La metamorfosi di Brooklyn 2/2 - U Turn

October 16, 2017

 

 

Quando ci si prefigge un obiettivo, è buona creanza dotarsi di un metodo e darsi delle scadenze per raggiungerlo.

Quando i nostri sforzi non sono ripagati, è bene cercare di capire dove ci sia stato un intoppo, e provare a risolvere il problema. Forse l’obiettivo era fuori portata, forse il metodo che abbiamo scelto di utilizzare non era quello più corretto, o forse ci siamo semplicemente dati troppo poco tempo.

 

Cambiare obiettivo può essere giusto, ma molto spesso impossibile.

Di conseguenza certe volte basta rivedere i propri comportamenti, valutarli con distacco per scovarne la fallacia, riconsiderare il tempo e il luogo in cui sono avvenuti. Forse erano solo le circostanze a non essere giuste.

Possono bastare piccoli accorgimenti per ottenere risultati diametralmente opposti.

Ci sono volte però, e sono volte drammatiche, in cui bisogna riconsiderare tutto. Constatare un fallimento su tutta la linea, prenderne atto, ed effettuare un’inversione a U.

 

Nell’NBA, purtroppo o per fortuna, è quasi sempre questione di metodo.

Non esistono promozione e retrocessione, qualificazione alle Coppe e premi di consolazione di qualsivoglia specie. Centrare i Playoffs potrebbe sembrarlo, ma dall’altra parte dell’oceano sanno bene che non c’è peggior maledizione che quella di essere relegati nella mediocrità, senza possibilità di lottare per il titolo e senza avere i benefici che derivano dall’essere particolarmente scarsi – magari per più stagioni di fila (o di Phila?).

L’obiettivo è uno solo per tutti, e il fattore tempo conta relativamente, nel senso che (e lo stanno capendo sempre più anche nei mercati più grandi) ciò che conta è arrivare ai vertici e restarci, quando in fin dei conti poco importa. Certamente qualcuno ha commesso errori madornali nel tentativo di vincere subito e si è compromesso anche il futuro, ma anche lì, stringi stringi, è questione di metodo. Il cotto e mangiato sostanzialmente non esiste. Il tempo nell’NBA è tutto e non è niente.

 

A queste considerazioni esistenziali dovevano essere giunti anche Mickhail Prokhorov e il suo clan di consulenti sovietici quando nell’inverno a cavallo tra il 2015 e il 2016 decisero di ridisegnare l’organigramma dirigenziale della franchigia dal nome Brooklyn Nets.

L’idea che spendendo più di tutti ci si metta in condizione di vincere non è poi del tutto da buttare. Ciò che conta però è spendere bene. Se poi spendi bene e tanto, ovviamente, meglio ancora. Ma la fretta con cui i Nets avevano tentato la scalata ai vertici dell’NBA li aveva messi nelle peggiori condizioni possibili. Non tanto perché li aveva privati di centinaia di milioni di dollari inutilmente buttati (questo per il magnate loro proprietario era un problema secondario) quanto perché a partire ben più dolorosamente dei dollari erano state tutte le scelte a disposizione della franchigia nei draft a venire.

E nell’NBA, per una squadra condannata a perdere, è sul draft che si costruisce un futuro migliore. Sempre, o quasi.

 

Come abbiamo già visto i Nets, anche volendo, non avrebbero potuto risolvere i problemi alla loro maniera. A causa di una situazione salariale stagnante era impossibile inseguire i migliori giocatori liberi da contratto. Posto che qualcuno a Brooklyn ci volesse andare a giocare.

Toccava armarsi di pazienza, perché le cose nell’NBA puoi provare a farle di fretta una volta soltanto. L’obiettivo non sarebbe stato modificato, il fattore temporale era inevitabilmente annullato (o pazienti, Mickhail, o pazienti): bisognava cambiare metodo. Drasticamente. Volenti o nolenti, bisognava effettuare un’inversione a U.

 

Se il protagonista della prima parte della storia recente dei Brooklyn Nets è Billy King, quello della seconda è Sean Marks.

