• Pietro Campagna

Tributo agli Orlando Magic del 2009

Uno sguardo alla squadra che ha ispirato l’NBA moderna.

FOTO: NBA.com

Questo articolo, scritto da Levi Wenrich per The 94 Feet Report e tradotto in italiano da Pietro Campagna per Around the Game, è stato pubblicato in data 8 ottobre 2018.


Facciamo un viaggio con la memoria e torniamo al 2009.

Torniamo a prima che Mike D’Antoni si tagliasse i baffi e litigasse con Carmelo. Prima che Kanye West diventasse parte della famiglia Kardashian e poteva concentrarsi sull’interrompere i discorsi di Taylor Swift. Erano anni meno complicati, ma sicuramente non era tutto perfetto, dopotutto la probabilità che ‘Boom Boom Pow’ dei Black Eyed Peas vi fosse rimasta in testa era spaventosamente alta. Sono stati anni strani. In tutta questa confusione, però, una squadra riuscì a farsi notare.

I Magic del 2009 sono stati dei pionieri per quanto riguarda il modo di attaccare, e l’impatto che hanno avuto sulla Lega si può vedere ancora oggi.

I Suns di D’Antoni sono sempre, correttamente, individuati come la più grande influenza per il basket offensivo moderno. Spesso però ci si dimentica di menzionare proprio questi Magic, che hanno aggiunto la loro parte allo stile di gioco “Seven seconds or less” che i Suns avevano introdotto.

Basta guardare qualche possesso di quei Magic per notare quanto il loro stile di gioco sia simile a quello della NBA attuale. Era una squadra in anticipo sui tempi, e non è un’esagerazione dire che il loro successo ha contribuito a far diventare la Lega quello che è oggi.

Quella stagione il loro record fu di 59 vittorie e 23 sconfitte sotto la guida di coach Van Gundy, e oltre ad un’eccellente Regular Season fecero grandi cose anche ai Playoffs. Prima di arrendersi ai Lakers di Kobe, i Magic hanno affrontato degli avversari notevoli - al primo turno hanno eliminato i Sixers di Iguodala, al secondo i veterani dei Celtics e in finale di Conference sconfissero i Cavs di King James.

Anche senza conquistare il titolo, i Magic del 2009 attirarono l’attenzione di tutta la Lega, grazie alle loro performance ben oltre le aspettative. Ma cos’è che ha reso questa squadra unica? Come hanno fatto a sconfiggere alcune delle principali forze ad Est?

Per rispondere a questi interrogativi, dobbiamo per prima cosa guardare al loro roster.

Dwight Howard

Un primo evidente motivo è il miglior difensore della Lega e membro del primo quintetto All-NBA. Howard tenne 20.6 punti di media e guidò la Lega per rimbalzi (13.8) e stoppate (2.9).

Dwight è stato un'ancora difensiva come poche se ne erano viste prima. Un atleta di livello assoluto che accompagnava un fisico imponente ad un’esplosività fuori dal comune, capace di dominare nel pitturato grazie alla sua mobilità e al suo intuito difensivo.

FOTO: NBA.com

Da un punto di vista offensivo, invece, Howard rimase sempre acerbo, ma la sua incredibile forza e il suo atletismo gli consentivano di essere comunque un fattore decisivo quando riusciva a ricevere sufficientemente vicino a canestro. La sua capacità di giocare ben sopra il ferro lo rese una macchina da highlights in situazioni di pick and roll e in transizione.

Howard era il talento fulcro dello stile di gioco di quei Magic.

Spesso le sue giocate difensive portavano a situazioni di contropiede, e non di rado succedeva che a concludere a canestro fosse proprio Howard. La massiccia presenza difensiva del suo centro consentiva a Van Gundy di giocare con dei quintetti ‘piccoli’, rapidi e molto tecnici. In attacco invece la sua abilità di rollante generava grandi spazi per i compagni, poiché le difese arrancavano nel trattenerlo.

Hedo Turkoglu

Turkoglu era esattamente il tipo di giocatore che i GM di oggi cercano: una point forward capace di essere un facilitatore offensivo quando aveva la palla in mano e un grande aiuto per le spaziature con la sua abilità da tiratore.

In quella stagione registrò 16.8 punti di media, accompagnati da 5.3 rimbalzi e 4.9 assist, tirando con il 35% dall’arco. La sua capacità di giocare come playmaker rese l’attacco dei Magic notevolmente fluido. Le guardie potevano affidarsi a Turkoglu senza esitazioni, sapendo che avrebbe senza dubbio fatto la giusta lettura di ogni situazione di gioco.

