10 motivi per cui i Clippers partono davanti ai Lakers

October 14, 2019

Grafica: FadeawayWorld.net

 

 

 

Più che mai nell’estate appena conclusa - che sarà ricordata come una sorta di “Big Bang” sportivo - Los Angeles è stata il centro dell’universo, l’epicentro del terremoto che ha investito l’NBA in quella che è stata l’off season più movimentata del nuovo millennio (e non solo).

 

La trade Anthony Davis prima, il maxi-affare Leonard+George e la firma di DeMarcus Cousins poi: che le stelle orbitino attorno a Hollywood (e allo Staples Center) non è certo una novità, ma lo è il fatto che “l’altra” LA - i Clippers, ovviamente - sia stata al centro della scena. Gettando le basi per un’annata da protagonista, per avere dalla propria parte i favori del pronostico e per l’apertura di un possibile ciclo vincente.

 

Semplicemente, “l’altra LA” non è più tale. E, anzi, secondo molti - incluso chi scrive - è la favorita dell’Ovest, anzi dell’intera Lega, per il titolo. Nella stessa off season i giallo-viola sono tornati, dopo anni in zone della Western Conference che stonano con il glorioso passato della franchigia, a candidarsi seriamente per le NBA Finals, grazie all’arrivo di Anthony Davis, il nuovo “partner il crime” nella rincorsa di LeBron James al suo quarto anello.

 

Sia chiaro, il Larry O’Brien non è già in California. Non si tratta di un gioco a due - anzi, non mancano altre candidate (nell’ordine, IMHO: Sixers, Bucks, Rockets e Warriors) - ma è opinione piuttosto condivisa e condivisibile che le due vetture in prima fila siano quelle losangeline. E in pole position? Davanti a tutti, allo spegnimento dei semafori, ruggisce il motore dei Clippers.

 

Ecco perché.

 

 

1. SOLIDE FONDAMENTA

 

Il primo e più importante motivo per cui avere pochi dubbi e molte certezze sui nuovi Clippers è il fatto che siano “nuovi”... fino a un certo punto.

 

Certo, i due giocatori più importanti del sistema sono arrivati in estate, ma oltre a essere, come vedremo, due superstar “iperfunzionali”, si inseriscono in un contesto già esistente, collaudato e vincente. Il sistema di Doc Rivers ha dimostrato l’anno scorso (e non solo) la propria efficacia, raggiungendo obiettivi superiori alle aspettative e trasmettendo una sensazione di solidità con pochi eguali nell'intera Lega. L’ambiente Clippers in generale - dal campo al front office - sembra una base più che incoraggiante per l’edificazione di progetti ambiziosi.

 

Tenendo a mente il lungo (e perdente) passato della franchigia, insomma, i Clippers si appressano al passo più lungo della propria storia; ma se circoscriviamo la riflessione agli avvenimenti più recenti, guardando all’operato dell’organizzazione negli ultimi anni, il passo non sembra poi così lungo, né tantomeno inatteso. I Clips si sono dimostrati pronti e stanno proseguendo in una direzione già intrapresa.

 

Partiranno con poche esitazioni dall’inizio della Regular Season, probabilmente. Con il confermatissimo coaching staff, il mantenimento di più della metà del quintetto base (Beveley, Shamet, Zubac) e della second unit (Williams, Robinson, Green, Harrell), e con due superstar specializzate nella rara arte del “far funzionare”.

 

 

 

2. KAWHI e PG, FIT e FUNZIONALITÀ

 

Già, “far funzionare”. È questo il primo elemento che rende davvero speciale l’accostamento di Kawhi Leonard e Paul George, due superstar sul campo completissime e disposte (in primis caratterialmente) a condividere ruoli, compiti, responsabilità e palcoscenico con il resto della squadra. A mettersene al servizio.

 

 

Sono due eccellenti attaccanti con e senza la palla, due realizzatori d’élite (terzo e quarto nei Playoffs 2019) praticamente in ogni fase di gioco e due presenze complementari in campo, che apriranno l’una per l’altra le difese avversarie. Kawhi e PG garantiscono praticamente tutto quello che serve a Beverley, Shamet e Zubac, portando alla causa ottime spaziature, trattamento della palla, efficacia in transizione, capacità di segnare in situazione di “giochi rotti” a metà campo e nei momenti decisivi delle partite. Il tutto, ovviamente, abbinato a skills difensive per entrambi da top 3 della Lega.

 

 

 

3. NON VENDE BIGLIETTI, MA VINCE LE PARTITE

 

È proprio la difesa, infatti, a rendere elettrizzanti le aspettative sul gioco dei  Clippers, soprattutto ai Playoffs. George, Leonard e Beverley sono degli specialisti sulla palla e portano in dote grande fisicità. Preparatevi a serate, in primavera, in cui la morsa difensiva di Doc Rivers sarà letteralmente asfissiante.

