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Vincenzo Esposito: da Caserta all'America

Il primo italiano sotto contratto nel campionato NBA. La storia del talento irriverente e focoso di Caserta, orgoglio italiano in maglia Toronto Raptors.

Immaginate di descrivere la NBA del 1984. Suppongo sia una cosa che, ad oggi, possa venire molto facile.

Vengono in mente le immagini patinate delle prime gesta di Michael Jordan che va a schiacciare al ferro come un airone, splendendo con la sua catena d’oro al collo. Lo show time di Los Angeles con le lotte vichinghe tra Magic Johnson e Larry Bird. La classe sopraffina di Julius “The Doctor” Erving che consacra una carriera iniziata già negli anni settanta. Ai più esperti verrà magari la costruzione dei Bad Boys dei Detroit Pistons, che avrebbero poi vinto il titolo alla fine del decennio. Le prime canotte dai colori brillanti, buon auspicio per l’abbandono delle divise avare di tessuto tipiche dello stile anni ‘70.Ognuno di noi, probabilmente, ha un immagine del tutto propria.

Negli anni novanta cominciavano ad arrivare le prime immagini nelle TV italiane e ad oggi basta digitare sulla tastiera di un PC per avere tutta la storia della Lega praticamente a portata di mano. Ma se la NBA oggi rappresenta ormai una realtà globalizzata alla portata del mondo, vi posso garantire che nel 1984, per un ragazzino italiano, era come l’America per Colombo. Un vero e proprio continente da scoprire e raggiungere.

Dai campetti allo Scudetto 1991 con Caserta

Immaginate ora il sole del Meridione, in una di quelle estati dove il caldo è enfatizzato dal rumore criptico delle cicale che continuano a frinire imperterrite tra le spighe di grano di qualche pineta lontana.

Verso il litorale del paese, il mare rende felici migliaia di bagnanti. L’Italia del 15 di Agosto può finalmente godersi il mese estivo, come premio da un anno di duro lavoro. Alla radio gira ancora qualche successo del Festival trasmesso a Febbraio. I Righeira cantano “Hey Mama” (anche se tutti continuano a cantare No tengo di Nero - successo dell’estate prima) e le ragazzine sfogliano “Cioè”, spartendosi i primi sogni erotici su qualche componente dei Duran Duran.

Quanto è lontana la NBA da tutto questo contesto?

Se è vero che in una normale spiaggia italiana, ad oggi, puoi trovare almeno una decina di persone che indossano una replica NBA, nei primi anni '80 sarebbe stato a dir poco impossibile. Eppure, come cita una delle introduzioni più belle della letteratura teatrale italiana, negli occhi di un ragazzino nei pressi di quel mare... “potevi vederla... l’America”. Di certo Baricco non conosceva Vincenzo Esposito, all’epoca. Ma qualcosa mi dice che sarebbe d’accordo sul sillogismo.

Quindici anni, sguardo sveglio e busto lungo con braccia dinoccolate. Il ragazzo ha la lingua lunga, dentro e fuori dal campo.


E in un playground di Caserta serve eccome sapersi difendere. Ma il nostro ha anche mani parecchio svelte e fondamentali degni di un Under 18. Il suo buon crossover consente grandi numeri sui suoi pari età, ma ciò che lo rende mortifero è quella mano dall’arco. Difficile definire quell’arco, segnato con un sasso rosso sulfureo contando i passi lunghi da sotto il ferro. Sta di fatto che Vincenzo non ha paura delle distanze. Non guarda troppo quella linea. Sa solo che se ha buon ritmo e spazio è meglio tirare. E quella palla a lui piace farla volare tutte le volte che può.

Insolente? Spavaldo? Troppo sicuro di sé?

Sicuramente qualche suo compagno potrà anche averlo pensato ma di certo era meglio averlo in squadra che contro.


Anche perché “ 'o scugnizzo” (a molti noto nel futuro anche come El Diablo) ha i numeri e un tesserino dalla sua. Quello della squadra cittadina. Non una qualunque, bensì quella della Juve Caserta di Serie A.

