• Mauro Oltolina

The NBA's back



Ad una manciata di ore dalla prima palla a due dell’annata 2020/21, possiamo bruciare leggermente le tappe e ripetere lo storico tweet di Adrian Wojnarowski: the NBA's back.


Ogni stagione in partenza è una pagina bianca da riempire, ma questa si presenta al season opener con una consistente eredità dall'anno che è stato il 2020. Per la ridotta durata della stagione regolare (72 partite) e per l'inizio a fine dicembre, ma in primis per il momento: nonostante l’approdo a un piano vaccinale globale, la ripresa delle operazioni vede come scenario di sfondo la pandemia di Coronavirus. Alla quale la Lega professionistica più organizzata al Mondo ha fatto fronte creando un precedente unico come l’esperienza della Bubble di Orlando. Per questo nuovo corso, Silver ha dovuto scegliere un approccio più “europeo”, con partite disputate nelle varie arene a porte chiuse o pubblico ridotto.


Se la Bubble verrà replicata più avanti nel corso della stagione molto dipenderà dall’andamento della pandemia negli Stati Uniti, cosa allo stato attuale ancora poco prevedibile. Negli scenari più rosei, per l'NBA, ci sarebbe un ritorno al più presto del pubblico - pagante - sugli spalti.


All’interno della voce “momento” bisogna anche considerare che l’ultima gara ufficiale è stata disputata poco più di 2 mesi fa, dopo un periodo prolungato di isolamento ad Orlando per alcune delle franchigie in corsa. E come ben sappiamo, questa partenza-lampo non ha reso felici alcuni dei protagonisti degli ultimi Playoffs e delle ultime Finals.


In virtù di un'offseason così contratta, non sarebbe dunque così lontano dalla realtà vedere alcune superstar a minutaggio ridotto almeno per le prime partite. Cosa che da una parte interessa il giusto, in una stagione comunque ricca di impegni, ma che dall’altra potrebbe leggermente rallentare il rodaggio dei meccanismi di alcune squadre.


Sarà una stagione come al solito – o forse più del solito – ricca di curiosità. E non basteranno queste righe per trattarle tutte. Stabilendo perciò la necessità a malincuore di dover fare una selezione. Questo perché la fisionomia della Lega, sia per momento storico di fondo che per cambiamenti al suo interno, appare ridisegnata. Aprendo così a numerosi spunti.


A partire dalle due protagoniste delle ultime Finals.


FOTO: NBA.com

I Lakers paiono avere a bocce ferme un organico ben più completo e assortito della gran parte, se non tutte le altre pretendenti. Oltre alla ri-firma più che annunciata di Anthony Davis, gli innesti portano ad un roster già più che competitivo quello che a tutti gli effetti appare un upgrade: Schröder non avrà le doti di leader e gli istinti di un veterano due volte campione NBA come Rajon Rondo, ma rappresenta un'opzione offensiva molto molto seria e con un’anagrafica decisamente più benevola rispetto al suddetto; nel reparto lunghi la firma di Marc Gasol porta meno verticalità ma un playmaking e un talento decisamente superiori rispetto a McGee e Howard, specie se completata da quella di Harrell, giocatore che alza il livello dei contatti sotto le plance. Se poi nell’elenco si leggono, appunto, “Davis, Anthony” e “James, LeBron”... Attenzione, però, perché i Golden State Warriors dei Big Five Curry-Thompson-KD-Green-DMC dimostrano che ben più di una cosa può andare storta nell'arco di una stagione NBA.


Se nel 2020 gli Heat sono stati una sorpresa entusiasmante per basket giocato, quest’anno la concorrenza ad Est per la prima casella sarà molto agguerrita. Butler, Herro, Adebayo e soci saranno chiamati a confermare l’altissimo livello di sistema espresso nella Bubble, cosa tutt’altro che semplice. Essere una sorpresa è un conto, confermarsi e migliorarsi un altro.


Questo perché in una Lega attenta al dettaglio, le varie ed eventuali degli Heat saranno messe attentamente sotto la lente di ingrandimento, e sarà dunque compito di Coach Spoelstra andare oltre a questo - cosa tutt’altro che semplice - e compito invece dei ragazzi proseguire quello che è sin da subito parso un percorso di crescita destinato a dare soddisfazione - a noi che guardiamo e a loro che scendono in campo.


