• Luca Rusnighi

Steve Francis: Kobe, l'NBA e i rimpianti di una carriera “instabile”



Questo articolo, scritto da Jerry Bembry per The Undefeated e tradotto in italiano da Luca Rusnighi per Around the Game, è stato pubblicato in data 18 settembre 2020.



Sembra incredibile che siano passati vent’anni dalla nomina di Steve Francis a Rookie of the Year 1999/2000, a pari merito con Elton Brand.


Francis fu spettacolare in quella stagione: 18 punti di media e secondo nella gara delle schiacciate del 2000, resa famosa dalle incredibili gesta di Vince Carter. Una carriera da superstar nella NBA pareva scontata per “Steve Franchise”, che non sembrava avere problemi nel vivere all’altezza del suo soprannome.


Ma nonostante le tre partecipazioni da titolare all’All-Star Game, il periodo memorabile di Francis a Houston durò solo cinque stagioni complete, con un’unica apparizione ai Playoffs. L’ex atleta di Maryland, che ha indossato tre casacche NBA agli ordini di otto coach diversi nei suoi nove anni nella Lega, sostiene che la mancanza di stabilità fu uno degli ostacoli maggiori alla sua carriera.


In un pezzo rivelatorio scritto di suo pugno per The Players’ Tribune nel 2018, Steve ha parlato delle altre difficoltà affrontate in campo e fuori, e oggi ha in cantiere una docuserie sulla sua vita.


Ci siamo incontrati con lui per discutere della serie, del suo trascorso in NBA e di quelle foto, circolate sul web negli ultimi anni, che hanno destato la preoccupazione di molti riguardo al suo stato di salute.


FONTE: NBA.com

La NBA ha sfruttato la “Bubble” per evidenziare i problemi sociali che affliggono il paese. Che ne pensi?


È un bel cambiamento. E credo che in generale, la Lega voglia essere più coinvolta in quello che vogliono i giocatori. Quando ho iniziato io, la NBA dettava le regole e da lì non si schiodava. Mi fa piacere vedere che Adam Silver è pronto ad ascoltare chi sta in campo quando ci sono delle cose da discutere, senza far finta di non vedere che gli addetti ai lavori e tutti noi in America siamo frustrati da quanto sta accadendo.



Sono passati vent’anni dalla tua prima stagione NBA e dalla tua vittoria a pari merito come Rookie of the Year. Sembra ieri, eh?


È vero, gli ultimi vent’anni sono volati in un attimo. In quel periodo della mia vita mi sono dovuto abituare a viaggiare come si viaggia nella NBA, ad avere soldi, a poter fare le cose che avevo sempre sognato da bambino. È stato l’inizio di una nuova fase della mia vita – come adesso.



E che mi dici di questa nuova fase?


Ne ho passate tante. Sono cresciuto povero, e molti dei miei familiari hanno avuto problemi di droga, ma non ho mai smesso di lottare. Sto lavorando su una docuserie che ne parla. Abbiamo appena iniziato a discuterne.


Tutto sommato, ho avuto una vita meravigliosa. E credo che raccontare la mia storia possa aiutare gli altri. Non è stato semplice, ma ho continuato a combattere e sono riuscito ad andare al college, sono diventato papà e a Houston ho una posizione di rilievo nella comunità. Voglio mostrare tutti gli aspetti della mia vita e parlare delle persone che ho incontrato durante i miei anni a Washington DC e che non hanno la stessa visibilità che ho io.


FONTE: Sportskeeda.com

Nel corso degli anni - e soprattutto nel tuo articolo apparso su The Players’ Tribune - hai discusso del tuo periodo buio. La serie ci dirà qualcosa in più a proposito?


Sì, non nasconderò niente. Tanti hanno parlato di problemi come l’alcolismo, ma se si guarda cosa stavo passando, mi ero semplicemente perso per strada. I drammi accadono a tutti, che sia una morte in famiglia o la fine della tua carriera. Siamo esseri umani. Come chiunque altro, ho avuto delle difficoltà e mi sono ammalato.


Sono dovuto andare in ospedale per recuperare. Adesso sto bene, ma ci sono state un sacco di voci che parlavano di droga, tra le altre cose. E quando le voci cominciano, è lì che scopri chi fa veramente parte della famiglia. Ma spero di poterne dire di più nella serie.



In quegli anni sono circolate tante foto di te che hanno destato molte preoccupazioni sulla tua salute. Come hai reagito a quelle immagini?


Le guardavo e pensavo “Oddio, ma dov’ero? Almeno mi sono divertito?”


A dirla tutta, le foto m’interessano poco. È facile fare una brutta foto. Uno ci vede quello che vuole. A me non interessa, come ho detto. Conta più chi sei dal punto di vista morale.



Che cos’è che ti faceva arrabbiare in quel periodo?


