• Luca Losa

Sono ritornati i Bubble Heat?

Dopo un avvio complicato i Miami Heat hanno ritrovato meccanismi e automatismi della passata stagione. I risultati si vedono.




Certe imprese, quanto più tali, si stampano indelebilmente nel pensiero e nell’immaginario collettivo. E possono, per un certo lasso di tempo, alterare la percezione che abbiamo di tutto ciò che è relativo ai loro protagonisti.


È così che quest'anno, per molti, ogniqualvolta si parli dei Miami Heat, il pensiero vada alla loro indimenticabile cavalcata nella bubble. Il che, inevitabilmente, ha alzato le aspettative su di loro riposte.


Più volte, nel primo scorcio di stagione, gli Heat mi hanno fatto chiedere - e son sicurissimo di non essere l’unico - se stessi vedendo veramente la stessa squadra arrivata pochi mesi prima a contendersi il Larry O’Brien.


In questa prima metà di Regular Season, oltre a dover far fronte a una serie infinita di infortuni e assenze legate ai protocolli-Covid, che li hanno resi la copia sbiadita della squadra ammirata a Orlando, i ragazzi di coach Spoelstra hanno dovuto scontrarsi anche con la memoria. È come se ogni volta che scendono in campo si possa vedere ance lo “spettro” delle loro prestazioni nella bolla - un po' come succede nelle gare a tempo dei videogiochi di racing, dove la propria performance migliore è lì a fare da riferimento.


Della povertà di gioco e risultati di Miami erano delusi, fino a un mese fa, gli stessi giocatori. Quando la squadra aveva appena iniziato a ingranare, Jimmy Butler aveva commentato, laconico: “Fin qui, semplicemente, non abbiamo giocato una buona pallacanestro. E se non giochi bene, perdi”.


Come già accennato, però, le tante assenze sono state una casa fin troppo evidente per spiegare la falsa partenza degli Heat. Forse, lo sbaglio è stato credere che il giocattolo di Coach Spo, che vive e si esalta di una pallacanestro collettiva, potesse, proprio per la sua natura, tener botta anche in concomitanza di assenze pesanti. Ed è giustificabilissimo, sia chiaro. Guardate, per esempio, la fatica che i Lakers campioni in carica stanno facendo senza Anthony Davis.


In molti quintetti, con i tanti volti nuovi rispetto alla passata stagione, la chimica era quella di semi-sconosciuti. Gabe Vincent, richiamato dalla G League per necessità, è sceso in campo più volte (25) di Butler e Dragic (23 ciascuno). Nella passata stagione aveva visto il parquet in sole nove occasioni.


Pochi hand-off e rotazioni difensive costantemente in ritardo: non sembrava proprio la squadra che conoscevamo, quella vista a gennaio. Poi, il mese successivo, la svolta definitiva con il ritorno in pianta stabile - dopo 10 partite in borghese (8 sconfitte dei suoi) - di Jimmy Butler.


Dal 5 febbraio in poi, gli Heat hanno inanellato 12 vittorie in 16 partite, e 8 nelle ultime 9. I numeri certificano quello che si vede sul parquet: esiste una Miami con Jimmy Butler e una senza Jimmy Butler. Il suo impatto è palpabile su entrambi i lati del campo. I dati On/Off qui sotto di Cleaning the Glass lo mostrano chiaramente:





Le sue caratteristiche lo rendono, insieme a Bam Adebayo nel roster di Miami, una minaccia con i suoi continui tagli verso il canestro. Prende il 41% dei suoi tiri al ferro e il 50% dalla media/media-lunga distanza.


I set offensivi di Spoelstra sfruttano le attenzioni che il #23 accentra su di sé, facendogli spesso portare dei blocchi all’interno dell’area a un altro esterno - situazione in cui le difese, costrette a prendere una decisione, solitamente optano per evitare la ricezione di Butler in area.



Nell’azione mostrata sopra, tratta dall’ultima serie di Playoffs contro i Bucks, è palese che Wesley Matthews, l’uomo in marcatura su Jimmy, commetta un errore; ma lo fa perché vuole evitare che Adebayo trovi una ricezione profonda di Butler.


La sua presenza all’interno dell’area è una minaccia di cui le difese avversarie devono tenere conto e inevitabilmente queste attenzioni liberano spazio ai suoi compagni.


Il movimento della palla con Butler in campo è visibilmente più fluido e incisivo. Non è un caso che la percentuale da oltre l’arco di squadra con il 23 in campo salga dell'1.6%, nonostante il pessimo 24% di Jimmy in questo fondamentale. A beneficiare particolarmente della sua presenza sono i due cecchini dell’American Airlines Arena: abbastanza emblematico, infatti, è il differenziale statistico al tiro da tre di Duncan Robinson e Tyler Herro tra le partite - non solo in questa stagione - giocate con Butler e quelle non giocate con quest’ultimo. Il primo passa dal 43.8% al 38.6%; il secondo dal 38.5% al 34.3%.



Le statistiche dei due tiratori hanno subito una flessione in questa stagione rispetto alla scorsa che varia dal 3 al 6%. Questo calo di prestazione è riconducibile a tutti i problemi di cui sopra, e anche al sempre maggior focus che le difese avversarie riservano a Robinson e Herro.


Il primo, in particolare, “gode” di una sorveglianza speciale. Le sue uscite dai blocchi e ricezioni da hand-off spesso creano una situazione di vantaggio che mette in moto la macchina offensiva di squadra; e le difese avversarie ora si organizzano in modo da evitare o sporcare le sue ricezioni sull’arco. I tagli e le penetrazioni improvvise al ferro di Butler e Adebayo - iconiche in tal senso le finte di consegnato e penetrazioni a canestro di Bam - permettono di punire il fianco esposto dalle difese.


In breve: tolto il cinque volte All-Star, è venuto a mancare quel moto perpetuo, quella danza di tagli, hand-off e uscite dai blocchi che hanno reso tanto efficace l'attacco degli Heat in passato. Recentemente ne ha parlato lo stesso coach Spoelstra:

“Il nostro attacco è tornato a girare nella giusta direzione da quando Jimmy è tornato. Si vedono più possessi a noi familiari quando la palla si muove, si vedono più giocatori coinvolti e i nostri attacchi al ferro si sono fatti più solidi. I ragazzi si sentono un po’ più a loro agio in quello che gli è richiesto”.

Da quando il capobranco è tornato, insomma, la squadra sembra aver ritrovato l’elettrizzante energia che li caratterizza. Con Butler, il fantasma dei “Bubble Heat” non è più uno scoraggiante metro di paragone, ma un modello da inseguire.