Certo, l’attesa per la decisione di Giannis Antetokounmpo sull'estensione - poi arrivata - coi Bucks ha lasciato un senso di incompletezza, ma Miami come detto parte da un core solido, ben allenato e che ha in sé tutte le possibilità per potersi confermare.


FOTO: NBA.com

Giannis. In un mondo governato dal business dei grandi mercati, la sua decisione di proseguire con i Bucks sa di - ben remunerata - riconoscenza per avergli dato gran parte di ciò che oggi possiede.


Certo è che Milwaukee ha ben strizzato l’occhio alla sua Superstar, alla ricerca del passo definitivo per ergere se stessi e i proprio compagni a contender: Jrue Holiday senz’altro è stata una scelta indirizzata a questo scopo. Che poi sia e sarà sufficiente lo sapremo in corso d’opera. Per ora ciò che sappiamo è che i Bucks restano nelle prime caselle ad Est.


È stata una offseason, come detto, all’insegna del cambiamento, e le tre voci che si alzano in questo senso sono quelle del trio Clippers-Rockets-76ers.


I destini dei primi e degli ultimi sono legati a doppia mandata dalla figura di Doc Rivers: abbandonata la nave fragorosamente - possiamo dirlo - affondata nel corso degli ultimi Playoffs (sull’altra sponda di LA aleggeranno a lungo i fantasmi di Jokic e Murray), Doc è approdato in un altro spinosissimo progetto.


Fuori da ogni dubbio che Doc possegga carte in regola e carisma per pensare di governarlo. Ciò non toglie che finora il fit generale di Phila in ottica di grandissimi obiettivi sia stato quantomeno opinabile, con Embiid ancora troppo mentalmente acerbo per essere continuativamente un leader e Simmons tecnicamente forse troppo limitato per poter essere una certezza assoluta.


Far crescere il livello attitudinario di una squadra abituandola ad un’asticella alta è cosa tutt’altro che scontata e semplice. La sfida è senz’altro interessante, il talento più che presente, i margini di miglioramento evidenti. L'arrivo di Daryl Morey e l’aggiunta a roster di un veterano pluridecorato come Danny Green (scaricando il contratto di Horford) rappresentano un primo abbozzo del nuovo "Processo".


I Clippers erano partiti nel 2019 con le speranze dei veri candidati al Titolo, con Kawhi Leonard e Paul George (anche considerato il rimaneggiamento profondo dei Lakers, arrivati da una stagione deprimente). Sono crollati per mano dei Nuggets in Gara 7 del secondo turno.


Molto ha fatto discutere il sostanziale non apporto di Paul George, per il quale andrebbe aperto un capitolo però molto importante - e interessante - inerente agli strascichi psicologici comportati dall’isolamento nella Bubble. PG infatti è stato autore di una post-season ampiamente sotto le sue possibilità, esternando un forte disagio derivante dalla situazione di contorno generata a Disney World.


FOTO: NBA.com

Certo, se la tua seconda stella viene per larghi tratti a mancare quando la squadra ne ha bisogno, è un problema, ed è immediato che faccia notizia; ciò non toglie che sia stata sollevata una tematica di interesse generale da non sottovalutare. Ossia quella della salute mentale negli atleti ad alto livello, essendone George un esempio macroscopico. E' una condizione che negli anni ha interessato diversi altri atleti nella Lega (uno su tutti Kevin Love), anche se sembriamo esserci abituati a giocatori mentalmente dominanti come lo stesso Leonard.


Con ciò ricavare dal tutto che sia stata la mancanza di Paul George a condannare i Clippers è un’equazione semplicistica: la ex squadra di Rivers ha avuto dei cortocircuiti mentali nel corso delle partite più importanti, tendenza già vista nella serie con Dallas decisasi per la maggiore esperienza di LA su dei Mavs ricchi di assenze e ormai Dončić-dipendenti.


