, su quell’istantanea che tutto d’un tratto il sogno evapora, svanisce, lasciandomi vigile a domandarmi se fosse successo tutto davvero.


Per davvero arriverà la sera del debutto contro Brooklyn, ma il tiro che nel sogno aveva mozzato il fiato di circa ventimila persone si stamperà violentemente sul ferro. E anche il secondo. E il terzo. Segnerà solo due liberi e per vedere il primo canestro dal campo dovremo aspettare ben cinque partite: l'ospite sarà ancora Milwaukee, lo stesso del career high, che però su quel greco atipico avrà di che leccarsi i baffi in futuro.


E il titolo? Anche quello arriverà presto, ma non per lui. Mentre LeBron oscura la vallata a Iguodala, Anthony sta discutendo il suo nuovo contratto annuale con Brooklyn. Esatto, ancora lì, dove tutto ebbe inizio. E dove tutto finì, perchè dopo sole 23 apparizioni, verrà tagliato per non rimettere mai più piede in NBA.


Ironia della sorte, un anno più tardi un trofeo lo vincerà per davvero ma questa volta non sarà il Larry O’Brien: in canotta Fenerbahçe alzerà al cielo la coppa di un’Eurolega vissuta da assoluto non-protagonista, con una manciata di apparizioni all’attivo e una media punti nemmeno considerabile tale. All’intero di un torneo che, per quanto competitivo, ci si aspetta sempre che venga dominato da chi ha attraversato l’oceano per giocarlo. O almeno questo vuole la leggenda.


La prima scelta è la prima scelta, già, anche quando è la peggiore della storia del gioco. E' il passo che separa sogno da incubo ad essere più corto di uno step back.