 

I Lakers, d'altro canto, hanno fatto registrare l’anno scorso un Defensive Rating (108.9) sostanzialmente nella media dell’NBA, ma alla causa si sono aggiunti Danny Green, Anthony Davis e coach Frank Vogel. Non hanno, comunque, i super-specialisti che i rivali possono “sguinzagliare” sulla palla, né la stessa versatilità dei Clippers.

 

Oggi, in ogni caso, questo sembra un discorso da lasciare in stand-by. Perché nel radar di entrambe le franchigie c’è Andre Iguodala, in uscita dai Grizzlies e pronto ad accasarsi a LA. Quale sponda? Basta pensare a chi sono i principali attaccanti dei due lineup (ali molto fisiche e mobili), oltre che all’esperienza e alle doti dell’ex Warriors, per capire perché la sua scelta potrebbe davvero spostare gli equilibri in un’eventuale serie tra le due contendenti.

 

 

 

4. COACHING STAFF e (IN)CERTEZZE

 

Se la fiducia sul processo di costruzione e sviluppo dei Clippers in entrambe le metà campo è tanto diffusa, indubbiamente uno dei fattori principali è la presenza di Doc Rivers alla guida delle operazioni (tecniche, non più anche manageriali). Uno dei migliori allenatori dell’NBA, con un titolo (2008) in bacheca ed esperienza nella gestione simultanea di più superstar, e forse quello che nella passata stagione è stato in grado di valorizzare maggiormente il materiale a propria disposizione.

 

Il coaching staff dei Clippers è una sicurezza, un punto di forza, mentre lo stesso non si può dire per i “cugini” giallo-viola. Dopo una travagliata ricerca del successore di Luke Walton, la scelta - non la prima del front office - è ricaduta su Frank Vogel, che avrà alle sue spalle Jason Kidd (la cui figura, da vice, è qualcosa di abbastanza insolito).

 

A Orlando prima e poi fermo per la scorsa stagione, Vogel è reduce da qualche anno in ombra, dopo i cinque ai Pacers. Nell’Indiana si era affermato per un paio di stagioni come uno dei migliori head coach in circolazione (tant’è che ha allenato la Eastern Conference nell'All-Star Game del 2014), ma il contesto tecnico - nel roster a sua disposizione e in generale nel panorama NBA - è cambiato molto da allora.

 

Ripagherà la fiducia dei Lakers, in un ambiente in cui pressioni, aspettative e rapporto con LeBron James lo metteranno alla prova anche se non soprattutto dal punto di vista caratteriale?

 

 

 

5. TIMING

 

Le due stelle dei Clippers sono reduci dalle due migliori annate delle rispettive carriere. La stagione “MVP-caliber” di George lo ha definitivamente affermato come uno dei migliori two-way e in generale giocatori della Lega; Leonard ha giocato dei Playoffs semplicemente fenomenali e trascinato Toronto alla vittoria del titolo. Un timing migliore di questo per accostare due stelle nel loro "super-prime" non poteva esistere.

 

Dall’altra parte della barricata, invece, ecco il duo composto da LeBron James ed Anthony Davis.

 

Il primo, d’accordo, è pur sempre l'immortale Re (e la discussione sulla sua eternità ha ormai diritto di cittadinanza), ma va per i 35 e arriva da una Regular Season con 55 partite giocate, il minimo (per distacco) in carriera; il lungo riposo primaverile (dopo tanti anni) ed estivo avraà un impatto positivo sulle sue condizioni fisiche, ma “Father Time” esiste anche se ti chiami LeBron James.

 

AD, invece, giocherà per la prima volta in una squadra da titolo, che ha l’ambizione di trovare immediatamente un’identità vincente e passare dalle 37 vittorie del 2018/19 (decimo posto ad Ovest) alle NBA Finals... sostanzialmente grazie all’arrivo in città del Monociglio. Un fenomeno, un altro indiscusso “MVP caliber”, che però ha giocato 13 partite di Playoffs in carriera, vincendo nel 2017 un primo turno 4-0 contro i Blazers e uscendo due volte (4-0 e 4-1) coi Warriors.

 

Di partite davvero importanti, l'ex Pelicans non ne ha ancora giocate in carriera: è legittimo avere il dubbio che il suo, di timing, potrebbe essere diverso da quello che un’organizzazione come i Lakers (con un LBJ 34enne) impone?

 

 

 

6. INTEGRITÀ FISICA

 

L’età media del quintetto dei Clippers è inferiore ai 27 anni, con il solo Beverley oltre i 30. Quella dei Lakers, invece, è 31,6.

 

Rajon Rondo (33 anni, con una sola stagione delle ultime nove con più di 70 partite), Danny Green (32), LeBron James (34), Dwight Howard (33, con 9 partite l’anno scorso a Washington), Avery Bradley (più di 80 partite saltate negli ultimi tre anni) e JaVale McGee (31) costituiscono un gruppo sulla carta più vulnerabile rispetto a quello dei Clips da un punto di vista fisico.