A tratti è parso fosse un problema coincidente con un fatto di pressione. Arrivati alle sorti sospese di una Gara 7, i Nuggets hanno approcciato al win or go home con la testa sgombra, giocando una partita di grande spessore. Denver che, per altro, la passata stagione ha compiuto un ulteriore passo in avanti rispetto alla precedente, con Jokic (molto più continuo a tutto tondo nei momenti decisivi) e Jamal Murray (a tratti incontenibile) condottieri fino alle Conference Finals. Evento che ha aperto nuovi scenari in Colorado, anche se la perdita di Jerami Grant è molto pesante.


Per il post-Rivers l’eletto è stato Tyronn Lue, eroe del Titolo dei Cavs ed ex assistente di Doc proprio ai Clippers. Dal mercato gli arrivi di Batum ma soprattutto di Serge Ibaka dovrebbero contribuire ad allungare le rotazioni garantendo qualità, quantità e mentalità. Per un’edizione dei Clippers in cerca di rivincite.


Se Clips e Philadelphia sono legate da Doc Rivers, tra quest’ultima e i Rockets il trade d’union è Daryl Morey. Anche lui partente con rimpianti dalla casa madre, con certificato di fallimento per un progetto ambizioso costituito dalla coesistenza tra due stelle poco “ergonomiche” come James Harden e Russel Westbrook.


Su Houston si sono spese tante parole: da un lato quasi avanguardistici nell’interpretare una pallacanestro fatta di small ball stressata, dall’altro fin troppo lucidamente disfunzionali nel voler associare Harden e Westbrook, due giocatori abituati ad avere tanto la palla in mano - spesso con gli altri 4 a guardare. L’idea di base poteva essere (forse?) quella di ricostituire parzialmente i fasti di una vecchia edizione di OKC. Il grosso problema è stato che un sistema come quello di OKC era irripetibile, a partire dai momenti diversi della carriera dei due protagonisti: Harden ai tempi funzionava meravigliosamente da sesto uomo e da leader incontrastato della second unit in una squadra in cui di fatto Durant e Westbrook erano le due punte di diamante.


Westbrook si è ricongiunto col Barba 7 anni dopo, in un momento in cui le dinamiche personali - non solo nelle rispettive squadre, ma anche all'interno della NBA - erano decisamente cambiate, definendo un rapporto che non sarebbe mai potuto essere paritario a discapito delle volontà del numero 0. La squadra era a tutti gli effetti di Harden, mentre Russ, ex MVP e con un contratto molto oneroso, non trovava una collocazione funzionale alla causa, neanche dopo la trade-Covington conclusa per cercare (disperatamente) un modo di trovare, collettivamente, un senso tecnico.


Nell’ottica di Morey questo è stato un “o la va o la spacca”, visto anche il sacrificio di Chris Paul. All’atto pratico si è trasformato in un disastro totale lasciato in eredità al nuovo GM di Houston, Rafael Stone, a cui molto probabilmente va la solidarietà della metà degli addetti ai lavori.


Lo scambio Wall-Westbrook ha mischiato le carte in tavola, anche se non è così sacrilego pensare che non abbia migliorato né Houston né Washington: il problema del fit con un’altra G alpha – nella fattispecie Bradley Beal – persiste, specie se Westbrook come ha già dimostrato in passato non esprima nessuna volontà di capire a che punto sia della propria carriera; sponda Rockets, John Wall arriva dopo un anno di inattività – anche se nelle uscite prestagionali ha dimostrato una discreta forma - con il paradosso di un James Harden con le valigie in mano. In attesa di una collocazione tutt’altro che scontata. God Save the Rockets.


FOTO:NBA.com

Uno dei capitoli più interessanti – e che non si vede davvero l’ora di leggere – sono i Brooklyn Nets. Anche per i sottotitoli che portano in seno, il primo assoluto ovviamente rappresentato dal ritorno di Kevin Durant. L’infortunio patito con la rottura del tendine d’Achille è stato gravissimo, specie per un fisico longilineo ed esplosivo come quello di KD. Ciò che può averlo senz’altro aiutato nel recupero può essere stato... il suo fisico.


Durant, asciutto e slanciato, non si porta appresso un tonnellaggio eccessivo, con un carico meno significativo su di un tendine abituato a soffrire degli stress molto sostenuti. Cosa che, unita ad una fisioterapia e ad un rientro all’attività durato un anno, può avere un ruolo fondamentale su di un recupero completo ed eventuali ricadute. E, a giudicare dalle prime passeggiate stagionali, si può dire che Durant stia abbastanza bene.


