• Mattia Tiezzi

Tutte le ambiguità dei Sacramento Kings

Dalla coppia di lunghi al quintetto small, da strisce di vittorie a pesanti sconfitte: questo, e altro, nella particolare stagione della squadra californiana.


FOTO: NBA.com

È abbastanza difficile stabilire quali siano le mire dei Sacramento Kings, ad oggi.


Dopo l’ennesima serie di vittorie alla fine di marzo, la quale aveva offerto una posizione di vantaggio per la corsa al Play-In, è arrivato un contraccolpo di quattro sconfitte consecutive che ha fatto regredire la squadra di Luke Walton.


Non tutto è ancora perduto, ma il record di 22-29 non basta e la curva stagionale è poco incoraggiante, dal momento che per competere con le altre squadre aspiranti ai Playoffs servirà costanza, fino ad oggi non il punto di forza dei Kings.



I problemi principali risiedono in alcune ambiguità interne alla struttura di squadra, sia a livello tattico e corale che individuale.



Attacco e difesa: una dicotomia non sostenibile


Il punto focale del sistema Kings è l’organizzazione difensiva. La zona 2-3 proposta per la maggior parte del tempo da Walton non trova una pronta risposta nei singoli elementi.


Giocatori quali Marvin Bagley III o Buddy Hield, che non trovano nell’attitudine difensiva la massima espressione delle loro qualità, non sempre sono in grado di effettuare le giuste letture. Mentre il primo fatica se inserito nel pick&roll per una mobilità orizzontale abbastanza ridotta, con difficoltà sia on ball che sul rollante, il secondo spesso legge male i cambi sul perimetro se in marcatura a uomo, arrancando sui blocchi, o non legge bene la situazione in caso di difesa a zona.



Nell’ultima clip si notano anche tutte le difficoltà nel difendere la transizione, particolare in cui Sacramento è ultima nella Lega per distacco, concedendo 1.25 punti per possesso con una score frequency avversaria di 55.6%. Questo dato si concretizza in 20.6 punti a partita concessi solo in transizione, cifra a dir poco significativa e specchio di un sistema che fatica ad organizzarsi nella propria metà campo.


Queste difficoltà a schierarsi sono ancora più ingiustificabili considerando che la fase offensiva dei Kings non dovrebbe generare difficoltà a rientrare, con una bassa quantità di palle perse originate a partita (13.4, settimi in NBA) e l’ottimo rapporto fra assist e turnover di 1.93 (sesti nella Lega). La produzione offensiva in generale è in controtendenza rispetto ai problemi difensivi, originando un contrasto per cui Fox e compagni sono 11esimi per offensive rating (113.6) e ultimi per defensive rating (117.8), in piena linea con gli squilibri delle prestazioni.


La “variabile umana” in questa curva sinusoidale è costituita dalla stella della squadra: De’Aaron Fox. Il mese di marzo di Swipa è stato di altissimo livello, con 29.3 punti a partita, 6.6 assist e 1.6 palle rubate, il tutto con il 60.9% di true shooting e il 34.7% di usage (91esimo percentile tra i pari-ruolo, secondo Cleaning the Glass).


Il dato surreale, però, è quello della percentuale al ferro: Fox conclude con il 72% attaccandolo con una shooting frequency del 34%. Le speranze di tornare ai Playoffs, nei quali l’ultima presenza risale al 2005/06, passano principalmente da lui.



FOTO: CleaningTheGlass.com

Small or big, il dilemma di Walton


L’opposizione principale, a livello tattico, è fra due lineups:

  • 425 minuti totali, composta di Richaun Holmes, Buddy Hield, De'Aaron Fox, Marvin Bagley III, Harrison Barnes;

  • 323 minuti totali, composta di Richaun Holmes, Buddy Hield, De'Aaron Fox, Tyrese Haliburton, Harrison Barnes.

La prima è stata la lineup titolare fino all’ennesimo infortunio di Bagley, mentre la seconda è quella più utilizzata dal 17 marzo ad oggi. Se si considerasse la sola questione metrica, quest’ultima sarebbe avvantaggiata: 125.9 di offensive rating (+1.9 sulla prima) e 112 di defensive rating (-4.8), per un net rating di +13.9 (+6.7).


Lo small ball con Haliburton permette di “spostare” di un ruolo Harrison Barnes e Buddy Hield, fornendo a quest’ultimo la possibilità di marcare l’attaccante più lontano dalla palla in uno spot preciso, senza il rischio di essere battuto. Barnes, invece, ottiene più margine di manovra, con la possibilità di giocare un pick&pop, uno slip o di mettere palla a terra e scaricare.



