• Alberto Dagnino

The Greek Fakes

Uno sguardo a chi, prima e dopo l'avvento di Antetokounmpo, ha tentato di mettere la Grecia sulla mappa del basket NBA. Con scarso successo.



Nel giugno dello scorso anno Giannis Antetokounmpo è diventato il terzo MVP più giovane nella storia della NBA - dopo Derrick Rose e LeBron James - coronando un vertiginoso percorso di crescita che l’ha portato da misterioso prospetto della seconda serie ellenica a una macchina da punti e rimbalzi, faro accecante di una seria contender per le Finals.

All’atletismo fuori dal comune, al fisico progettato in laboratorio dal dott. Naismith in persona, The Greek Freak ha aggiunto un’etica del lavoro seconda a pochi all’interno della Lega, diventando il secondo europeo a ricevere il prestigioso riconoscimento dopo Sua Maestà WunderDirk.

È curioso come il più forte greco nella storia del Gioco abbia ricevuto la nazionalità del suo paese di nascita solo raggiunti i 18 anni: fino a quel momento Giannis è rimasto a tutti gli effetti un’apolide.

La sua storia è ormai nota al grande pubblico: figlio di immigrati africani, cresciuto in estrema povertà nel quartiere popolare di Sepolia, ad Atene, contribuiva andando a vendere orologi, cinture e borse nelle strade della capitale. Fino all’incontro con la pallacanestro all’età di 13 anni che gli cambiò la vita.

Ha lottato e sudato per ogni singolo centimetro nella sua vita e questo, tranne agli occhi degli irrecuperabili subumani razzisti, lo rende il più greco tra i greci, popolo combattivo per eccellenza, come diceva Churchill:

“Quindi non diremo più che i greci combattono da eroi, ma che gli eroi combattono come greci”.

Lo sport nella penisola ellenica - come in quasi tutte le parti del globo - ha sempre rappresentato qualcosa di più di una semplice attività agonistica, divenendo simbolo di riscatto sociale, resilienza, unendo un intero popolo sotto la sua bandiera, elevando a status di semidei chi compiva gesta di particolare rilievo.


È il caso della Nazionale di Calcio campione d’Europa, che nel 2004 contro qualsiasi pronostico arriva a battere in finale i padroni di casa del Portogallo, generando un’euforia incontrollata che durò per mesi. A lottare con il calcio come primato di sport più praticato ed amato, è da sempre il basket, che soprattutto dagli anni ’80 in poi ha avuto un’impennata notevole anche nei risultati sul campo.

La Nazionale ha vinto una medaglia d'argento ai Mondiali del 2006 - dopo una clamorosa vittoria su Team USA in semifinale - due ori, un’argento e due bronzi agli Europei; per quel che riguarda i club, Panathinaikos e Olympiakos hanno vinto rispettivamente sei e tre titoli di Eurolega, lanciando un numero enorme di talenti, poi diventati leggende in Grecia e altrove. Ecco: storicamente, questo altrove non è mai diventato l’NBA. Al momento ci sono tre giocatori greci oltreoceano e portano tutti lo stesso cognome di origini nigeriane di cui sopra: Kostas e Thanasis hanno raggiunto il fratellone, seppur con esiti drasticamente differenti, e non è da escludere che nel loro futuro ci sia presto l’Europa.

I risultati non eccelsi sono in realtà una tendenza piuttosto consolidata nei giocatori greci che hanno fatto il grande salto, nonostante la loro nota e vincente tradizione. Di seguito cerchiamo di ricordare chi, prima di Giannis e i suoi fratelli, ha calcato i parquet americani e il perché dei loro risultati piuttosto deludenti.

Prima di cominciare, una nota a parte meritano i giocatori sì con passaporto greco, ma che a tutti gli effetti sono nati e cresciuti in territorio statunitense.

