• Federico Molinari

The Decision 10 anni dopo



Questo articolo, scritto da Sean Guest per Double Clutch e tradotto in italiano da Federico Molinari per Around the Game, è stato pubblicato in data 8 luglio 2020.




Il 2010 è ricordato nell'NBA più per qualcosa che è successo fuori dal campo di gioco, invece che su di esso.


I Los Angeles Lakers quell’anno conquistarono il titolo, battendo i Boston Celtics in un'emozionante serie di sette partite che vide Kobe Bryant vincere il quinto e ultimo anello della sua storica carriera; ma la vera storia si svolse durante la offseason di 10 anni fa, quando LeBron James fece riferimento a Kobe annunciando che avrebbe "portato il suo talento a South Beach” durante uno speciale televisivo trasmesso in diretta su ESPN.


Registrato al Boys and Girls Club di Greenwich nel Connecticut, The Decision fu diversa da qualsiasi cosa il mondo dello sport abbia mai visto prima. Durò in totale 75 minuti e attirò un pubblico medio di circa 10 milioni di persone. Poco più di 13 milioni di persone si sintonizzarono per assistere all'annuncio stesso, che avvenne a 30 trenta minuti di distanza dall’inizio dello spettacolo.


Prima di allora, James fece due chiacchiere con il conduttore Jim Gray, che gli fece domande sul suo “processo", chiedendogli da chi avesse ricevuto consigli e se si mordesse ancora le unghie. Non fu una cosa entusiasmante o particolarmente brillante, ma la grande rivelazione offrì un momento di autentico dramma, quando James annunciò che avrebbe lasciato i suoi amati Cleveland Cavaliers per giocare per i Miami Heat:



Così facendo, spense le brillanti luci di New York, l'opportunità di emulare Michael Jordan ai Chicago Bulls e spezzò il cuore collettivo di Cleveland. Era dopo tutto il Prescelto, colui il quale avrebbe dovuto porre fine alla maledizione sportiva della città, che in quel momento perdurava da 46 anni.


Chiunque avesse visto i Cavs quando vennero sbattuti fuori dai Playoffs di quella stagione probabilmente si era già fatto un'idea di quello che sarebbe successo. James aveva trascorso i primi sette anni della sua giovane carriera portando con sé le speranze di un intero Stato, e durante il faticoso allontanamento dal sacro parquet del TD Garden, dopo una sconfitta in Gara 6 per mano dei Boston Celtics, sembrava davvero sconfitto. Questo sembrò ancora più evidente anche nella conferenza stampa post-partita:



Il periodo come Cavalier non era stato prprio un incubo, fino a quel momento.


James aiutò la squadra a raggiungere cinque post season consecutive, vincendo ben 66 partite di Regular Season nel 2008/09 e 61 nel 2009/10. Inoltre, portò i Cavs alle NBA Finals nel 2004, dove vennero travolti dagli Spurs.


Nel 2009 li riportò alle finali della Eastern Conference, dove vennero superati dai Magic; se avessero vinto quella serie, i Cavaliers sarebbero andati testa a testa contro i Lakers di Bryant per conquistare il titolo, ma i Magic sfruttarono la sciagurata difesa perimetrale di Cleveland per derubare i tifosi neutrali di uno dei possibili più grandi incontri delle Finals di tutti i tempi.


Orlando uscì vincitrice da quella serie perché il loro giocatore di punta dell'epoca, Dwight Howard, ricevette un grande aiuto da tiratori micidiali come Rashard Lewis e Hedo Turkoglu. Nel corso della serie di sei partite Howard mantenne una media di 26 punti a partita. Nel frattempo James, i cui compagni di squadra più talentuosi erano probabilmente Mo Williams e Delonte West, fu costretto a portare sulle spalle l’intero attacco di Cleveland con 39 punti a partita.


Questo fattore fu il mantra negativo anche dell'anno successivo, quando Paul Pierce, Kevin Garnett e Ray Allen diedero ai Cavaliers un'altra lezione e a LeBron la spinta per prendere il controllo del proprio destino. La franchigia, dopo tutto, aveva passato sette anni a cercare di trovare la formula giusta, ma ormai il tempo era scaduto.