Esatto. E’ li che esordisce nella sua carriera professionistica ed è da li che gli italiani imparano a conoscerlo e ad amarlo (non sempre). La sua grinta, quella inesauribile forza di volontà. Il suo volto d’angelo sfumato di una rabbia da diavolo che lo fa diventare presto un idolo delle folle. Insomma il ragazzo ha i numeri. Caspita se ha i numeri.

Non sta troppo a guardarli a dire il vero. A lui interessa solo buttarla dentro. E con la retina dei campi italiani ci fa veramente l’amore, a volte condito da vera e propria pornografia. Come nel 1991, quando ormai titolare, è uno dei protagonisti dello storico scudetto casertano strappato alla blasonata Olimpia Milano.

Già, perché il nostro amico non si limita a crescere da ragazzino a giovane uomo, combattendo su ogni parquet dello stivale.

Nel 1988 vince una Coppa Italia e nel 1991 il Tricolore. Quest’ultimo alzato in una delle immagini più commoventi del basket italiano.


Infatti, Vincenzo si infortuna al ginocchio destro proprio durante la decisiva Gara5, ma rifiutatosi di uscire, si fa parcheggiare sulla lettiga dell’ambulanza restando a bordo campo per esultare e piangere con i suoi compagni.

Che meravigliosa storia, vero? Erano gli anni in cui giocatori nuovi e grandi talenti del nostro tricolore nascevano come fiori in un deserto, salutando così solo grandi glorie e nomi altisonanti provenienti da ogni parte d’Europa.

Prima Bologna, poi il contratto NBA

Ma come abbiamo detto, certi uomini l’America ce l’hanno negli occhi. Firmato il contratto con Bologna nel 1993, Vincenzo Esposito è ormai un nome famoso tra i campioni italiani dell’epoca. L’inizio degli anni 90 è anche la consacrazione di un progetto di rilancio internazionale della NBA, iniziato ben 10 anni prima, con l’arrivo del nuovo Presidente della Lega David Stern. La NBA viene trasmessa su Italia Uno, in un primo tentativo di lancio nelle programmazioni italiane, per poi essere parte integrante dei primi palinsesti di TMC (Tele Monte Carlo) – per le visioni notturne in diretta - e per i primi canali satellitari di Tele+. Per alcuni può sembrare preistoria, eppure quegli anni avevano il profumo di innovazione.

Tuttavia, seppur le tre caravelle avevano ormai la NBA nel loro orizzonte, pensare di raggiungerla davvero sembrava una sciocchezza da trovata pubblicitaria di qualche giornale sportivo. Infatti, molti ebbero da ridere quando nel 1995 la Gazzetta dello Sport titolava sul primo italiano in NBA. A dire il vero erano due. Si perché Vincenzo Esposito, firmato con la nascente franchigia dei Toronto Raptors, fece la valigia insieme a un altro fuoriclasse italiano quale Stefano Rusconi, che dopo essere stato eletto a miglior centro italiano del momento, firmò sponda Phoenix alla corte di Sir. Charles Barkley.

Ed eccola, quindi, l’America. Al passo di un volo da 14 ore (forse oggi qualcosina di meno). Da Caserta e dai miracoli di una provincia alla grande NBA, passando da due stagioni nella capitale del basket italiano. Se questo non è un viaggio in grande stile romanzo italiano, non so cosa lo sia.

Molti potrebbero asserire che in fondo, a guardare bene gli occhi e il destino di Vincenzo Esposito, in verità c’era il Canada. Queste sono quisquilie. Giocare nella NBA corrispondeva alla scoperta dell’America, per un italiano cresciuto nei campetti italiani della fine anni settanta.

La stagione ai Raptors e quella notte al Madison

Per anni si sono sprecate molte parole per descrivere l’esperienza di Esposito in NBA. Tra tutte, la più infelice è fallimento.

Oggi siamo abituati a vedere un Ginobili (sì è argentino ma per tutti gli italiani è come il cugino cresciuto in casa) o un Belinelli sfoggiare un anello. Possiamo votare il nostro italiano con la tastiera di un cellulare, per vedercelo entrare nel secondo quintetto dell’All Star Game. Tutti ci siamo “scaldati come una stufa” ad ogni tripla di Marco nell’ NBA Three-point Shootout del 2014.

