• Mauro Oltolina

This is my Lead

Sotto gli scintillanti riflettori del Madison Square Garden, Giannis Antetokounmpo potrebbe essersi consacrato alla guida dei suoi Milwaukee Bucks.

Serata di gala

L’atmosfera, arricchita dal profumo della carne grigliata e dal chiaro spumoso dei boccali di birra artigianale, era incandescente.

Il Brass Monkey Pub di Milwaukee aveva aperto i battenti in pompa magna, nel rigido buio di quel mercoledì 4 gennaio, per accogliere quanti più discepoli dei Bucks fosse possibile. A popolare di sfumature nero-verdi gli spartani tavoli in legno.

D’altronde si andava in scena contro i Knicks. Al Madison Square Garden. Per continuare la rincorsa ai Playoffs. Una serata di gala nel più scintillante dei teatri. Imperdibile.

A maggior ragione se a tener banco fosse stata la predica di un infinito ragazzo Greco, i cui fedeli erano distinti da un enorme “34” in rilievo sulle proprie magliette.

La stagione fino a lì disputata apriva ad una diatriba: davvero la città aveva trovato la sua guida in “a freak”?

The Greek Freak?

L'audio dei vari schermi sopra il bancone era sovrastato dal vociare convulso e animato dei presenti.

Si commentava. Si esclamava. Si discuteva. Il tutto con sensibile entusiasmo.

Milwaukee aveva vinto.

Sì, ma come aveva vinto. Una partita che si era rivelata tutt’altro che scontata era stata risolta da una giocata che di lì in poi avrebbe avuto un significato miliare per la franchigia e per il Greco.

Era così? Era troppo presto per dirlo?

Frank. Hey Frank! Alza quel maledetto volume: facci sentire che sta dicendo.

BZIP

Giannis, c’è un posto migliore per centrare un game winner del Madison Square Garden?

Domande e certezze

Viene dalla serie A2 Greca? Costui??

Per Jason Kidd può giocare playmaker. Un 211 cm. È uno scherzo? Ah, e lo segue pure Payton?

Hai visto che mani? Il pallone sembra una pallina da tennis... E le braccia?

Davvero faceva il venditore ambulante ad Atene?

È il nuovo Durant? A soli 22 anni?

È grezzo.

Non è pronto.

Lo sarà mai? Con quel tiro da 3?

Sarà mai una stella? Un uomo franchigia?

Le domande sono poste tra di loro alla rinfusa, di getto. Non seguono la ferrea linea del tempo, ma il tumulto emotivo di coloro, supporter Bucks e non, che dal 23 aprile 2013 hanno iniziato ad avere a che fare con la quindicesima scelta assoluta al Draft: Giannis Antetokounmpo.

Pareva uno scioglilingua: in tutta America, a partire da David Stern che lo chiamò quella sera, partì una sorta di toto-pronuncia di quel dedalo di consonanti che il suo cognome si portava appresso.

The Human Alphabet.

Fonte senz’altro di ilarità. Ma soprattutto di enorme curiosità.

Al primo impatto, ci si rese conto che il ragazzo fosse sì piuttosto grezzo, ma anche inequivocabilmente qualcosa di mai visto prima tra i laghi del Wisconsin.

Un progetto a lungo termine cui tappare le orecchie da qualsiasi critica, per amore e sviluppo di un’etica del lavoro già insita nel suo cuore. A causa delle sue origini. E del riconoscimento che, nel dono di quei 206 centimetri per 95 chili di peso, passasse la sua salvezza da un’esistenza altrimenti alquanto complessa.

Sin dalle prime uscite si realizzò quanto ora pare essere la normalità: Giannis era senza dubbio uno “scherzo della natura” dal punto di vista fisico, ma a questo assommava doti tecniche tutt’altro che spiacevoli. Per non dire di notevole rilevanza.

La tranquillità nel palleggio con entrambe le mani, perfettamente in armonia con un fisico talmente slanciato da garantirgli velocità di esecuzione ed esplosività ai limiti del disarmante, affrescò un candido sorriso sulle labbra di Larry Drew, allora capoallenatore dei Bucks.

Certo, quel tiro... Quella tecnica così farraginosa…

La problematica più rilevante nella sua meccanica derivava paradossalmente proprio dalla sua struttura fisica: le mani pareva tirassero un mandarino verso il ferro, più che un pallone a spicchi taglia 7. Sostanzialmente era come se si autostoppasse, incapace di direzionare completamente il tiro.

