• Luca Losa

Young Guns: James Wiseman



In un mondo ideale, cestisticamente parlando, lo sbarco di Luka Doncic in NBA avrebbe tolto definitivamente quel che rimane del pregiudizio per i prospetti che si sono fatti le ossa dall’altra parte dell’oceano. Nel mondo reale, sempre cestisticamente parlando, un effetto dell’arrivo dello sloveno invece è tangibile: da allora in poi, per paura di lasciarsi scappare dalle mani un talento generazionale, si sceglie il più forte disponibile.


Ante-Doncic, la regola non scritta era di draftare il miglior centro disponibile. Il Gioco, come sappiamo, si è evoluto. Siamo nell’era del “pace and space” e del tiro da oltre l’arco. E il valore dei centri si è inevitabilmente ridotto. Anzi, dei centri vecchio stile. Perché d’ora in poi dai lunghi saranno richieste sempre più abilità perimetrali.


E quindi, se, per quanto finora scritto, la scelta di James Wiseman da parte dei Golden State Warriors con la seconda scelta assoluta all’ultimo Draft potrebbe suonare anacronistica, è proprio per le capacità “moderne” del lungo da Memphis University che la decisione di Joe Lacob & co. è ricaduta su di lui.


Il centro cresciuto a Nashville, Tennessee, infatti è visto potenzialmente come il successore dei vari Anthony Davis, Bam Adebayo, Nikola Jokic, ovvero, un lungo con capacità di playmaking e che, in generale, sappia fare un po’ tutto sul rettangolo di gioco.


A far propendere l’ago della bilancia verso la selezione di Wiseman ha pesato, in secondo luogo, la speranza di trovare nel ragazzo un prospetto sì dal futuro roseo, ma che potesse anche già garantire un apporto significativo alla causa. Le stelle di Golden State sono nel loro prime ed è naturale che li si voglia circondare prima di tutto di giocatori pronti, funzionali ad arrivare il più in alto possibile sin da subito.



Questa azione, in cui trasforma una giocata difensiva in una transizione e due punti dall’altra parte, è iconica, in quanto riassume le aspettative che nella Baia avevano della stagione di Wiseman: apporto significativo sui due lati.


La realtà dei fatti, però, racconta una storia diversa. Fin qui, Big Ticket - stesso soprannome del suo idolo e modello Kevin Garnett - ha fatto fatica. Ha sì mostrato lampi di talento offensivo elitario. Soprattutto per la facilità di corsa e il vasto arsenale a disposizione. D’altra parte, però, il suo rendimento è stato molto incostante e in difesa non ha dato fin qui l’apporto sperato.


Insomma, il sogno di avere tra le mani un rookie “born ready”, dopo quasi mezza stagione regolare, si è infranto sulle difficoltà di Wiseman di traslare il suo infinito talento al livello successivo. Niente di drammatico, e soprattutto niente di inusuale per un esordiente. Si tratta di un ragazzo di 19 anni, con appena tre partite giocate a livello collegiale e che, come gli altri rookie della sua classe, patisce l’eccezionalità di questa annata, tra totale mancanza di Summer League e allenamenti con il contagocce.


Il problema per Wiseman - frenato, oltretutto, da un problema al polso della mano forte, quella sinistra - è che, visto il contesto, non può crescere con la stessa “libertà” concessa solitamente ai rookie scelti in top 5.


Abbiamo, in questa rubrica, recentemente parlato di Tyrese Haliburton e LaMelo Ball. Rispetto a Wiseman, sono ovviamente giocatori totalmente diversi e forse anche più pronti - il primo sembra giochi da anni in NBA - ma è indubbio che le diverse prospettive stagionali delle rispettive franchigie pesino molto sull’impiego di questi giocatori. Se Hornets e Kings possono permettersi una certa leggerezza nel dare spazio ai loro prospetti - anzi, sta proprio nei loro interessi farli giocare il più possibile e farli maturare - per i Warriors questo discorso non può valere. I 20.6 minuti di impiego medio del lungo giallo-blu contro i 29.4 e i 27.7 di, rispettivamente, Haliburton e Ball, ne sono una chiara dimostrazione.


Ci sono alcuni numeri, in particolare, che fin qui hanno frenato Steve Kerr nell’utilizzare Wiseman e anche a toglierlo dal quintetto titolare.


Lo starting five con Wiseman da 5 registra su 100 possessi un Net Rating di -16.2 punti, mentre, con al suo posto Kevon Looney, +28.3. E per Cleaning the Glass (che dal calcolo toglie il garbage time), la squadra con il rookie in campo viene battuta di 9.6 punti ogni 100 possessi, mentre il saldo è positivo (+4.4) quando siede in panchina. Le statistiche “on/off the court” sono impietose: i numeri di squadra sia offensivi sia difensivi peggiorano significativamente con Wiseman in campo, come evidenziato dalla tabella qui di seguito:



Un altro dato, poi, rende ancor di più l’inesperienza del rookie e come di questa ne approfittino gli attacchi avversari. Wiseman è uno stoppatore di grandissimo livello, ma, nonostante ciò, non protegge il ferro come le 1.3 stoppate in soli 20 minuti di impiego suggerirebbero. Infatti, gli attacchi avversari non temono la sua presenza sotto le plance, tutt’altro. Quando James è di turno a pattugliare il pitturato, le squadre avversarie cercano più volte le conclusioni al ferro (+7.3%) di quando invece si trova seduto in panchina. Si tratta, tra i pari ruolo, del peggior dato della Lega. Gli avversari infatti sfruttano l’eccessiva smania del rookie di andare a contestare qualsiasi tiro al ferro, il che poi - inevitabilmente - lascia spazio a un passaggio o a un facile rimbalzo offensivo nelle mani, solitamente, dell’uomo in sua consegna.


Si tratta quindi di una bocciatura per la seconda scelta assoluta all’ultimo Draft? Assolutamente no, perché, come già accennato, il contesto in cui si trova non è esattamente “rookie-friendly” e, nonostante il conseguente limitato utilizzo, alcuni numeri restano importanti.


Su 36 minuti nessun rookie della sua classe eguaglierebbe i punti e i rimbalzi che mette a referto ogni sera. E anche paragonando i suoi numeri con quelli di giocatori a cui viene spesso accostato, come Kevin Garnett e Anthony Davis, non sfigurerebbe. Anzi, fa anche meglio del primo e si attesta sugli stessi numeri del secondo, nonostante i due predecessori giocassero entrambi attorno ai 28 minuti a sera nella loro rookie season.



Come dimostra la sua recente prestazione - non l’unica di questo tipo fino ad ora - contro i Timberwolves, da 25 punti in 24 minuti, 9/14 dal campo, 3/3 da oltre l’arco e 6 rimbalzi, il potenziale c’è ed è enorme. Perché sbocci completamente ci vorrà, probabilmente, più tempo del dovuto.


È infatti difficile immaginare che da qui a fine stagione il suo minutaggio salga sensibilmente. Golden State proverà a vincere più partite possibile durante la stagione regolare e ad andare il più avanti possibile nei Playoffs.


Se nella Baia porteranno la pazienza che serve, avranno la possibilità di coltivare in casa il volto futuro della franchigia. Un elemento che possa indorare la transizione nel post Curry/Green/Thompson e, magari, già dal prossimo anno essere una pedina centrale nello scacchiere di Steve Kerr.



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