L’unico difetto di questa lineup è la difficoltà sugli switch, originando più mismatch in caso di errori particolari. Il quintetto coi due lunghi, invece, offre più equilibrio nella difesa del pitturato, ma crea un deficit in mobilità perimetrale e, soprattutto, nella variabilità offensiva.


Nonostante Bagley stia tirando con un career-high del 35.5% da tre punti, si prende pochi tentativi (2.6) e rende certamente meno dalla punta della linea da tre rispetto a situazioni di pick&roll come bloccante. Il dilemma è la convivenza con Richaun Holmes, per cui almeno uno dei due non può permettersi di occupare l’aria. Non a caso, secondo Basketball Index, il problema principale di questa lineup consiste nello scarso spacing e nel playmaking.



L’ago della bilancia, da qui al termine della Regular Season, sarà Tyrese Haliburton. Il rookie, scelta numero 12 all’ultimo Draft, è in corsa per il premio di Rookie of the Year ed è, forse, la vera steal di quest’anno. La sua efficacia al tiro da tre punti lo rende un fit perfetto per Fox, mentre la sua wingspan (quasi 202 cm), inusuale per una guardia, gli permette di essere molto versatile e di lavorare bene sulle linee di passaggio o in fase di recupero, facendo di lui un difensore anche molto futuribile.


La sua stagione è descritta molto bene in un video pubblicato da The Ringer:



Le domande principali sono sul suo potenziale. Il tiro da tre punti e le qualità da passatore non si discutono, ma non necessariamente potranno farne una star. Nonostante ciò, se Fox dovesse continuare a crescere, l’ex Iowa State sarà sicuramente il suo complementare in uno dei backcourt potenzialmente più funzionali ed esteticamente piacevoli della Lega.



Esiste la quadratura del cerchio?


Dando per assunto il ritorno di Bagley e ricollegando il discorso sulle lineups, qual è la scelta più conveniente, a breve termine, per Walton? Le opzioni, a questo punto, sono tre:

  • la prima, quella più plausibile, ma non necessariamente anche la più funzionale, prevederebbe di usare Haliburton off the bench, conservando lo status quo di inizio anno;

  • la seconda, un po’ più intraprendente, consiste nel far partire Bagley dalla panchina. A questa decisione potrebbe rivelarsi estremamente funzionale la scelta di Delon Wright alla deadline, un giocatore capace di tenere alto il pace di squadra, incapace di convivere con Fox ma molto funzionale in caso di pick&roll, fondamentale in cui Bagley si trova più a suo agio;

  • infine, forse la più difficile da applicare, utilizzare Buddy Hield come sesto uomo dalla panchina. Hield è capace di tirare in uscita dai blocchi e potrebbe dare libero sfogo alle sue doti di scorer, senza che la sua shot selection influenzi l’attacco titolare. Questa mossa toglierebbe forse un po’ di gravity, ma potrebbe rivelarsi un upgrade difensivo, con Holmes, Barnes e Bagley capaci di effettuare switch su più ruoli. La difficoltà dell’applicazione di questa scelta è insita nelle cifre che compongono il salary di Buddy: $24.9M a scendere fino a $19.1M nel 2023/24. Difficile che Hield possa accettare serenamente questo ruolo. Un peccato, soprattutto considerando che Haliburton possiede un playmaking in assoluto già migliore, un tiro affidabile e un ball-handling qualitativamente superiore, che lo rende capace di creare separazione in uno-controuno o di condurre in maniera più fluida la transizione.


Sintetizzando, non esiste una quadratura applicabile definitivamente. La scelta di Haliburton dalla panchina è sicuramente la più quotata e quella più logica nella mente di Walton, ma rischia di rompere un equilibrio che sta andando formandosi. Le ultime quattro sconfitte sono arrivate con tre squadre da Playoffs, frutto anche di un team effort precedente di cui anche Fox ha risentito.


La squadra al completo post-deadline è certamente più profonda, grazie a Wright in primis, ma anche a un veterano come Harkless e a giocatori in via di sviluppo come Terence Davis e Chimezie Metu, che ha beneficiato dell’assenza di Bagley.


In conclusione, Sacramento ha senza dubbio il potenziale per poter accedere almeno al Play-In, ma non necessariamente le certezze per riuscirci. Il futuro a breve termine dei Kings sarà davanti a un primo bivio nelle ultime 20 partite della stagione.



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