 

La speranza è sempre quella che gli infortuni giochino il ruolo meno incisivo possibile nella corsa al titolo (soprattutto dopo gli scorsi Playoffs), ma il vuoto lasciato da DeMarcus Cousins è già stato un primo, preoccupante campanello d’allarme per coach Vogel.

 

 

 

7. IL DOPO-BOOGIE

 

Il brutto infortunio di DeMarcus ha fatto partire i Lakers davvero col piede sbagliato. Schierare Dwight Howard da centro titolare non era esattamente la loro idea, a luglio.

 

Il ruolo di 5, quando conterà, dovrebbe essere di Anthony Davis, quantomeno nei finali di partita. E non è da escludere che di qui ad aprile cambi qualcosa sotto i tabelloni nella composizione del roster giallo-viola. Ciò detto, le doti offensive di Boogie, al fianco del suo ex compagno Davis (con cui ha giocato forse la sua miglior pallacanestro, in maglia Pelicans), erano tutt’altra storia per i Lakers.

 

 

 

8. L'IMPRONTA DEL FRONT OFFICE

 

Jerry West, in questo momento, è l’uomo del successo, quello che ogni front office vorrebbe avere dalla propria parte. E questo ha fatto la differenza in passato (nella Baia, ad esempio, oltre che negli avvenimenti dell’ultima estate); ha avuto impatto sulla scelta dei free agent, sulla funzionalità interna della franchigia e sulla bontà delle scelte di mercato.

 

Anche qui, dire lo stesso per i Lakers è difficile. Negli ultimi anni sono stati tanti i passi falsi, i cambiamenti e gli “intrighi di palazzo”, nel front office giallo-viola.

 

Se e quando sarà il movimento di muoversi sul mercato o prendere decisioni importanti, la competenza della società e la fiducia intorno alle sue figure principali potrebbero risultare decisive: non c’è da sorprendersi se quello per Iguodala sarà solo il primo, dei “derby” di mercato. Anzi, il secondo. Dopo Kawhi.

 

 

 

9. KAWHI, UN UOMO IN MISSIONE

 

L’ex Spurs e Raptors arriva in California, nella sua città natale, con due titoli NBA, entrambi da MVP delle Finals. Il primo nel 2014, appena 23enne, da “anti-LeBron”; il secondo in Canada, l’anno scorso. E sono proprio questi due traguardi, prima ancora del livello leggendario cui ha giocato nella scorsa primavera, a rendere il suo "curriculum" perfetto per il progetto dei Clippers: far vincere il primo titolo NBA a un'organizzazione (come a Toronto), affrontando come principale contender, almeno sulla carta, la quadra di "King" James (come erano ovviamente i Miami Heat sei anni fa).

 

 

Nel loro tentativo di passare da seconda, “secondissima” franchigia di un big market a, semplicemente, grosso mercato loro stessi, i Clippers hanno avuto coraggio nella trade con i Thunder, che ha permesso di comporre il duo Kawhi-PG. Lo stesso coraggio che Masai Ujiri ha avuto nell’estate del 2018, e che gli ha permesso di portare per la prima volta il Larry O’Brien fuori dai confini statunitensi.

 

Il coraggio paga, se usato per arrivare all’uomo giusto, in grado di rendere una franchigia... il posto giusto. E Kawhi Leonard si è dimostrato quell’uomo, nei suoi dodici mesi a Toronto.

 

 

 

10. RUOLI NUOVI

 

Come ultimo punto, una riflessione sul ruolo in campo di James e Davis nella squadra di coach Vogel. Considerando le loro qualità tecniche e psicologiche, non viene difficile credere che si adatteranno a un contesto nuovo, con compiti individuali nuovi. Motivo per cui questa è una riflessione sul grande cambiamento che attende le due stelle, più che un decimo motivo vero e proprio.

 

“Ri-scopirsi” (ne abbiamo parlato quinel ruolo e modo di giocare: questo attende LeBron alla sua 17esima stagione da professionista. Lo vedremo molti più minuti rispetto allo scorso anno nel ruolo di point guard e sarà un processo interessante da seguire nella definizione delle rotazioni dei Lakers.

 

Infine, sono dell’avviso che AD dovrebbe definitivamente “rassegnarsi” al fatto che nell’NBA contemporanea schierarlo a lungo da 4, con un lungo tradizionale affianco, abbia relativamente senso. Davis, con quel corpo, quelle doti fisiche e atletiche, è il centro che ogni squadra vorrebbe schierare per la stragrande maggioranza, se non la totalità, dei minuti in cui sta sul parquet. Potergli affiancare un altro giocatore che tratta la palla, spinge la transizione e apre il campo come Kyle Kuzma - piuttosto che Howard o McGee - garantisce alla squadra la possibilità di giocare tutta un’altra pallacanestro per tempi e spazi.

 

Sono sicuro che Davis nei Playoffs sarà schierato stabilmente da 5, cominciando in questo ruolo già nello starting lineup. Altro che “Twin Towers”.

 

 

 

 

 

 

 

 

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