• Nicola Ripari

The Mecca: l'illusione del "New York Basketball"

Prima o dopo, il New York Basketball potrebbe tornare. Che cosa realmente significa?



Questo articolo, scritto da Steven Louis per The Knicks Wall e tradotto in italiano da Nicola Ripari per Around the Game, è stato pubblicato in data 6 agosto 2020.



Per come la vedeva il filosofo marxista Walter Benjamin, “spiegare il passato non significa capire com’era veramente. Significa assumere il controllo di un ricordo”.


Per come la vedeva Terror Squad, Fat Joe sarebbe in grado di cambiare in difesa tra Kenny Anderson e Stephon Marbury. In questa circostanza, sono la stessa identica cosa.


New York Basketball, con la N maiuscola, è sia un concetto creato dal mercato sia una vivida e meravigliosa idea. Ogni città pretende che i propri giocatori siano degli spacconi incalliti e dei veri e propri attaccabrighe; è possibile sentire la stessa identica pretesa dai fan di Chicago, o di Detroit, o di Philadelphia. Allo stesso modo, ai losangelini piace molto ascoltare un discorso a proposito dei giocatori di New York.


La NBA guadagna un sacco di soldi grazie agli appassionati di basket che vivono nelle città americane più popolose. E quando la squadra di una determinata città fa letteralmente schifo, ciò che più o meno hai bisogno di fare è vendere sensazioni.


New York è The Mecca perché, ehi... rispetta la storia!


Tuttavia New York Basketball è anche un passato collettivo. È una comunità fatta di esperienze condivise, un mezzo per capire lo spazio che ci circonda. È Anthony Mason che si fa il mazzo e da Springfield Gardens arriva al Madison Square Garden, è Chris Mullin che da Brooklyn arriva ad allenare St. John’s. È Rod Strickland che dice a Jay Z di finire la sua colazione. È Rucker Park e l’AND1 Mixtape Circuit. È la squadra dei Knicks del 1998/99.


Anche se sembra banale, e anche se sai che si tratta di un inganno, New York Basketball emerge come qualcosa di concreto e genuino.


È sconvolgente che i Knicks possano essere stati considerati - fino al 2019 - come una delle più appetibili destinazioni per i free agent; ed è ancora più sconvolgente che sia stato giustificato il fatto di vedere i pick&roll tra Emmanuel Mudiay e Luke Kornet sulla TV nazionale.


Se si tratta di qualcosa di reale, è perché noi l’abbiamo reso tale. E, se la franchigia non rovinerà tutto, è un qualcosa che prima o dopo dovrebbe tornare.


New York nella sua storia ha avuto molti All-Star nella posizione di point guard, per diverse generazioni (Tiny Archibald, World B. Free, Mark Jackson e anche Stephon Marbury, direttamente da Coney Island). Ciò nonostante la squadra di basket di New York è stata maledetta in quel ruolo per un periodo così ampio da sembrare lungo tre eternità. L’ultima point guard decente dei Knicks è stata... Raymond Felton? Nate Robinson? Chris Duhon?! Scusate, questo esercizio terminerà immediatamente...


New York Basketball, sopra ogni altro canone stilistico, significa un gran ball-handling. “Tricky Strick”, Jamaal Tinsley, Sebastian Telfair, Rafter Alston, persino God Shammgod, hanno tutti influenzato in maniera indelebile il modo in cui guardiamo il Gioco.


Nel 2019 il nuovo semidio di New York Basketball sarebbe potuto essere Kyrie Irving. Con il miglior palleggio e ball-handling di questo sport, si sarebbe fatto amare dal fedelissimo Garden sin dal primissimo crossover. Ma, come sapete, Kyrie - cresciuto nella vicina West Orange - ha scelto l'altra squadra della città, firmando per i Brooklyn Nets.



Anche Kemba Walker, che viene invece dal Bronx, ha "snobbato" i Knicks durante la free agency dello scorso anno, firmando per i Boston Celtics.


L'ex Hornets, come Kyrie, sarebbe rientrato bene nel quadro dei Knicks. E le sensazioni - quelle sensazioni newyorkesi che in un modo o nell’altro puzzano di pesce - imploravano per una superstar nel ruolo di point guard che fosse in grado di guidare la squadra al ritorno nei Playoffs e al "rispetto" del proprio brand.


Facendo un passo indietro, qual’è l’importanza dei big market nella NBA di oggi? La confluenza dei social media e la maggiore possibilità di movimento dei giocatori ci hanno permesso, negli ultimi anni più che mai, di classificare le squadre in base al loro "appeal". E mentre la Lega si sta affacciando a una decade di rinnovata popolarità, i Knicks rimangono una delle ultime franchigie a non essersi guadagnati una reputazione contemporanea.


E quindi, qui, si torna a Walter Benjamin: ricordiamo quello che scegliamo di ricordare.


Ad esempio, Carmelo Anthony ha preso parte alla squadra della sua città, i Knicks, durante i suoi anni migliori, seguendo le orme del suo idolo Bernard King. Ma non sarà ricordato da tutti, anzi, in modo molto sentimentale.



Forse la vera lezione, ammesso che ce ne sia una, è che i risultati devono sempre essere giustificati dai processi di crescita. NY è la città più grande, ma nonostante ciò è lontana anni luce dal vincere.


Forse, New York Basketball è quanto segue: un amore nevrotico e ossessivo per il Gioco, e una vera e propria relazione di amore/odio con aspettative estremamente alte e spesso dannose.


Chiunque a un certo punto rivitalizzi New York Basketball e consegni un titolo alla città, avrà il compito di definire i contorni di questa immensa forza. Penso che sia elettrizzante come responsabilità. E chiunque sarà, troveremo un modo per unire i punti e per continuare a fare giochi di parole.





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