Neozelandese, eccellente giocatore di basket ma mediocre nella sua carriera NBA, Marks aveva un fascino particolare agli occhi dello smarrito Mickhail Prokhorov che conduceva le ricerche per trovare il suo nuovo General Manager. Marks infatti veniva da una scuola molto particolare, che Prokhorov e i suoi consiglieri avevano imparato ad ammirare non poco (come tutto il resto del mondo, d’altronde): quella di San Antonio.

Marks era stato impiegato in praticamente tutti i settori del mondo Spurs. Nel giro di cinque anni era stato a capo della franchigia di sviluppo di San Antonio nella D-League, assistente di Gregg Popovich in panchina (titolo contro Miami) fino a diventare spalla del General Manager più quotato della Lega: R.C. Buford.

 

Il matrimonio tra i Nets e Marks è andato in porto non senza qualche tribolazione.

Forse infastidito dal fatto di non essere stato la chiara prima scelta della franchigia, forse scoraggiato dalla situazione che avrebbe trovato a Brooklyn, Marks ci mise del tempo prima di sciogliere la riserva legata al posto che gli era stato offerto. Se lavori nelle alte gerarchie dei San Antonio Spurs, l’idea di prendere in mano i Nets - che negli anni precedenti è stata quanto di più lontano dal sistema in cui sei abituato a muoverti - può non essere immediatamente allettante.

Inoltre, l’NBA non è un luogo in cui gli errori vengono perdonati facilmente, e se non sfrutti bene la prima opportunità che ti viene data, non è detto che se ne presenterà una seconda.

Come dire: scegli bene dove andare a fare la tua cosa, perché potrebbe essere l’unica volta nella tua carriera che avrai quel posto, e se ti bruci, addio futuro.

 

Si era sparsa la voce che Marks avesse rifiutato il posto che gli era stato offerto e Prokhorov smentì dal canto suo di averglielo mai offerto (anzi, disse, letteralmente: “Io questo Sean Marks non so neanche chi sia”). Rassicurato sul fatto che avrebbe potuto dirigere la franchigia come meglio credeva, senza interferenze né scadenze, Marks decise infine di accettare la sfida e prendere in mano le redini dei Brooklyn Nets. Siamo nella pausa per l’All-Star Game 2016. I Nets viaggiano con un record di 14 vittorie e 40 sconfitte.

 

Brooklyn completò la stagione vincendo sette delle successive ventotto partite sotto la guida di Tony Brown, che era subentrato nel mese di gennaio a Lionel Hollins e a cui Marks lasciò terminare la stagione. L’approccio di Sean non fu traumatico e nonostante una rivoluzione bollisse in pentola non ci furono scossoni sino al termine della stagione. Unica, doverosa, mossa, fu quella di liberare Joe Johnson a pochi mesi dalla scadenza del suo contratto.

 

 

 

La situazione salariale dei Brooklyn Nets nella stagione 2015-16, al momento dell’insediamento di Sean Marks come General Manager

 

 

 

 

 

STAGIONE 2016/17

 

 

TUTTE LE MOSSE DI SEAN MARKS NELLA SUA PRIMA ESTATE DA GENERAL MANAGER

 

- Non esercitata l’opzione nel contratto di Jarret Jack

 

- Thaddeus Young ceduto a Indiana in cambio della 20esima scelta al Draft (Caris LeVert) e una futura scelta al secondo giro. Vengono liberati 14 milioni in cap space.

 

- Ceduta la propria 55esima scelta e denaro agli Utah Jazz in cambio della 42esima scelta (Isaiah Whitehead)

 

- FREE AGENCY:   - Jeremy Lin ($36M/3 anni)

                                 - Trevor Booker ($18.5M/2 anni)

                                 - Justin Hamilton ($6M/2 anni)

 

Vengono ingaggiati con contratti annuali Luis Scola (5,5 milioni), Greivis Vasquez (4,3), Randy Foye (2,5), e al minimo salariale Anthony Bennett e Joe Harris.

 

Marks offre un contratto da 50 milioni per 4 anni a Tyler Johnson (Miami Heat) che il giocatore firma, ma Miami (che ha il diritto di pareggiare qualsiasi offerta per il suo giocatore e tenerlo nel proprio roster) si oppone: Johnson rimane a South Beach. Stessa cosa accade per Allen Crabbe (4 anni, 75 milioni complessivi), con Portland questa volta a pareggiare l’offerta dei Nets.