Nel 2010, per pura disperazione si può supporre, provarono addirittura ad accoppiare James con un 37enne Shaquillie O'Neal, la cui esperienza superava di gran lunga la sua capacità di contribuire in campo in quella fase della sua carriera. La collaborazione portò a una divertente serie di highlights, ma alla fine Cleveland non riuscì a ottenere il successo in post-season che James desiderava disperatamente.


Fu in questo momento della sua carriera che il Re sentì di non avere altra scelta se non quella di guardare altrove, anche se ciò significava allontanarsi dalla cosa più vicina a una squadra della sua città natale. Ma a quel punto vincere era più importante per James rispetto al suo sentimento.


I giornalisti sportivi di tutto il mondo speculavano non solo su dove avrebbe giocato quando la stagione 2010/11 sarebbe iniziata, ma anche su come la sua eredità sarebbe stata paragonata a quella di Michael Jordan, quando tutto sarebbe finito. Questo particolare dibattito non era una novità, dato che LeBron aveva avuto a che fare con un hype "jordaniano" fin da quando era diventato il primo giocatore di basket delle scuole superiori ad apparire sulla copertina di Sports Illustrated nel 2002.


Nel 2010, James ne aveva presumibilmente avuto abbastanza e The Decision rappresentò per lui un'opportunità per rivendicare il controllo del suo destino, annunciando dove avrebbe giocato - alle sue condizioni - nel prossimo futuro.


FOTO: Nike.com

Che ci crediate o no, il concetto fu un'idea dei fan, originariamente concepita nella popolare rubrica di Bill Simmons su ESPN. Simmons a sua volta lo propose all’entourage di LeBron (che comprendeva Maverick Carter, Leon Rose e William Wesley) all'All-Star Weekend. Il tutto si concretizzò poi non molto tempo dopo che i Cavs vennero eliminati dai Playoffs nel corso dello stesso anno.


Ironia della sorte, Simmons fu critico nei confronti della decisione, etichettandola come "LaBacle" in una rubrica pubblicata su ESPN.com il giorno dopo la messa in onda, e non fu il solo. La maggior parte dei giornalisti sportivi infatti condannò lo show. Ritenevano che fosse l'emblema di quei giocatori che vogliono diventare più grandi delle squadre per cui giocano - un punto di vista che il proprietario dei Cavs, Dan Gilbert, rafforzò nella sua lettera ai tifosi, in cui parlò di «vergognosa dimostrazione di egoismo e di tradimento da parte di uno dei nostri stessi».


Ironia della sorte, l'avvento dei social media era proprio dietro l'angolo, e avrebbe dato di lì a poco agli atleti livelli completamente nuovi di accesso a una varietà di piattaforme che permettono loro di comunicare con i tifosi senza l'aiuto della squadra per cui giocano, di ESPN o di qualsiasi altro mezzo di comunicazione.


In seguito a The Decision, James ha vinto due titoli a Miami ("non tre, non quattro, non cinque, non sei...") giocando al fianco di Dwyane Wade, Chris Bosh, Ray Allen e una miriade di giocatori di talento, come avrebbe potuto solo sognare a Cleveland.


Nel 2011 ha detto a ESPN che se potesse tornare indietro, probabilmente cambierebbe il modo in cui annunciò la sua decisione di firmare con gli Heat, «perché ora posso guardare e vedere le cose con un occhio diverso; se fossi stato un fan molto appassionato di un giocatore, e quello avesse deciso di andarsene, anch'io mi sarei arrabbiato per quel modo di gestire la cosa».



Guardando interviste come questa e quella che ha fatto con Oprah nel 2012, è sorprendente quanto fosse giovane James all'epoca. Annuncio a parte, LeBron stava solo cercando di fare la cosa giusta per la sua carriera e non aveva idea di quanto sarebbe stato selvaggio il contraccolpo a Cleveland.


Con il senno di poi, la scelta di andare a Miami è stata un percorso di maturazione per un giocatore che voleva affinare le sue capacità, imparare a vincere e poi tornare a casa per realizzare il suo destino.


The Decision raccolse 2,5 milioni di dollari per il Boys and Girls Club e mostrò agli altri atleti che anche loro avrebbero potuto controllare la propria narrativa.






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