• Francesco Gottardi

Time for the Privileged: la NBA coscienza d’America


FOTO: NBA.com

Aprile 2015, lontano dalla guerriglia urbana di oggi. Ma nei dintorni di un night club di Manhattan, anche quella era stata una notte di tensione: Chris Copeland, ala degli Indiana Pacers, era appena stato accoltellato insieme alla fidanzata. Le ferite non sono gravi, ma tra la folla ormai è il caos. Interviene una volante della NYPD. Con le cattive, senza distinzioni. Lì vicino, due bestioni di due metri per un quintale non ci stanno: “Siete la polizia, non siete sopra la legge. Non potete trattare così le persone”.


Uno è bianco, l’altro è nero. Finiscono entrambi arrestati per ostruzione alle indagini. Ma prima il secondo viene sbattuto a terra, una gamba fracassata e un agente sopra la schiena. È Thabo Sefolosha, altro professionista NBA. Dovrà saltare i Playoffs e sopportare mesi di riabilitazione, ma due anni dopo verrà risarcito dalla città di New York con 4 milioni di dollari.


A differenza di George Floyd.


“Quello avrei potuto essere io”, la shooting guard - di mamma svizzera e papà sudafricano - ha dichiarato a The Associated Press dopo il dramma di Minneapolis.

“Si parla tanto di qualche mela marcia, ma la questione è culturalmente profonda. Quella notte a New York mi ha reso scettico di tutto il sistema”.

Mentre la rabbia infiamma le strade degli States, la voce della NBA si alza ancora una volta. Non è un caso, ma frutto di responsabilità sociale: la world class del basket è l’unico fra gli sport americani la cui audience è per due terzi minoranza etnica e vicina al Democratic Party (fonte: Morning Consult).


Settant’anni fa, le battaglie di Martin Luther King ancora lontane, Chuck Cooper divenne il primo afroamericano scelto al Draft da una squadra NBA. “Avesse anche la pelle a pois, l’importante è che giochi bene a basket”: fu l’allora presidente dei Celtics, Walter Brown, a rompere le prime barriere. Oggi oltre il 75% degli atleti NBA è nero. La disuguaglianza si fa ancora sentire (per contro, l’80% dei general manager delle franchigie è bianco), ma quella dei palazzetti è sempre stata una realtà edulcorata.


“Boston era un posto bellissimo dove giocare”, ricorderà Robert Parish, pilastro dei Celtics dal 1980 al 1994. “Io non sono mai stato vittima di razzismo, anche se ovviamente c’è. Solo che non è evidente”.


Un male subdolo, “un virus più letale del Covid-19”, nelle parole di uno dei più grandi avversari di Parish sul campo, per poi lanciarsi in prima linea per i diritti civili: “Il razzismo in America è come polvere nell’aria”, Kareem Abdul-Jabbar ha commentato l’assassinio di Floyd a The Los Angeles Times.

“Davanti a questa crudele ingiustizia, se siete bianchi probabilmente avrete scosso la testa disgustati, mormorando ‘Oh mio Dio’. Se siete neri probabilmente vi siete inginocchiati e avrete imprecato, urlando ‘No, non di nuovo!’.

Nei decenni passati Abdul-Jabbar aveva aperto la via, pagando sulla sua pelle la vicinanza a Malcolm X e la conversione all’Islam con cambio di nome – sull’onda di un altro campione dell’attivismo come Muhammad Ali. Oggi però il lascito della sua generazione è enorme: se Colin Kaepernick, simbolo rispolverato dell’inno in ginocchio, è finito completamente ostracizzato dalla NFL, i colleghi del basket possono denunciare con forza attraverso il megafono NBA.


Così l’establishment trumpista viene contrastato a colpi di tweet e Instagram stories, in attesa della prossima palla a due. Ha toccato gli animi la storia di Stephen Jackson, ex giocatore di Indiana e Golden State e amico fraterno di George Floyd, per cui ha iniziato un’instancabile campagna di sensibilizzazione sui social. È ancora una volta davanti a tutti LeBron James, bomba mediatica da 65 milioni di followers (più di quanti ne possa contare la CNN su qualsiasi social) che aveva indossato la maglietta ‘I can’t breath’ ben prima della supplica di Floyd. Il 26 maggio, poche ore dopo la sua morte, la stella dei Lakers ha sbattuto in faccia al mondo una doppia foto in ginocchio: il poliziotto omicida da una parte, Kaepernick dall’altra.


This... is why. Ora capite perché? O avete ancora la mente offuscata? Svegliatevi”. As simple as that.



A seguire l’azione di King James, negli anni ci sono stati gli amici e i colleghi di sempre. Da Carmelo Anthony a Derrick Rose, da Ray Allen a Dwyane Wade. Tutti neri.


Abdul-Jabbar ha apparentemente ragione a dire che la reazione allo scempio dipende dal colore della pelle.

L’anno scorso, su The Players' Tribune, aveva fatto scalpore una lunga e impegnatissima lettera dal titolo ‘Privileged’. Firmato Kyle Korver: bianco, biondo, occhi glaciali come la sua proverbiale precisione da oltre l’arco. La lettera inizia con una confessione: “Quando lessi della notizia dell’arresto di Thabo - all’epoca Korver e Sefolosha erano compagni di squadra ad Atlanta - il mio primo pensiero non era stato: come sta? Ma: che cosa ci faceva in mezzo a quel casino? Se fossi stato al suo posto, fuori da un club a tarde ore, la polizia non mi avrebbe certo arrestato. A meno che non avessi fatto qualcosa di sbagliato”.