Il primo con nazionalità ellenica nella Lega fu Lou Tsioropoulos, due volte campione NBA coi Celtics di fine anni ’50, ma nato e cresciuto a Louisville, dove ha vinto un titolo NCAA con la maglia dell’università di Kentucky, ora appesa al soffitto della Rupp Arena.

Altro greco-americano particolarmente noto è Kurt Rambis, lo storico “quattrocchi” dei Lakers dello Showtime. Nasce nell’Indiana e cresce a Cupertino senza neanche la nazionalità greca, ricevuta soltanto quando, dopo il Draft, disputò la sua prima stagione da professionista all’AEK Atene - dove era noto come Kyriakos Rambidis. Dopo una stagione particolarmente positiva, torna negli States dove comincia il periodo d’oro come gregario nei leggendari gialloviola di Magic e Jabbar.

In tempi più recenti, Kosta Koufos, nato e cresciuto in Ohio e Nick Calathes, figlio della Florida, hanno disputato diverse stagioni da gregari in NBA, prima di finire in Europa: il primo è ora al CSKA, il secondo è diventato a tutti gli effetti una bandiera del Panathinaikos.

Veniamo ai nati e cresciuti in Grecia.


Diversi sono quelli che, selezionati al Draft, non hanno mai nemmeno assistito a una palla a due ufficiale oltreoceano.

Il primo a essere scelto fu il leggendario Panagiotis Giannakis, la combo guard per eccellenza, fisico roccioso, fondamentali da manuale e un agonismo tutto greco. Il Dragone venne scelto dai Celtics alla 205° chiamata - allora si andava lunghi… - del Draft 1982, ma Giannakis non lasciò mai la Grecia per tutta la sua lunga e onorata carriera, spesa tra Aris, Panionios e Panathinaikos.

Qualche anno dopo toccò al Ragno Panagiotis Fasoulas ma anche per lui la chiamata dei Portland Trail Blazers al secondo giro rimase nient’altro che una suggestione. Lui pure leggenda a Salonicco, sponda PAOK, è con l’Olympiakos che ottiene le soddisfazioni maggiori, tra cui quattro titoli nazionali, due coppe di Grecia e un’Eurolega: trofei che devono avere avuto un certo qual peso quando, nel 2007, ha sbaragliato la concorrenza vincendo le elezioni come sindaco del Pireo. In seguito furono invano usate chiamate, tra gli altri, per Fanis Christodoulou, il cosiddetto Barkley Europeo, Sofoklis Schortsianitis, per un certo periodo noto come Baby Shaq - prima che la grappa dei responsabili finisse - e in tempi più recenti Printezis, l’uomo dei tiri pesanti all’Olympiakos, oltre che Dimitrios Agravanis.

Veniamo ora a chi, dalla culla della civiltà, è arrivato per davvero sui campi NBA.

Efthimios RENTZIAS

A lui spetta l'onore di essere il primo greco scelto al primo giro di un Draft - alla 23° chiamata assoluta, nel 1996 - per volere dei Denver Nuggets.

La scelta, all’epoca, non sorprese più di tanto.


Nel 1995 la Grecia ospita i Mondiali under 19 e la squadra di casa fa faville: chiude il torneo con otto vittorie su otto, in finale distrugge l’Australia e si laurea campione. Rentzias viene eletto MVP della competizione con oltre 22 punti a gara - 33 con 21 rimbalzi in finale… - ed è in quel momento che tutto il mondo cestistico s’innamora di lui.

È un 2.11 di neanche vent’anni con un’agilità e un controllo del corpo fuori dal comune, ai quali aggiunge una mano estremamente educata, sia per chiudere i movimenti spalle a canestro che nel tiro dalla media.

Difficile chiedere di più a un lungo.

Come tanti prima di lui, decide di restare in Europa, al Barcellona, dove vince due campionati e una coppa nazionale, forse cominciando ad affidarsi un po’ troppo al suo talento e non cercando di perfezionare il proprio gioco: l’agonismo non è proprio la sua arma migliore.