A Brooklyn non pioveva, grandinava. I Nets, dopo aver salutato Pierce e Garnett, finalmente non avevano più sul groppone la ventina di milioni di dollari annui dovuta a Joe Johnson e potevano, teoricamente, avere un discreto spazio salariale grazie al quale attrarre allettanti free agent. Peccato che grazie alla florida situazione economica dell’NBA il Salary Cap fosse passato nel giro di una sola estate da 70 a 94 milioni di dollari, regalando a praticamente tutte le franchigie della Lega spazio salariale e la possibilità di inseguire giocatori senza contratto (il che ha causato naturalmente un trauma nella Lega e lo sciorinamento di contratti dei quali le squadre si sono pentite anche già nel giro di pochi mesi – ma ci torneremo sopra). E' stato annullato, di fatto, l’ipotetico vantaggio che poteva avere un team nella posizione di Brooklyn.

 

Nell’aprile 2016 Marks aveva effettuato la prima fondamentale scelta della sua gestione, chiamando Kenny Atkinson ad allenare la squadra per la stagione successiva.

Ex assistente in diverse franchigie NBA e da ultimo principale consigliere di Mike Budenholzer ad Atlanta, Atkinson predica un gioco ad alto ritmo e ad alto numero di possessi, aposizionale (dove per “posizionale” si intende uno schieramento classico che prevede prima di tutto un pivot e un playmaker tradizionali) e con enfasi sull’uso del tiro da tre punti. I suoi credo sono stati e saranno fondamentali non solo nella scelte tecniche di Marks, ma anche nella decisione di alcuni giocatori di credere nel progetto Brooklyn. Jeremy Lin, che il coach aveva conosciuto ai tempi in cui era assistente ai New York Knicks, non sarà forse una delle migliori point guard della Lega, ma prima di firmare con i Nets veniva dalla migliore stagione della sua carriera (Linsanity a parte) come riserva di Kemba Walker a Charlotte, ed è un più che discreto interprete del pick&roll. Portarlo a casa con 12 milioni annui non è affatto un brutto affare, con i tempi che corrono, e la presenza di Atkinson ha probabilmente fatto sì che Lin accordasse un piccolo sconto in cambio dei propri servigi.

 

I Nets (come già abbiamo visto) si trovavano nella situazione di non possedere la propria scelta al Draft della stagione a venire. Non proprio una grande notizia per una squadra destinata ad essere tra le peggiori della Lega. Stesso dicasi per la Lottery 2018. Questo significava che i vantaggi provenienti dal perdere per le due stagioni successive sarebbero stati sostanzialmente nulli. Inoltre, con uno spazio salariale importante ma non importantissimo e l’evidente mancanza di talento in casa (Brook Lopez era per distacco il miglior giocatore della franchigia - e non è un punto di partenza per costruire una squadra di vertice nemmeno con tutto l’oro del mondo), quelli che si prospettavano erano anni, inevitabilmente, vuoti. Quasi privi di significato.

L’unica possibilità per Brooklyn era quella di costruire per il futuro. Sì, ma come? E poi, per quale futuro, se non c’erano nemmeno le prospettive per poter scegliere i migliori giocatori in uscita dai college?

 

Questo è il motivo per cui il lavoro di Sean Marks non era facile da accettare. E’ il motivo per cui era così difficile, e per cui è così affascinante.

 

Le possibilità di successo dei Nets erano inevitabilmente da proiettare sul lungo periodo. Difficilmente la squadra sarebbe potuta tornare su una buona onda prima della stagione 2018-19, e probabilmente molto più in là.

Come costruire il futuro? L’idea di Marks e Atkinson è prima di tutto quella di mettere in campo una squadra tosta, vogliosa di combattere, e che giochi ad alto ritmo. Per far divertire il pubblico, per sviluppare i propri talenti, per far vedere al Mondo (e soprattutto a quei giocatori che un domani potrebbero essere liberi di scegliere la loro prossima squadra) che i Brooklyn Nets esistono, e sono seri.

 

Nell’ottica di sviluppare talento e di provare a riscoprire giocatori interessanti (per il proprio futuro o per quello di una eventuale trade), anche laddove magari in passato si era pensato a dei fiaschi, si spiegano diverse delle operazioni condotte da Marks nella sua prima estate alla guida dei Nets. Stando sempre attento a non legarsi le mani a lungo termine in maniera compromettente, dando massima importanza alla flessibilità.