All’epoca non era questo che ci si aspettava da Esposito o Rusconi. Quelli erano anni nei quali, come piccoli emigranti, giovani volti italiani bussavano timidamente alla porta dello Zio Sam, con in mano una valigia di cartone piena di sogni e tanta arte di arrangiarsi nelle mani. E se la NBA era anche all’epoca la lega dei fenomeni e degli atleti, un giocatore italiano doveva puntare tutto su ciò che aveva di più grande. E una cosa aveva sempre dimostrato di avere grande il nostro amico Vincenzo: le palle.

Eh già. Perché se di sicuro c’è che la palla da basket ha un diametro di 24cm a qualunque latitudine, è altresì vero che i gli attributi devono essere esponenzialmente più grandi tanto quanto è il territorio che si vuole conquistare. Credo non sia improprio affermare che l’America ha un deretano enorme, quindi bisogna sbattersi parecchio per conquistarsi una piccola, seppur fugace, fetta di gloria e rispetto. Non lo fai se non hai coraggio. Lo sapeva anche il nostro casertano di fuoco nella stagione 1995-96, in cui, travolto dal sistema più complesso e turbinante dello sport mondiale, ha cercato di assorbire tutto ciò che era utile per dimostrare di essere all’altezza.

Una stagione sola nella quale è sbarcato come Colombo (che non aveva ben capito dove fosse) ma dove ha fatto davvero la storia al suo ritorno in patria come Magellano. Ecco cosa resta quindi: il grande orgoglio del primo italiano nella NBA.

Con la franchigia dei Toronto Raptors disputa in tutto una trentina di partite, collezionando una media di 9.4 minuti e 3.9 punti per gara. Non certo cifre altisonanti, ma che lasciano il ricordo romantico in ogni italiano che ha potuto seguirlo, grazie anche alla sua serata magica al Madison Square Garden, dove contro i New York Knicks mise a referto 18 punti.

Gli anni passano, non c’è dubbio. Oggi vedere 18 punti sul referto di un giocatore in NBA potrebbe sembrare una sciocchezza, basti vedere i numeri di Danilo Gallinari e il sopra citato Marco Bellinelli. Ma quando i sogni diventano progetti, è tutto un sistema che ti suggerisce una fattibilità diversa.

Ad oggi si ammira un campione nel proprio torneo nazionale, lo si vede vincere qualche trofeo primeggiando in Italia o in Europa e presto si parla di possibilità NBA. Ma è quest’ultima che è cambiata. Più globale e aperta, ha costruito ponti solidi per una pallacanestro più internazionale.

Il Magellano del Basket

Perciò, ora, provate per un istante a tornare con l’immaginazione a quel campetto dei primi anni ottanta.

Siamo nei pressi di Caserta.

Al chiosco si mangia il Maxistecco e il Cucciolone. Nelle sale giochi si fanno due partite con 200 Lire. Le scarpe più fighe per giocare al campetto sono le Spalding e la scuola dell’obbligo la finiscono 6 ragazzini su 10. Significa che 4 di questi non avranno mai nemmeno la terza media e vivranno lavorando nell’attività di famiglia.

Le città sono vuote perché non esistono le partenze intelligenti.

I ragazzini sono tutti al mare o al campo con un pallone in mano.

Un adolescente dal sorriso irriverente prova a tirare da nove metri o prova a schiacciare. Gli amici lo prendono in giro e lo pregano di passare quella maledetta palla... ma lui ha un cronometro in testa.

3-2-1 e SBAM!

La squadra che ha perso paga la spuma al limone (c’era anche quella scura che assomigliava a una sorta di Chinotto).

C’è chi applaude, chi si lamenta. La maglietta scucita e sudata viene adagiata sulle spalle, con indosso solo l’orgoglio di essere il migliore.

L’anno prossimo gioco in serie A con la Juve Caserta!" Lo pronuncia come fosse il pacco che voleva scartare davanti agli amici dall’inizio della giornata. “Ma vattinne Vincè!” – rumoreggia il coro di simpatici e invidiosi insulti. Chi ci crede che giocherà in serie A.

Se solo lo avessero guardato bene negli occhi, quel ragazzino. Magari avrebbero visto già all’epoca, in quella calda estate tutta italiana, uno scorcio di America.

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