In attacco riusciva ad essere un valido scorer, che eccelleva nelle situazioni di blocco sulla palla, capace di colpire in molti modi differenti. Grazie alle sue abilità di passatore inoltre riusciva a prendere sempre un vantaggio quando la difesa decideva di cambiare, sfruttando i mismatch a suo favore o a favore dei suoi compagni.

Turkoglu con le sue caratteristiche uniche era essenziale per lo stile di gioco di questi Magic.

Rashard Lewis

Lewis completava il trio, insieme a Dwight e Turkoglu, di giocatori che creavano seri problemi alle difese avversarie.

In quella stagione, nonostante fosse un’ala di oltre 2 metri, guidò la NBA in triple segnate (220) e tenne di media 17.7 punti, 5.7 rimbalzi e 2.6 assist, tirando con il 39% dalla lunga distanza.

Ciò che lo rendeva così importante era la sua capacità di crearsi mismatch, che sfruttava a suo favore giocando in post contro i difensori più piccoli di lui e usando la sua velocità e il tiro da 3 per punire quelli più lenti.

Lewis si costruì un ruolo colpendo le difese che si concentravano sui tagli a canestro di Howard. Era un giocatore perfetto per quella squadra, perché obbligava gli avversari a cambiare modo di giocare. Howard era indubbiamente il giocatore più dominante dal punto di vista fisico, e per questo tendenzialmente attirava le attenzioni dei migliori difensori in post della Lega; ciò voleva dire che a tenere Lewis o Turkoglu era una tipica ala grande (sì, esistevano ancora) o un’ala più leggera - così che almeno uno dei due si trovava in una situazione di vantaggio, dentro o fuori dall'area.

Giocatori di rotazione

Abbiamo già detto che Howard, Turkoglu e Lewis erano i pezzi pregiati di questa squadra, ma non si può non menzionare quanto erano importanti gli elementi che uscivano dalla panchina.

Jameer Nelson era una guardia tosta e molto fisica, capace di aggiungere alternative offensive grazie alla sua capacità di attaccare. Nonostante abbia perso buona parte della stagione a causa di un infortunio alla spalla il suo impatto è stato comunque importante, cosa che si può intuire dai suoi 16.7 punti di media accompagnati da 5.4 assist e 1.2 rubate, tirando con un ottimo 45% da tre punti.

Un altro elemento importante nel ruolo di playmaker è stato Rafer Alston, acquisito da Houston a metà stagione. Alston ha avuto un ruolo centrale durante i Playoffs, come confermano le sue medie: 12 punti, 5.1 assist e 1.8 rubate.

FOTO: NBA.com

Courtney Lee era un rookie durante quella stagione, ed aveva conquistato importanti minuti di gioco grazie alla sua eccellente difesa perimetrale e alla sua capacità di segnare tiri non contestati, tirando con il 40% da tre punti. A ricoprire il ruolo di ‘3&D’ insieme a lui c’era poi Mickael Pietrus, capace di colpire da oltre l’arco con il 35%. Un giovane JJ Redick giocava qualche minuto, e anche il martello polacco Marcin Gortat entrava per sostituire Dwight Howard.

Questi erano gli elementi che formavano i Magic nel 2009. Ora vediamo come coach Van Gundy aveva deciso di organizzarli.

Filosofia offensiva

L’attacco dei Magic aveva tre pilastri centrali: spaziature, transizione e blocchi sulla palla. Può suonare molto banale come idea di gioco, ma c’era della bellezza in questa semplicità - una bellezza che si può ancora vedere in alcune squadre NBA di oggi.

È interessante guardare al funzionamento dell’attacco in modo più approfondito, dato che Orlando era penultima per assist a partita (19.4), e allo stesso tempo era decima per punti segnati (101.0). Una possibile spiegazione di questi dati è la selezione di tiri presi dai Magic. In quella stagione furono la seconda squadra, dietro ovviamente ai Knicks di D’Antoni, per triple tentate a partita, che convertivano con il 38%. Quei Magic avevano "semplicemente" capito chi erano, e come potevano essere efficaci. Sapevano quanto era importante il tiro dall’arco, su entrambi i lati del campo, e infatti erano terzi per eFG% (0.52); mentre dal punto di vista difensivo avevano fatto registrare il miglior dato della Lega per eFG% concesso (0.46).

Andiamo a vedere qualche video che mostri quanto erano difficile da difendere.