A guidare il duo costituito con Irving - chiamato al definitivo salto di qualità post-LeBron, dopo l'esperienza negativa a Boston - ci sarà un uomo di pallacanestro come Steve Nash, alla prima esperienza da head coach. Curiosità? Estrema.


La scelta dei Nets è stata criticata da più campane, appellandosi principalmente all’inesperienza di Nash. Se questo è senz’altro vero, ciò che non si può appallottolare e buttare nel cestino sono una carriera vissuta da regista in campo, un carisma universalmente riconosciuto e il fatto che non siano gli anni da HC a sancire per forza di cose il valore di un allenatore. Vedasi l’esempio di Steve Kerr, che ha saputo far vincere le sue idee in un roster sostanzialmente pronto per vincere, oppure Nick Nurse, che con i Raptors ha strappato proprio ai Warriors il titolo nel 2019.


La situazione a Brooklyn chiaramente è ben diversa, e i Nets appaiono pronti per competere ma ovviamente non rodati come contender. Troppe sono le incognite per sapere cosa aspettarsi, un po' come in ogni nuovo progetto. Certo è che lotteranno per le prime tre posizioni, potendo Nash contare anche su un allenatore esperto come Mike D’Antoni in qualità di vice (all’insegna dei bei tempi di Phoenix).


D’Antoni che a Houston verrà sostituito da un altro esordiente come Stephen Silas, a cui vanno gli auguri di tutti noi nella speranza che non affoghi incolpevole nel marasma texano.


FOTO: NBA.com

L’NBA che verrà non può non passare anche dai Mavs e, soprattutto, da Luka Dončić. Dopo una stagione a dir poco clamorosa, è fuori discussione che le aspettative verso il numero 77 siano empiree. Quasi a coincidere con le tre lettere M, V e P.


Dallas non ha stravolto il roster in offseason, e in molti si son chiesti se, con un Porzingis e un Dwight Powell in più, la serie contro i Clippers non sarebbe potuta essere portata a Gara 7. La sensazione resta che l’Ovest sia ancora troppo competitivo per andare oltre un primo o secondo turno. Ciò non toglie che la crescita dei Mavs, in attesa di trovare una terza star per il definitivo salto di qualità, debba passare da un continuo progresso sia globale che di Dončić, con un Porzingis chiamato anche lui ad un salto di qualità soprattutto mentale.


Che KP sia un giocatore vero pochi dubbi: quello che i primi Playoffs della sua carriera hanno suscitato – ma è ancora troppo poco per giudicare – è la mancanza di una tenuta mentale concreta ai massimi livelli. La sensazione è che il lettone ne sia uscito dominato e non dominante come un giocatore del suo talento dovrebbe. Ciò non toglie che una carriera si costruisca anche e soprattutto sugli errori.


Con le delizie del suo talento, Dončić si colloca in un contesto nutrito fatto di giocatori che pian piano stanno costruendo una notevole infornata generazionale quanto a superstar della Lega futura. E si parla nella fattispecie di ragazzi come Trae Young, Jamal Murray, Devin Booker, Jayson Tatum e Jaylen Brown, lo stesso Tyler Herro, Bam Adebayo, Donovan Mitchell, Ja Morant e, ovviamente, Zion Williamson. Tutti giocatori nati tra il 1996 e il 2000 che già allo stato attuale stanno avendo un impatto importante nelle rispettive squadre, ma il cui meglio deve ancora arrivare.


Questo discorso vale soprattutto per Zion Williamson, di cui esattamente ancora non si è capito di cosa si stia parlando. Posto che presenta un repertorio tecnico per completezza ancora inferiore alla sapienza dei movimenti di Dončić o alla completezza offensiva di Murray, Tatum o Young, Zion ha dalla sua un fisico insensato capace letteralmente di arare l’umana specie. Non solo: ciò che sbalordisce è il controllo di un organismo così ingombrante negli spazi stretti e l’istinto innato per il canestro. La sensazione è che di Williamson, nelle poche apparizioni finora, non si sia grattato più della superficie.