Nel 2002/2003 i Philadelphia 76ers, diventati proprietari del suo cartellino, decidendo di concedergli una chance: Rentzias stavolta accetta la chiamata, ma sarà un’annata tutt’altro che indimenticabile.


Solo 35 presenze, una manciata di minuti per volta, solo ed esclusivamente garbage time: il momento clou della stagione, probabilmente, è l’aver chiuso in campo l’ultima partita tra i professionisti di Michael Jordan, allora ai Washington Wizards… Tornato in Europa, passa dall’Ulker, a Siena, a Valladolid, quando decide improvvisamente di ritirarsi a soli 30 anni, a seguito dei problemi al ginocchio che da anni lo perseguitano.

Antonis FOTSIS

Nell’anno in cui Rentzias viene scelto oltreoceano, nel giro delle minors ateniesi si fa un gran parlare di un adolescente, destinato a cambiare il panorama cestistico ellenico negli anni a venire. A soli 16 anni Antonis Fotsis, fino a quel momento giocatore della squadra allenata dal padre, l’Ilysiakos, viene prelevato dal Panathinaikos che ha l’intenzione di parcheggiarlo nel settore giovanile. Ma il suo talento è tale che già nelle prime due stagioni, non ancora maggiorenne, viene aggregato alla prima squadra. Fotsis nasce guardia e così si forma: meccanica di tiro impeccabile, ottimi movimenti senza palla, capacità di crearsi tiri dal palleggio. Ma arrivato ai biancoverdi cresce ancora di qualche centimentro, alzandosi fino a 209 cm, spingendo dunque i suoi allenatori a spostarlo nella posizione di ala piccola o ala grande, viste anche le doti naturali di rimbalzista. A 19 anni è una pedina fondamentale della squadra allenata da Obradovic che vince campionato ed Eurolega, potendo contare anche su gente del calibro di Nando Gentile, Dejan Bodiroga e Željko Rebrača.


Le sirene americane arrivano in quegli anni, quando d’estate viene invitato per ben due volte al Nike Hoop Summit, l’evento di recruiting più prestigioso al mondo dove una selezione dei migliori giovani europei sfida un all-star team di liceali americani. Ed è così che i Vancouver Grizzlies decidono di usare la loro ultima chiamata - prima del trasferimento in quel di Memphis - per assicurarsi The Greek Batman.

I Grizzlies sono una squadra giovane, pronta alla rifondazione, in cui Fotsis ha speranze di ritagliarsi un certo spazio. Ma l’impatto con la vita, più che con la pallacanestro, statunitense è uno choc non da poco e l’ambientamento è molto complicato. In Tennessee trascorrerà solo una stagione, con una solo partenza in quintetto, e ben pochi highlights da raccontare ai nipoti.

Neanche dodici mesi dopo è di nuovo in biancoverde, dove riprende la sua gloriosa carriera in varie parti del vecchio continente, compresa una parentesi tra luci e ombre in maglia Olimpia.

Andreas GLYNIADAKIS

Per il gigante di Creta, la chiamata della NBA arriva in modo decisamente più sorprendente.

Anche nel suo caso è il Panathinaikos a prelevarlo dall’isola natale e portarlo sulla terraferma, avvicinandolo in modo progressivo alla prima squadra. 217 centimetri per 130 kg, Glyniadakis è un centrone senza particolari doti se non la sua stazza e la capacità di intimidire come rim protector nella propria metà campo. Anche in Grecia il suo minutaggio è contingentato e il suo ruolo marginale.


Ciononostante, l’attrazione degli scout NBA per i bigman esotici è incontrollabile e i Detroit Pistons - gli stessi della scelta di Milicic proprio in quel Draft… - decidono di usare per lui l’ultima chiamata, la numero 58.


Resta all’AEK Atene, dove nel mentre si è trasferito, per due stagioni, quando compie finalmente il salto negli States, destinazione Summer League, alla disperata ricerca di un contratto nella Lega. Né i Pistons, che lo tagliano, né gli Atlanta Hawks, con cui disputa un training camp, sono convinti: così Glyniadakis finisce nell’allora NBDL. Comincia la stagione nei Roanoke Dazzle, prima di essere scambiato con gli Albuquerque Thunderbirds, con i quali vince il Titolo.