 

Thaddeus Young era un giocatore ancora discreto ma senza motivo di esistere a Brooklyn, nel centro di una ricostruzione e con attorno una squadra giovane. Scambiare il suo contratto per un prospetto ancora acerbo e soprattutto con un brutto passato a livello medico, ma dotato di talento puro come Caris LeVert, segna la linea di ciò che il GM vuole provare a fare.

Di Lin abbiamo detto e Justin Hamilton non è né un giocatore né un contratto che sposta gli equilibri (anche se quel contratto tornerà utile, vedremo più avanti come), se non che probabilmente piace ad Atkinson in quanto è un 7 piedi che tira da tre punti. Lo sviluppo di Brook Lopez in tiratore da tre punti, del resto, è stata una delle cose più godibili della scorsa stagione NBA.

 

Trevor Booker porta a casa dai Nets un buon numero di quattrini per un paio di stagioni e la sua acquisizione è comunque qualcosa da segnalare, perché si tratta di un giocatore sottovalutato per tutta la sua carriera; che combatte e va a rimbalzo in maniera mirabile, e sembra essere un ottimo elemento in una squadra che prova a cavare fuori il meglio da ogni suo componente e che valorizza, come poche altre nella Lega, il concetto di squadra. Buon compagno, non è una pietra preziosa nel panorama NBA ma può aiutare i giocatori più giovani nello spogliatoio e mostrare la strada da seguire per essere professionisti. E’ un lungo efficiente, e dell’efficienza i Brooklyn Nets pare che sappiano cosa farsene.

Marks, anche per completare il roster, allunga contratti annuali a veterani navigati della Lega con doti (indiscusse ma un po’ svanite) funzionali al gioco di coach Atkinson come Scola, Foye e Greivis Vasquez, e prova a cavare il coniglio dal cilindro tentando di resuscitare il mitico Anthony Bennett. Esperimento naturalmente fallito ma il tentativo vale la segnalazione.

 

I Nets hanno condotto una stagione onorevole e costellata di sconfitte, sui cui aspetti positivi eravamo comunque già passati, e che ha avuto gli effetti sperati: quelli di restituire alla franchigia una rispettabilità nella Lega e di renderla una fruibile destinazione per i futuri free agent. A Brooklyn si sta bene, il senso diffuso di disfunzionalità un tempo dominante pare essere finito agli estremi opposti della galassia e i Nets hanno giocato un basket divertente (secondo per ritmo solo a quello dei Golden State Warriors); alcuni elementi si sono messi in mostra e hanno confermato di poter essere funzionali al futuro della squadra (Jeremy Lin, Rondae Hollis-Jefferson e Caris LeVert su tutti) o quantomeno di appartenere a questa così esclusiva Lega di Fenomeni.

 

Le cose più interessanti per capire il modus operandi dei Nets però sono quelle che Marks ha solo potuto provare a fare nell’estate del 2016, senza riuscire a concluderle.

Brooklyn ha allungato delle cosiddette offer sheet a Tyler Johnson di Miami prima e ad Allen Crabbe di Portland poi. Contratti rispettivamente da 50 e 75 milioni di dollari distribuiti su 4 anni, che i giocatori hanno sottoscritto prima che le franchigie che li avevano draftati (e che di conseguenza avevano il diritto di pareggiare qualsiasi offerta mantenendo il giocatore nel proprio roster -così funziona la restricted free agency NBA) le eguagliassero, privando i Nets prima di uno e poi dell’altro.

 

Ma perché i Brooklyn Nets offrono così tanti soldi a giocatori che sono tutt’altro che star NBA, anzi che al momento non erano neanche titolari?