Ma Drew non aveva dubbi: il ragazzo aveva la stoffa. Sia per aumentare gradualmente il suo minutaggio, sino ad arrivare a toccare quota 24 minuti di media sul legno – conditi da 7.1 punti, 4.6 rimbalzi e 1.8 assist per game – nel suo anno da rookie, sia per lavorare costantemente e maniacalmente sul suo gioco.

Perché quel fuoco dentro lo hanno in pochi. E quei pochi, spesse volte, sono degli eletti.


La svolta

Beh, sì, credo proprio che a partire da questo anno farò giocare Giannis da play. Perché no?

La polo nera con la scritta “HEAD COACH” era nel frattempo passata sulle enormi spalle di Jason Kidd. Avevano sostenuto New Jersey sino alla finale e Dallas al titolo. Cosa si voleva che fosse, per lui, consegnare le chiavi dell’attacco della sua squadra a quella che a tutti gli effetti era un’ala grande?

Perché, nel frattempo, i centimetri da 206 erano passati a 211, i chili da 95 a 101, l’anno dal 2013 al 2016.

Tre stagioni. Di costante lavoro sul proprio corpo, sulla propria tecnica. Sulla leadership. Con umiltà.

Ora al nome “Antetokounmpo” non si associava più la contagiosa risata di Shaq per gli inciampi di pronuncia di Kenny Smith nel cabarettistico studio TNT, ma il tono rispettosamente serioso di cui si fregiano gli opinionisti quando sanno di parlare di una stella.

L’NBA intera si era resa conto di chi fosse. Ma soprattutto di chi potesse essere.

Non lo si guardava più con l’amorevole tenerezza che si ha per un ragazzino, ma con la rispettosa considerazione di un uomo carico di responsabilità.

Verso se stesso, i compagni, l’organizzazione.

Verso una città intera che oramai chiamava “Casa”.

Quel 2016-2017 doveva essere l’anno della svolta.

Complice anche il rientro in campo (si sperava) in pianta stabile della seconda scelta assoluta al draft 2014 Jabari Parker: quel tremendo crack al ginocchio aveva complicato e non di poco le cose nel percorso di crescita sia di Giannis che della franchigia. Ma soprattutto aveva privato il popolo dei Cervi della possibilità di godersi lo spettacolo dei due rampolli insieme.

L’obiettivo erano i Playoffs, in una costa Est in cui l’ottava posizione non era di certo un D-Day nel marasma della Manica.

Eppure a Gennaio il record diceva 18-16. Sole due vittorie sopra il 50%. In una lotta cruenta per l’accesso alla zona nobile della classifica.

Un settimo posto, se non da migliorare, quantomeno da consolidare.

Quello che si affacciava alla serata di New York era un Antetokounmpo da 23.8 punti di media in oltre 33 minuti di impiego, cui si sommavano 8.7 rimbalzi e 5.9 assist.

1109 minuti totali in 33 partite che avevano infiammato il desiderio di vederlo cambiato ed in campo nella partita delle stelle del vicino febbraio. Oltre ad aver messo sulla bocca di tutti due parole che usualmente profumano di onore e condanna al contempo: “uomo franchigia”.

Passo dopo passo, aveva ottenuto quella che ai suoi occhi era una valorizzazione del duro lavoro in palestra, nelle singole pause di una logorante stagione da quattro possibili partite in una settimana.

Il comando su veterani come Monroe o Jason Terry se lo era guadagnato sul campo, con valore incalcolabile, facendo emergere il meglio di sé e di ogni singolo compagno.

A 22 anni.

Ed ora eccolo, in “a must win game”, a doversi confermare.

Orgoglio e consapevolezza

Il silenzio del Garden è irreale. Melo e compagni ce l’avevano davvero messa tutta pur di non perderla. Persino Rose pareva quasi tornato quello di un tempo, così come tangibile era stato l’apporto di un Noah sempre più crocefisso dai deficit fisici.

I riflettori sono tutti per lui, il giovane Greco che a 1000 e passa chilometri dalla Grande Mela era divenuto un eroe.

Come se già non lo fosse.

Segnare un Game Winner è un passaggio obbligato nella carriera di un fuoriclasse.

Farlo al Madison Square Garden di New York City significa incidere il proprio nome in una delle stelle dorate della Walk of fame relativa a questo tempio, al fianco di nomi come Ewing, King, Miller, Jordan, Bryant, James, Curry e non solo.

La palla sarebbe dovuta finire, secondo la lavagnetta di coach Kidd, nelle mani di Jason Terry.