Un punto per Kareem: “Posso anche essere amico di Thabo”, Kyle spiega il dilemma, “posso anche essere con loro al 100% nella lotta contro il razzismo. Ma sembrerò sempre 'the other guy'. Sono all’interno di questa problematica dalla privilegiata prospettiva di scegliere di prendervi parte. E quindi potrò sempre chiamarmene fuori. Un privilegio dovuto al colore della mia pelle”.


Poi, però, Korver si pone la domanda: come dare il mio contributo da uomo bianco?

“Ascoltare, supportare attivamente le cause degli emarginati. E rendersi conto che è responsabilità di tutti i privilegiati far sì che queste disuguaglianze vengano meno”.

Negli ultimi giorni ‘The Privileged’ hanno risposto presenti. “Questo è un assassinio. Disgustoso. What the hell is wrong with US?”, il tweet a doppio taglio di Steve Kerr. “Se Trump avesse un cervello avrebbe detto qualcosa per unire le persone. Abbiamo bisogno di un presidente per cui ‘Black lives matter’”, l’attacco di un’altra leggenda della panchina come Gregg Popovich. Il commissioner della NBA Adam Silver ha affermato che “la brutalità della polizia e l’ingiustizia razziale non possono essere ignorate”. E George Floyd è diventato addirittura l’immagine del profilo Twitter di Steve Nash: “This is a white problem”.



Ma forse l’esempio più eclatante è arrivato dal numero uno, "talmente grande da non aver colore". Se Michael Jordan ha mai avuto un punto debole, viene da dire la sua elusione a parteggiare: quando nel 1990 gli chiesero di dare il proprio endorsement a un senatore democratico afroamericano della North Carolina (contro un avversario dichiaratamente razzista), His Airness rifiutò, “perché in fin dei conti anche i repubblicani comprano le sneakers” che ancora oggi portano il suo nome. Questa volta ha tuonato anche lui:

“Mi sento profondamente triste, sinceramente addolorato e pieno di rabbia. Sono con coloro che stanno protestando contro il razzismo insensato che c’è nel nostro paese contro la gente di colore. Ora ne abbiamo abbastanza”.

Il timore di chi scende in piazza oggi è che tutto finisca con la protesta. Che ci siano nuovi George Floyd domani. Ma c’è una differenza significativa, tra questa e le tante altre vittime delle forze dell’ordine americane: è stata una morte filmata, chiarita a tempo di record e rimbalzata sui social per tutto il mondo. Chi prende posizione non può più non essere notato.


L’immagine di Tommie Smith e John Carlos alle Olimpiadi del 1968, scalzi sul podio e con il pugno alzato contro la discriminazione razziale, continua ad essere una delle più potenti della storia dello sport. Del secondo classificato di quei 200 metri, però, di solito ci si ricorda poco.


Bianco, apparentemente fuori contesto. È l’australiano Peter Norman, che pure si rese protagonista di un gesto altrettanto coraggioso: la coccarda del Progetto Olimpico per i Diritti Umani, a sostegno di Smith e Carlos. Norman fece la fine di Kaepernick: emarginato dall’atletica australiana, ricordato fino alla morte solo da quei vecchi compagni di podio.


Oggi invece sarebbe a centrocampo come i calciatori di Premier, Serie A e Bundesliga. Ben in vista come i post di James e Nash. Bianchi e neri in ginocchio insieme, uniti in una rivendicazione sociale senza confini, che si fa strada attraverso lo sport.


Black lives matter.

For the whites as well.




Around the Game nasce con l’obiettivo di avvicinare gli appassionati italiani alla pallacanestro NBA, attraverso due tipologie di contenuti: i contributi realizzati e pubblicati dai membri interni della redazione (diffusi a titolo gratuito, senza scopo di lucro, protetti da copyright e soggetti a legislazione vigente in materia di diritti d'autore); e articoli tradotti delle testate estere in collaborazione con AtG, pubblicati e tradotti in italiano dalla nostra redazione. I contenuti del secondo tipo, i cui diritti d’autore appartengono alle testate giornalistiche da cui sono stati pubblicati originariamente, sono all’interno della sezione “Traduzioni” e vengono selezionati, tradotti e pubblicati da AtG solo dopo la ricezione da parte delle fonti di esplicito ed esclusivo consenso relativo a questa attività.

Around the Game non rappresenta una testata giornalistica, in quanto viene aggiornato senza una periodicità prestabilita. Pertanto, ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001, non può essere considerato un prodotto editoriale.

 

Alcune immagini sono prese dal web: se un contenuto è di tua proprietà e vuoi richiederne la rimozione, oppure per qualsiasi questione relativa ai diritti d’autore, ti preghiamo di inviare una mail a questo indirizzo: pr.aroundthegame@gmail.com

Fondatore e Direttore: Andrea Lamperti -  Fondatore e Web Manager: Ferdinando Dagostino

© 2017 by Around the Game.  Prodotto da SaidiSEO.com