I numeri in New Mexico sono buoni, seppur non entusiasmanti, ma bastano a convincere i Seattle Supersonics a concedergli un contratto per la stagione NBA successiva. Da novembre a gennaio gioca scampoli di partita in 13 gare, apparendo come un UFO spaesato in una Lega troppo più grande di lui. Prima dell’Epifania viene tagliato, chiudendo così la sua non indimenticabile esperienza americana.

Vassilis SPANOULIS

L’ascesa all’olimpo del basket europeo di Kill Bill è entusiasmante e parte non dai grandi club greci ma da Maroussi, trascinando i gialloneri a una finale di campionato e una finale di Europe League. Nelle due ultime stagioni alla periferia di Atene mostra tutto il suo potenziale: leader negli assist, penetratore inarrestabile, clutch nei momenti decisivi, ottime percentuali da tre punti. Arrivano anche riconoscimenti personali: prima si laurea miglior giovane del campionato, poi giocatore più migliorato e nell’estate del 2004 arriva la convocazione alle Olimpiadi di casa e la scelta al Draft NBA da parte dei Dallas Mavericks, che hanno intenzione di lasciarlo in Europa almeno un’altra stagione.


Nel 2005 è fondamentale nella vittoria della Grecia a Eurobasket e a quel punto è diventato troppo grande per il piccolo Maroussi. Il salto di qualità avviene ancora una volta verso il Panathinaikos, per cui firma un contratto da oltre un milione e mezzo di euro a stagione, con un buyout per la NBA di “soli” 400mila dollari, data l’intenzione di Spanoulis di tentare il salto in tempi brevi. Quella in biancoverde è l’annata della definitiva consacrazione - coronata con la doppietta campionato-coppa di Grecia - in cui diventa uno dei più forti giocatori europei: il suo nome assume un’eco importante anche tra gli schizzinosi tifosi d’oltreoceano.

Nel luglio 2006 i Rockets acquistano il suo cartellino e gli offrono un triennale da poco meno di 6 milioni di dollari, pagando il buyout. Nonostante l’offerta sia più bassa di quanto venga pagato in Europa, la voglia di misurarsi con i migliori del mondo è tale che prima della fine del mese Spanoulis è già in Texas.

Lodi sperticate nei suoi confronti vengono da parte dell’allora GM Carroll Dawson.


“È un prospetto fantastico, un realizzatore eccezionale con tanta voglia di emergere: i tifosi lo ameranno. Abbiamo seguito i suoi progressi da molto vicino, sappiamo che dall’Europa alla NBA è un bel salto ma Vassilis è un lavoratore e non penso avrà problemi”.

Le ultime parole famose.

Spanoulis in patria ha una tale licenza di uccidere che chiaramente in NBA può solo sognarsi. Gli innumerevoli possessi in isolamento che può giocarsi nel campionato greco e in Eurolega sono un’utopia ricordo nella squadra di Yao Ming e Tracy McGrady.

Nonostante il suo status nel vecchio continente, negli States è pur sempre un rookie, ed è necessario per lui entrare nei meccanismi in punta di piedi, con rispetto, lavoro e sacrificio. L’approccio di Spanoulis non è esattamente questo.


Mi disse *Voglio giocare di più, a casa mia ero come Tracy McGrady". Beh da noi McGrady è…McGrady stesso! Mi spiace che le cose siano andate male, ma quando ha giocato perdeva troppi palloni, era troppo falloso e le sue percentuali al tiro erano pessime. Invece di fare autocritica e lavorare sul suo gioco ha scelto di lamentarsi del minutaggio e trovare scuse”. (Jeff Van Gundy, coach dei Rockets)

Chiude il suo annus horribilis con sole 31 presenze, mai dalla palla a due. La delusione per V-Span è tale che nell’estate seguente, nonostante gli Spurs lo vogliano nel roster come cambio di Tony Parker, decide di rientrare in Grecia, dove evidentemente si sente più a suo agio nel ruolo di leader.