Vecchia volpe, The Jet. Di certo non nuovo a finali “concitati”, fatti di una manciata di secondi sul cronometro e punti da recuperare.

Invece Giannis aveva ricevuto spalle a canestro direttamente dalla rimessa, e si era guadagnato a sportellate l’area – violando la Barkley Rule, per altro – in prossimità della tacca piena.

Terry aveva immediatamente capito due cose: che il tempo stringeva, e con un’azione lontano dalla palla iniziata in maniera così poco aggressiva dal lato debole non avrebbe offerto un gran supporto; ma soprattutto che quel pallone non lo avrebbe mai ricevuto.

Perché era cosa sua.

Tutto questo nonostante si fossero fatte le prove generali solo 30 secondi prima, e fosse andata non propriamente bene: Antetokounmpo, nella medesima situazione di isolamento, aveva lanciato per aria un tiro sottomisura alquanto rivedibile, fortunosamente catturato da un Greg Monroe lì apposta, in agguato. Il centro in maglia nera era stato spedito in lunetta dai Bianchi sul 102-104, limando di un punticino lo svantaggio con un 1/2 ai liberi.

Sul secondo libero sbagliato, New York aveva fatto pervenire la sfera nella metà campo avversaria, per segnare e troncare la giugulare del contendere. Ma il jumper di Lance Thomas era finito sul secondo ferro, lasciando il racconto con la parola “fine” in sospeso.

Ed era stato proprio Thomas a prenderlo in consegna, resistendo anche discretamente alle sue poderose spinte nel tentativo di accedere ad un tiro il più possibile vicino dal ferro.

Ma il tempo stava esaurendosi senza lasciare prigionieri.

Step back di un metro e mezzo almeno: con due gambe così, transoceaniche, quasi una bazzecola.

Fade-away nowitzkiano, ad insaccarsi cullato dall’acuto stridere della sirena. 105-104 Bucks.

E tanti saluti alla pratica “New York Knicks”.

La panchina era entrata tutta in campo: giocatori e staff.

Al Brass Monkey numerosi boccali avevano rischiato di rovinare sonoramente sotto i colpi della gioia incontenibile dei presenti.

Giannis, statuario, era corso impettito attendendo l’abbraccio dei compagni.

Un abbozzo di sorriso aveva ceduto immediatamente il passo a ripetuti cenni del capo, gli occhi brillanti ricolmi di serietà: stava annuendo.

La spontaneità del ragazzino si era immediatamente tramutata nella consapevolezza dell’uomo.

Il punto esclamativo era quindi in realtà un due punti.

“Avete visto tutti: this is my Lead”.

Grande giocata. Grande tiro in un momento difficile. Cosa provi nell’averci pensato proprio tu, per la tua squadra?

Oh, è grandioso. Sai, questa partita era assolutamente da vincere. Il coach mi aveva detto di dare la palla al Jet. Poi ha aggiunto che se non fosse stato lì... <<Go to work, Giannis: prendilo tu>>.

[...]

“Frank. Hey Frank! Alza quel maledetto volume: facci sentire che sta dicendo.”

BZIP

“Giannis, c’è un posto migliore per centrare un game winner del Madison Square Garden? ”

La grafica di FOX Sports fa capolino proprio in quel momento, sospirando.

27 punti con 10/18 dal campo, 13 rimbalzi e 4 assist.

Non lo sa, ma i suoi occhi puntano al riquadro in basso del teleschermo. Come se stesse guardano il prodotto della sua serata.

Il sorriso ora cancella la serietà con la quale aveva risposto alle altre domande. Un abbozzo di linguaccia, come a sottolineare in maniera scanzonata di non aver fatto nulla fuori dal normale. Dal suo normale.

Non è autocompiacimento o vanità. Bensì sincero orgoglio. Quello di aver fatto qualcosa di grande sul palco dei grandi.

“Beh, sai... è grandioso aver segnato il tiro decisivo proprio qui...”. Orgoglio.

“... ma voglio farlo a Milwaukee, a Casa”. Consapevolezza.

In quel momento, un’emozione sensibile a pelle contagia le decine di Buckers con gli occhi rivolti verso l’alto, sui vari televisori sopra la testa di Frank: è un sorriso. Di orgoglio e consapevolezza.

Si erano fidati di quel ragazzino, contando sulla sua grandezza. E lui, dal suo canto, si era restituito loro da leader.

D’ora in poi più che mai potevano dormire sonni tranquilli: The Greek Freak aveva passato a pieni voti l’esame “MSG” e vegliava sulle sorti di Milwaukee.

