• Claudio Biolchini

Spendo, vinco. O no?

Basta pagare per vincere? Tra oscillazioni del Salary Cap e sacrifici dei proprietari, cosa ci dice la storia?


FOTO: CNBC

Sborsare soldi per conquistare titoli?


La logica farebbe pensare che basti, ma nel mondo NBA le variabili che influenzano una stagione sono tantissime, a cominciare da quelle salariali.


Come abbiamo già avuto modo di raccontare, i mancati incassi dovuti alla crisi Covid-19 potrebbero abbassare il Cap della prossima stagione di 8 milioni di dollari circa. L'evento è di portata storica, una diminuzione degli introiti c'è stata nella Lega solo due volte dal 1985/86, anno di introduzione dei limiti salariali. Se la flessione fosse poi confermata in 8 milioni, sarebbe il più grande decremento della storia, con oltre il 7% perso nel giro di un anno. Sarà quindi molto più facile superare la soglia di Luxury Tax.


Per chi non lo sapesse, la Luxury Tax è una penale per quelle squadre che spendono troppo per i loro stipendi. Introdotta nel 2002/03, all'inizio prevedeva il pagamento di un dollaro per ogni dollaro sopra la soglia; di recente è stata ulteriormente inasprita, con multe più salate a seconda dell'entità dello sforamento e all'eventuale recidività negli anni.


Delle ultime 17 franchigie che hanno conquistato l'anello, 12 hanno pagato la tassa di lusso, ovvero oltre il 70% di chi ha portato a casa il Larry O'Brien. Le eccezioni? I Golden State Warriors (2015 e 2017), i Miami Heat (2006) e i San Antonio Spurs (2005 e 2014).


L'organizzazione di Gregg Popovich si è distinta per aver pagato solo $ 17.5 M di tassa di lusso nella sua storia. Vincendo tanto. Per darvi un metro di paragone, Dan Gilbert, owner dei Cleveland Cavaliers, ha pagato 54 milioni per arrivare a vincere il titolo 2016.


Vediamo ora quante volte ogni franchigia ha pagato la tassa:



Con ben 10 tasse di lusso pagate, i New York Knicks sono in cima a questa speciale classifica. Ma non solo, sono anche la squadra che ha speso di più: 248.54 milioni di dollari in totale, per vincere una sola serie di Playoffs in dieci tentativi. Un fallimento totale.


Con 9 troviamo i Los Angeles Lakers e i Dallas Mavericks. I californiani hanno però vinto tanto, mentre i texani hanno potuto contare sulle capienti tasche di Mark Cuban (oltre 150 milioni di Luxury pagati), centrando anche il titolo nel 2010/11. Insomma, per portare un trofeo in uno small market, bisogna essere pronti a pagare tanto.


Nell'anno dell'entrata in vigore, 16 franchigie superavano la Luxury, mentre erano 12 l'anno successivo. Col tempo, il numero di squadre oltre la soglia è andato via via scemando, fino alle 5 di media degli ultimi anni.


Come top di sempre per esborso per singola stagione, troviamo - non certo a sorpresa - i Brooklyn Nets 2013/14 di Michail Prochorov, che tentò la fortuna aprendo le tasche per 90.5 milioni di dollari. Al secondo posto gli oltre 60 milioni dei Thunder 2017/18. Insuccessi carissimi. Lodevoli invece i Detroit Pistons, campioni NBA nell'unica volta in cui hanno "rischiato".


Con la crisi in arrivo, la NBA potrebbe sospendere la Luxury Tax per questa stagione. Intanto il Commisioner Adam Silver e circa 100 executive NBA si sono decurtati lo stipendio del 20%, per dare l'esempio in questo momento difficile; nel mentre, circolano nuove ipotesi per concludere la stagione: 7/10 gare di Regular Season e un torneo a 16 squadre in un'unica sede (ancora da definire). Si farà di tutto per assegnare il trofeo e limitare i danni. Secondo Brian Windhorst di ESPN, l'NBA sta seguendo la Chinese Basketball Association, per capire meglio come progettare l'immediato futuro.


Ma torniamo al Salary Cap e al tentativo di contestualizzare nella storia della Lega la riduzione in arrivo in seguito all'attuale sospensione (e ai conseguenti danni economici). Nel grafico sotto, vediamo l'andamento del Cap dal momento della sua introduzione sino ad oggi:



Fa effetto immaginare che si sia partiti da 3.6 milioni di dollari, con uno stipendio medio per giocatore di 290.000$, cifre quasi ridicole per i giorni nostri. Per più di 15 anni, poi, il giro d'affari è sempre cresciuto, nonostante i vari problemi affrontati dalla Lega - dalla droga (dilagante tra i giocatori) al primo lockout, fino alla scarsa (ma poi accresciuta esponenzialmente e globalmnete) copertura televisiva.


La rapida escalation dell'ultimo lustro, con la punta di incremento nel 2017/18 (oltre il 34% in più in un solo anno!), ha portato ad un'eccessiva deformazione della struttura retributiva, complice anche qualche annata con free agent deboli, e l'eccessiva fretta di molte franchigie di riempire il nuovo spazio salariale creatosi. In modi non sempre lungimiranti. Risultato: tanti contratti clamorosi a giocatori non "meritevoli" di quei dollari (con tutto il rispetto), che hanno poi paralizzato l'operatività di interi front office per diversi anni. L'off season 2016 è stata paradigmatica da questo punto di vista.


Tutti i giocatori nella tabella sottostante ne sono dei lampanti esempi. Hanno infatti comportato, con i loro onerosi contratti, delle grosse problematiche da scaricare per le rispettive franchigie, plasmando enormemente la Lega e le sue sorti negli ultimi anni.



Ora, alla luce della sospensione inattesa e che ancora dobbiamo capire in che modo (e quando) volgerà al termine, i front office dovranno affrontare uno scenario profondamente al ribasso, senza avere alcun precedente a cui ispirarsi.


Tutti gli atleti saranno restii a firmare contratti lunghi nella Free Agency 2020, e gli effetti potrebbero essere imprevedibili. Chi meglio si adatterà a questo scenario e chi avrà la fortuna (e l'audacia, come si suol dire) di cogliere le occasioni, potrebbe spuntarla nella corsa al titolo dei prossimi due-tre anni...





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