E dove proseguirà la sua straordinaria carriera - stavolta sponda Olympiakos - che a quasi 38 anni ancora non è conclusa.

Kostas PAPANIKOLAOU

Fin dai primi momenti sui parquet europei, l'avvento di Papanikolaou fa gridare al miracolo.


Alla sua prima stagione da professionista in maglia Aris, a 19 anni, viene premiato come miglior giovane del campionato e poche settimane più tardi è l’MVP degli Europei under 20, vinti dalla sua nazionale.


Proprio quell’estate convince i New York Knicks a usare una scelta al Draft del 2009 per assicurarsi i diritti sulle sue gesta oltreoceano: ancora si è visto poco ad alto livello, ma quel poco basta a scommettere su di lui.

È un giocatore estremamente moderno, in grado di coprire due-tre ruoli con autorità, ha un atletismo e un’agilità straordinarie e la cosa che più convince è la sua solidità difensiva.

L’Olympiakos lo porta nella sua scuderia e negli anni passati al Pireo vince tutto, tra cui la storica doppietta back-to-back in Eurolega nel 2012 e 2013, con un ruolo che cresce in importanza di partita in partita.


Nel 2014, dopo un’annata tra luci e ombre in quel di Barcellona, gli Houston Rockets, nel frattempo diventati proprietari del suo cartellino, gli offrono un contratto di un anno.

Ha tanta voglia di stupire ma subisce anche diversi infortuni che ne minano la stagione da rookie, durante la quale disputa comunque il Rising Star Challenge all’All Star Weekend, seppur grazie alle defezioni di diversi partecipanti.

L’anno seguente viene messo sotto contratto dai Denver Nuggets, ma l’antifona non cambia: pochi minuti, poche possibilità di mettersi in mostra e forse poca convinzione di poter cambiare il suo destino americano.

Viene tagliato nel gennaio del 2016, rientrando immantinente all’Olympiakos, dove è tuttora sotto contratto.



Georgios Papagiannis

Nell'aprile 2016, Papagiannis si dichiara eleggibile per il Draft NBA e secondo gli scouting reports in giro per l'internet è considerabile una buona opzione come scelta a basso rischio nel secondo giro.


Contro ogni pronostico, invece, i Suns lo chiamano alla 13° assoluta, facendo di lui il giocatore greco scelto più in alto nella storia. Qualche ora dopo, il suo cartellino viene ceduto ai Sacramento Kings, suscitando la memorabile reazione su twitter del futuro compagno di squadra, l'istrionico DeMarcus Cousins.

Sbarcato al Panathinaikos nel 2014, dopo un anno di liceo trascorso a Philadelphia, comincia a far parlare di sé come uno dei prospetti più interessanti del panorama europeo.


221 cm, una splendida mobilità di piedi e un atletismo sopra la media per la stazza lo rendono particolarmente interessante agli occhi degli affamati scout NBA nonostante, fino all'estate del 2016, le sue presenze in maglia biancoverde siano davvero limitate, così come i numeri della sua produzione.


Le premesse per la sua prima stagione americana nel nord della California dunque non sono delle migliori. Georgios è ancora troppo acerbo e malgrado qualche lampo in sparuti momenti di garbage time, il suo destino è segnato. Dopo diverse spedizioni in G-League, viene tagliato definitivamente nel febbraio 2018.


S'interessano a lui i Portland Trail Blazers che gli offrono un decadale, durante il quale disputa una sola partita e nel luglio dello stesso anno è già su un aereo, destinazione aeroporto Eleftherios Venizelos.


Da allora è un rincalzo dalla panchina per il Pana e per ora non sembra in grado di mantenere le promesse di quella chiamata così alta.




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