Buonanotte

In molti se n’erano andati. L’indomani sarebbe stato giorno lavorativo, quindi fare tardi sarebbe equivalso a due scomode occhiaie.

Qualcuno, però, era rimasto. Quasi sentisse il bisogno di festeggiare con l’ennesimo brindisi quanto accaduto un’ora prima.

Ci si era abbracciati stretti, perché quel canestro aveva rassicurato tutti: se la città si fosse vestita a festa per i Playoffs, non avrebbero dovuto temere il pericolo di sfigurare.

Ci sarebbe stato Giannis.

“Ok. Grande giocata. Però in fin dei conti questa era una partita di Regular, non di post season. Certo, importante ma non fondamentale.

Saprà farlo in un win or go home?

E poi ok, il Madison Square Garden... ma questa versione dei Knicks? Definirla “rivedibile” è un eufemismo.”

Una voce stonata. Ma non troppo.

Perché “avere la franchigia sulle proprie spalle” significa accettare anche l’insito dubbio di non riuscire a farcela.

Al bancone il confronto si era acceso: cos’era quel pessimismo? Aveva visto ciò che aveva combinato quella sera? Ma dai: il futuro era assolutamente roseo.

Assolutamente. Il futuro è roseo. Ma quello che voglio dire è che per quanto Giannis sia il nostro go to guy non sappiamo ancora se ha le spalle abbastanza forti da sostenere il peso di una franchigia e...”

“Fai un po’ di silenzio Sam! Ne parlano alla tv. Alza il volume Frank.”

BZIP.

Questo ragazzo sarà un pluri All Star. Non meravigliatevi se si fanno certi tipi di discorsi su di lui”.

Jalen Rose aveva concluso una lunga disamina sul perchè fosse giusto che il peso dei Bucks da quel momento dovesse pendere ufficialmente sulle sue spalle. E nessuno, nello studio TNT, aveva avuto nulla da ridire.

“Sì, vero. Il suo talento non è secondo a nessuno nella Lega. Se sviluppa il suo jumper, può diventare davvero spaventoso. Ma per quanto riguarda il problema della franchigia, sinceramente non sussiste. È vero, è una situazione difficile esserci dentro, ma abbracci quel ruolo. Perché hai 22 anni, e sei tu stesso la franchigia.”

La voce di T-Mac si era unita al coro dell’ex playmaker dei Toronto Raptors. Poteva concretamente dirsi esperto dell’argomento: gli anni ad Orlando lo avevano catechizzato.

“La leadership è un qualcosa che viene col tempo. Ovviamente ancora non ce l’ha, ma ha la fortuna di imparare da un grande leader come J-Kidd”.

Jason Kidd, colui che non aveva avuto dubbi ad investirlo di responsabilità, lasciandogli per questo la possibilità di sbagliare.

Portandolo alla consacrazione sul palcoscenico ideale.

Perchè l’occhio di un grande interprete riconosce immediatamente un suo simile.

E Giannis lo era eccome. Un suo simile.

La disputa era proseguita ancora per un po’. Fino a che Frank, pulendo il pavimento, aveva detto loro che stavano per chiudere.

Si era convenuto che sì, il tiro fosse da migliorare come aveva detto McGrady, ma che davvero il cielo era il solo limite per un ragazzo che già a 22 anni stava dimostrando di poter dominare la Lega.

Frank aveva ascoltato tutto, sorridendo tra sé e sé: era da un bel po’ che nel suo pub non si parlava così di basket.

Solitamente era stato il football a tener banco tra i suoi clienti abituali. Ma negli ultimi tempi la musica era cambiata.

Quel Jumper. Aveva scosso la testa: una carriera intera davanti per lavorarci su, e continuavano tuttavia a martoriarlo.

Ne era certo: una critica così universale sarebbe stata per Antetokounmpo uno stimolo ulteriore.

“Va bene. Noi allora andiamo Frank. Alla prossima.”

Il sorriso era stato esteso a quelli che in fin dei conti erano degli amici.

“Alla prossima ragazzi. Grazie di tutto e buonanotte.”

La porta era stata chiusa, la serranda abbassata.

Nemmeno il freddo gelido poteva intaccare il nuovo spirito suo e della città.

Quella sarebbe stata senza dubbio una buona notte.

Perché Milwaukee aveva definitivamente trovato il calore della sua guida.

#GiannisAntetokounmpo #MadisonSquareGarden #milwaukee #JasonKidd #newyork

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