L’unica opinione che a me importava era quella dei miei figli. Non l’avevano presa bene, e a quel tempo erano piccoli. Ne sentivano di tutti i colori. Ecco, quello non mi è piaciuto.


FONTE: NBA.com

Torniamo alla tua carriera NBA. Sei stato scelto da Vancouver ma non hai voluto saperne di andarci. Hai dei rimpianti?


Assolutamente no. È un business. Voglio dire, il basket è quello dovunque giochi.



Tanti, me compreso, potrebbero dirti che Vancouver è un posto fantastico. Ti è mai piaciuto visitarla quando venivi in trasferta?


Non ho mai potuto farlo. Quando giocavamo a Vancouver dovevo avere le guardie del corpo fuori dalla mia stanza d’albergo.



Le guardie del corpo?!


Giuro. La gente mi tirava pile, mostrava foto di me col ciuccio in bocca o insultava mia nonna. Non era un bell'ambiente. Credo di essermi comportato da professionista, date le circostanze.



La morte di Kobe Bryant quest’anno è stata un duro colpo per tutti. Cos’hai imparato da lui durante la tua carriera?


A giocare al massimo. Sempre. Negli All-Star Game a cui ho partecipato, io e Kobe eravamo le due guardie titolari. A lui non piaceva che non si difendesse. Ogni volta che era in campo – anche negli All-Star Game – doveva dimostrare di essere il migliore e far vincere la squadra.


Mi ricordo che un anno stavamo giocando contro i Lakers a Los Angeles. Kobe mi marcava sempre: a lui piaceva prendere in consegna il miglior giocatore avversario. Ho fatto una virata sulla linea di fondo e ho tirato in allontanamento. Avevo lavorato quel movimento tutta l’estate, e Kobe fa: “Ah, vedo che ti sei allenato.” Se n’era accorto, e per me ha significato tanto.


FONTE: NBA.com

Com’è stato giocare con Hakeem Olajuwon, uno dei più grandi pivot di tutti i tempi?


Mi ha fatto da zio e da fratello maggiore. Fin dal primo giorno mi ha insegnato cosa vuol dire essere un professionista. Si è fatto un nome, e vedere quanto lo ama la città di Houston è una cosa che fa bene al cuore.


Hakeem è arrivato in America senza niente. Si è costruito un impero e un seguito che ci sarà sempre. Ha avuto un’enorme influenza su di me fuori dal campo: è un uomo d’affari molto intelligente e mi ha insegnato a gestire le mie attività lontano dal terreno di gioco.



La reputazione di Olajuwon è senz’altro legata al suo rimanere a Houston per 17 delle sue 18 stagioni NBA. Tu sei stato ceduto dopo cinque anni. Ti ha fatto male?


Ma certo - a chi non avrebbe fatto male? Il Toyota Center l’ho tirato su io. È lì che ho cominciato a capire che la NBA è un business. Quando sono andato ad Orlando, almeno all’inizio le cose andavano benissimo. Poi sono finito a New York.


Il mio problema è sempre stato la mancanza di stabilità con i coach. A Houston ho avuto due allenatori. Tre a Orlando. Due ai Knicks. E ancora Rick Adelman quando sono tornato ai Rockets. Ti sembra una carriera stabile? A me no.



Vince Carter ha giocato fino a 43 anni. Tu hai smesso a 32. Hai dei rimpianti sull’aver appeso le scarpe al chiodo così presto?


Più o meno. Mi sarebbe piaciuto giocare di più? Assolutamente. Non ho avuto quell’opportunità, e per un po’ ho avuto tanta rabbia dentro. Sapevo di potere ancora dire la mia. Ma non si può avere tutto nella vita. Non puoi legartela al dito o flagellarti per situazioni che non si possono controllare. Sono arrivato nell’NBA e ho lasciato il segno - è già qualcosa. Anche oggi, mi piacerebbe tornare nella Lega in un modo o nell’altro.



Un’ultima domanda su quella famosa stagione da rookie. Ancora prima di aver toccato palla tra i professionisti, sei finito sulla copertina di ESPN Magazine insieme a Beyoncé e alle Destiny’s Child. Che cosa ti ricordi di quella giornata?


La mia carriera è cominciata lì. Ero una matricola e sono finito a fare una sessione fotografica con quelle tre ragazze che erano già famose, anche se ancora non superstar. Avevo ascoltato qualche loro pezzo prima d’incontrarle, ma quando mi hanno detto del servizio ho scoperto che a Houston le conoscevano tutti. L’unica cosa che m’interessava era essere vestito meglio di loro e mi sono consultato con Cuttino Mobley per scegliere gli abiti giusti.


È stato fantastico sapere che eravamo entrambi all’inizio di qualcosa di speciale a Houston. Abbiamo condiviso la copertina di un settimanale di portata nazionale e quando è finito tutto mi sono detto: “Scommetto che ogni giocatore nella NBA vorrebbe essere al mio posto.”


Niente male come biglietto da visita.




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