FOTO: NBA.com

I miglioramenti concreti da apportare nel suo gioco sono soprattutto legati al movimento di corsa, ancora troppo ondivago – con pochi ringraziamenti da parte delle sue ginocchia – e al tiro dalla media e dalla lunga distanza. Lavoro quest’ultimo che sarà lungo e richiederà dedizione, ma che sarà fondamentale per ampliare il suo bagaglio di pericolosità con evidenti benefici anche per la squadra. Perché il ragazzo ha dimostrato anche di avere una discreta visione di gioco.


I Pelicans, dunque, anche per l’arrivo di Stan Van Gundy, rappresentano una squadra da seguire con curiosità. In attesa di vedere cosa diventerà Zion a partire da questa stagione per il prossimo decennio (integrità fisica permettendo), coadiuvato da Lonzo Ball e dall'MIP Brandon Ingram in piena rampa di lancio. Anche nella speranza tricolore che il nostro Nik Melli possa proseguire il suo percorso e migliorare passo dopo passo: fisico, QI cestistico e qualità ne possono fare un role player importante nelle rotazioni, con un ovvio occhio al tiro dalla lunga in pick&pop e sugli scarichi.


I Phoenix Suns stanno aprendo un progetto ambizioso, con l’arrivo di Chris Paul a far da chioccia a Devin Booker e DeAndre Ayton. L’ottica è quella di entrare stabilmente ai PO, cosa che potrà far crescere le giovani star abituandole a palcoscenici differenti dagli ultimi spot.


Stesso dicasi per il progetto Atlanta. Anche se con grandi incognite, l’asse Young-Bogdanovic potrebbe funzionare, specie se supervisionato da un superveterano del ruolo come Rondo. Osservando anche come si inserirà Gallinari, chiamato a portare talento ed esperienza alla causa, oltre che profondità nelle soluzioni.


FOTO: NBA.com

Avevo anticipato che non sarei riuscito a parlare di tutto: in un oceano di argomenti fare una selezione è molto complicato, perciò mi scuso - per quel che possa valere - se in queste righe non sono trattati a dovere diverse realtà.


Come Boston, Golden State e Toronto. Alla ricerca chi di conferme (i Celtics, in attesa anche di un upgrade definitivo, e i Raptors, che dovranno risolvere molte incognite dopo un'offseason turbolenta) e chi di aprire un nuovo ciclo (i Warriors). O realtà come Portland, di cui abbiamo parlato qui, e Utah, che ha esteso i contratti del duo più chiacchierato durante la pausa della stagione (Mitchell e Gobert) e che ritroverà Bojan Bogdanovic.


E poi ci sono i New York Knicks, che sono stati protagonisti di una free agency finalmente non "isterica", ma per cui il sole è ben lontano dal sorgere. O, ancora, realtà intriganti come i Minnesota Timberwolves del nuovo duo KAT&D-Lo e quegli Charlotte Hornets in cui LaMelo Ball sicuramente farà parlare di sé.


Il terzogenito di LaVar, nonostante la nomea e lo spropositato hype, è un interessante cantiere aperto, sia per attitudine difensiva che per selezione nelle scelte offensive. Ciò che però è emerso da queste prime uscite di Preseason è stata una nobiltà di trattamento di palla e una visione di gioco notevoli per un giocatore la cui esperienza è cabotata tra est-Europa, Australia e preparatory schools.


Mi scuso. Ma vorrei chiudere dedicando un pensiero a un grande assente di questa NBA che verrà, ed è Klay Thompson.


La notizia della lesione al tendine d’Achille ha scosso profondamente tutto il circus ed è motivo di sincero addoloramento. Sia perché priva la Lega di uno dei suoi più grandi interpreti, di un giocatore della cui sapienza offensiva e difensiva non si parla forse mai abbastanza. Sia perché - e milioni di dita si sono incrociate - il rischio di non vedere più lo stesso giocatore di prima potrebbe essere reale.


Due infortuni così gravi in fila e due anni saltati saranno un banco di prova molto provante. Ma la Lega ci ha abituato a molte storie di rinascite. E la speranza è che un domani potremo raccontare anche quella di Klay Thompson.


Per il resto, con tutta la tua tavolozza di stimoli, curiosità, analisi e approfondimenti: the NBA's back!