Spaziature

Orlando fece un gran lavoro nel circondare Howard di tiratori perimetrali. Capitava raramente che schierassero un quintetto che non avesse 4 tiratori pericolosi sul perimetro capaci di trovare un buco nelle difese.

Howard era una presenza dominante nel pitturato, e le difese dovevano rispettarlo tutte le volte che arrivava vicino a canestro. Il resto della squadra era composto da buoni (ma non ottimi) giocatori, che avevano la caratteristica di essere molto versatili. Quello che li ha resi così efficaci era la loro capacità di allargare le difese con un attacco perfettamente bilanciato. In campo avevano sempre dei giocatori capaci di segnare o di creare per i compagni, o anche entrambe le cose.

La combinazione tra la presenza imponente di Howard e una serie di giocatori perimetrali, capaci di allargare il campo e di far muovere la palla, metteva in seria difficoltà le difese avversarie. Le spaziature aiutavano i giocatori a eseguire letture più veloci e semplici contro una difesa obbligata a ruotare.

I Magic non avevano un playmaker dominante, a differenza dei Cavs che avevano LeBron e dei Celtics di Rondo. Ma il loro modo di liberare spazio creava un sistema che rendeva playmaker sotto la media capaci, e playmaker di medio livello validi. Giocatori come Redick e Lee non sarebbero mai diventati eccellenti creatori di gioco, ma in quel sistema erano agevolati in quel compito da letture rese più semplici dal movimento dei compagni, e conseguentemente quello delle difese.

Quei Magic sono stati un grande esempio per mostrare come le giuste spaziature possono aiutare una squadra a raggiungere il suo potenziale. E in certi casi anche superarlo.

Transizione

Orlando era una squadra complessa da contenere a campo aperto, e correvano indifferentemente dal fatto che gli avversari avessero segnato o sbagliato. Difficilmente le difese riuscivano a stare dietro sia ai tiratori che si fiondavano verso gli angoli, sia ad Howard che nel frattempo sprintava verso il canestro.

La mobilità di Howard era la benzina del motore offensivo dei Magic. La sua capacità di correre da una parte all’altra del campo è stata fondamentale per creare un gran numero di tiri liberi e tiri non contestati.

I problemi di accoppiamento difensivo che creava il trio composto da Howard, Lewis e Turkoglu erano accentuati in transizione, dato che la maggior parte delle squadre NBA non aveva le componenti giuste per difendere su tutti e tre.

I Magic, inoltre, se non riuscivano a segnare subito in contropiede, spesso erano in grado di creare mismatch in un secondo momento, mostrando come correre in transizione potesse essere efficace in più modi.

Blocchi sulla palla

Orlando sfruttava spesso, anche in transizione, dei blocchi sulla palla, e non è difficile immaginare perché. In contropiede le difese fanno ovviamente più fatica a coprire in modo efficiente i tiratori, e allo stesso tempo devono stare attenti alla pericolosità di un rollante come Howard, il risultato di queste variabili era spesso una schiacciata o un facile tiro da tre punti.

Come potevano rispondere le difese?

Le alternative erano due: stare stretti sui tiratori e lasciare Howard non raddoppiato in situazioni di pick and roll, oppure stringere sul centro e lasciare più spazio dall’arco a una squadra che tirava con il 38%. Non una scelta facile.

Pensieri conclusivi

Prese singolarmente queste tre cose - spaziature, transizione e blocchi - hanno un impatto sul gioco molto forte; e quando si riesce a combinarle insieme si ottiene qualcosa di davvero speciale. Nel 2009 i Magic erano una squadra divertente da guardare, conscia dei propri punti di forza, capace di giocare a ritmi elevati senza timore e, soprattutto, straordinariamente efficace.

Guardando all’attuale panorama NBA si può vedere come i concetti offensivi adottati da quei Magic siano ancora popolari. Le tradizionali ali grandi sono sparite, mentre lo small ball e il tiro da tre punti sono cresciuti di importanza in maniera esponenziale.

Mike D’Antoni cavalca ancora l’idea della massima efficienza sfruttando in modo spasmodico il tiro da tre punti. I suoi Houston Rockets hanno infatti tirato 42.3 volte di media a partita la scorsa stagione, e non c’è dubbio che le sue squadre hanno tuttora un grande impatto su come il basket viene giocato oggi.

La prossima volta che avrete una ragionevole discussione con un completo sconosciuto nel "razionale" mondo di Twitter... non dimenticatevi di dire che anche i Magic del 2009 hanno avuto la loro importanza!

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