• Francesco Munari

Superman never left

Forse ci volevano le luci di Los Angeles sul palcoscenico Disney di Orlando per rivederla, ma la S di Superman è tornata. La verità è che Dwight Howard non aveva mai smesso di indossarla sotto alla divisa.


Dwight Howard 2008/2020. FOTO: LJW/OCR

Una divisa blu, la propensione al volo e una buona dose di forza sovrumana.


Superman? No, Dwight Howard.


Lui che oltre al blu degli Orlando Magic ha anche indossato il mantello rosso, volando dal tiro libero per la vittoria alla Gara delle Schiacciate nel 2008.

Lui che aveva il vizio di far tremare avversari, canestri e record di franchigia.

Lui che il soprannome Superman se lo è dato da solo, nonostante Shaquille O’Neal se lo fosse tatuato sul braccio.

Lui che prima ti schiacciava in testa e poi sfoggiava un sorriso a 32 denti.

Lui che, come Shaq, portò i Magic alle Finali NBA, perdendo contro un Kobe Bryant d’annata.


Eppure Shaq è diventato leggenda. Dwight invece ha (quasi) fatto la fine del brutto anatroccolo… ci siamo forse dimenticati di Superman?

Noi forse no, ma la NBA, con il suo gioco in costante evoluzione, sempre più frenetico, si.

Howard è rimasto indietro, complice la mancanza di versatilità offensiva e una serie di infortuni fastidiosi.


Difficile crederci. Fino a dieci anni fa Dwight era infatti uno dei giocatori più iconici della NBA.


A Orlando viaggiò ad oltre 18 punti e 13 rimbalzi a partita, con sei convocazioni all’All-Star Game (8 in carriera) e tre premi come Miglior Difensore dell’Anno consecutivi. Sempre in maglia Magic fu inserito nel miglior quintetto della Lega per cinque volte; fu il miglior rimbalzista per tre (5 in carriera) e il miglior stoppatore per due.



A causa di una burrascosa separazione dalla franchigia che lo aveva reso un supereroe, Dwight divenne sempre meno popolare.

Oggi la sua carriera post-Magic viene praticamente ignorata. Eppure Dwight ha continuato a macinare record per anni.


A Los Angeles (una prima infelice parentesi) fu il miglior rimbalzista della Lega per la quinta volta in sei anni.


A Houston superò i 15.000 punti in carriera e chiuse una striscia di 10 doppie doppie consecutive con una prestazione da 36 punti e 26 rimbalzi.


Ad Atlanta divenne il giocatore con il maggior numero di rimbalzi in una partita d’esordio in maglia Hawks. 19.


A Charlotte esordì con cinque partite consecutive con più di 15 rimbalzi. Qualche mese più tardi si unì alla cerchia ristrettissima di giocatori in grado di registrare una partita da 30 o più punti e rimbalzi. E fu solamente il sesto giocatore nella storia a registrare una doppia doppia di media per 13 stagioni consecutive.



A quel punto della sua carriera però Dwight non era più il supereroe preferito di tutti (e secondo le testate americane neanche dei compagni).

Passò dall’essere il giocatore con il maggior numero di voti nella storia dell’All-Star Game NBA (pre-social media voting) ad uno dei più denigrati.


Dopo un'annata storta, rimbalzando da franchigia a franchigia, a Dwight viene data un'ultima chance.


Siamo nell'Agosto 2019, e con oltre 18.000 punti, 13.000 rimbalzi e 2130 stoppate sulle spalle, Dwight Howard firma un contratto non garantito con i Los Angeles Lakers.


Un'opportunità d’oro, anzi, "purple and gold": i Lakers infatti hanno il Larry O’Brien Championship Trophy nel mirino e hanno appena finito di costruire un roster vincente.


Lebron James campione con Miami e Cleveland, Rajon Rondo campione con Boston, Javale McGee campione con Golden State, Danny Green campione con i Raptors… e Howard?

Dwight sembra deciso ad unirsi alla lunga lista di campioni nel team.

FOTO: Los Angeles Times

Si presenta al training camp in perfetta forma. Come Superman. Con qualche chilo in meno e qualche anno in più. Accoglie la sfida e si adatta al ruolo da pilastro delle seconde linee, che lo vede occasionale protagonista nel momento del bisogno.


Poi arrivano i Playoff, arrivano le Finali di Conference e Dwight, per la prima volta in stagione, parte in quintetto, vincendo la battaglia a rimbalzo per LA in una decisiva vittoria in Gara 4.


Sarà che si gioca a Orlando o sarà che la squadra è seriamente proiettata al Titolo; fatto sta che Dwight alza l'asticella e convince lo staff, diventando il centro titolare in tempo per le Finali NBA. Contro i Miami Heat lotta come di consueto in questa stagione e trova una serie di grandi rimbalzi e passaggi vincenti.



Non sono più le doppie doppie da videogioco e neanche le schiacciate dalla linea del tiro libero: sono quel rimbalzo sudato e quell'assist in più che lo stanno conducendo a un passo dal possibile Titolo NBA, per consacrare la propria carriera come una delle migliori di sempre.

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