Intanto perché (come molti nella pazza estate 2016) hanno spazio salariale, e non riempirlo poco gli cambia. In secondo luogo, con il cap in continua e vertiginosa crescita, bisogna ripensare al valore medio di tutti i contratti: quelle che prima sembravano cifre faraoniche ormai non lo sono più. Salgono i contratti massimi, e crescono di conseguenza tutti gli altri “livelli”. Come abbiamo visto Brooklyn non può sostanzialmente programmare un futuro vincente a breve termine, quindi ciò che può sperare è che un giocatore preso adesso (a un prezzo di mercato superiore al suo reale valore sul campo) possa arrivare a valere i soldi che il contratto gli riconosce, se non addirittura di più. I Nets non hanno niente da perdere. Possono provare a scommettere su giocatori sottostimati nella Lega sperando che possano crescere, essere funzionali al loro progetto, e rivelarsi in futuro giocatori di interesse per altre squadre o fondamentali per la loro. Nessuno dei due contratti è un massimo salariale e può essere un domani nella media per un giocatore da quintetto in una qualunque squadra NBA. Si tratterebbe in ogni caso di impegni non eccessivamente lunghi e che non comprometterebbero il futuro a lungo termine della franchigia; ma, anzi, potrebbero diventare interessanti pedine di scambio per chi in futuro volesse: a) usufruire delle prestazioni al di là delle aspettative di uno di questi giocatori; b) rilevare un contratto sostanzioso e vicino alla scadenza (che dunque andrebbe nel giro di poco tempo a liberare spazio salariale; e lo spazio salariale - anche futuro - è qualcosa di cui le squadre che puntano forte sulla free agency non sono mai abbastanza piene).

 

Nella stessa estate, per dire, CJ McCollum ha rinnovato per 4 anni e 106 milioni con Portland.

Batum ha firmato un quinquennale da 120 milioni con Charlotte.
Courtney Lee, 4 stagioni per 50 milioni con i Knicks.
Luol Deng, 4 anni per 72 milioni complessivi - gentilmente elargiti dai Los Angeles Lakers dell’ultima gestione Kupchack...

 

Questi sono solo esempi e anche relativamente coerenti con la situazione dei Nets, ma quel che è certo è che nell’estate 2016:

 

- le spese sono state tante e in buona parte esagerate. L’improvviso aumento del salary cap non è stato compreso e gestito da tutti allo stesso modo;

 

- si è alzato e di molto il contratto medio di un average starter nella Lega;

 

- un contratto si giudica meglio non nel momento in cui viene dato, ma al termine del suo decorrere.

 

Un’altra cosa da dire è che quasi sempre è più pericoloso dare un contratto particolarmente corposo a un giocatore relativamente anziano; perché se i giovani possono arrivare a valere i soldi (magari esagerati inizialmente) che vengono pagati, o in caso contrario ci potrebbe essere qualcuno disposto a dargli una seconda chance, quelli più in là con gli anni diventano, se deludono, molto più difficili da scambiare. E le squadre che hanno malamente investito i propri soldi su di loro saranno disposte (o obbligate) a lasciar andare del valore (giocatori, scelte), pur di liberarsi di quei contratti e di prezioso spazio salariale.


I Brooklyn Nets questo lo sanno bene, e ne hanno approfittato nell’estate successiva. Quella del 2017, quando si sono trovati a fare affari con i Los Angeles Lakers e il loro disperato bisogno di creare spazio salariale in vista dell’estate 2018 (un anno dopo aver allungato contratti quadriennali a Timofey Mozgov e Luol Deng per un totale che supera i 130 milioni di dollari).

 

Prima di parlare della più recente e nota campagna estiva dei Brooklyn Nets, resta da analizzare l’ultima mossa di Marks nella stagione 2016/17. Conclusa con il peggior record della Lega e la propria teorica prima scelta assoluta al draft devoluta per passati accordi ai Boston Cetics.

Bojan Bogdanovic aveva il suo contratto (il primo nella NBA, quello firmato da rookie) in scadenza al termine della stagione. I Nets avrebbero avuto diritto in estate a raggiungere un accordo per il prolungamento o a pareggiare qualsiasi offerta che gli fosse pervenuta in quanto restricted free agent, oppure ancora a fargli firmare (in assenza per lui di migliori possibilità) una qualifying offer già stabilita dal valore di circa 4,5 milioni di dollari - che sarebbe valsa per l’ultimo anno di contratto, dopo il quale sarebbe stato unrestricted free agent.

In sostanza, Bodganovic sarebbe diventato o un giocatore costoso per Brooklyn o un giocatore da lasciare andare senza ricevere in cambio niente (se non l’esiguo spazio salariale liberato dall’uscita del suo contratto).

E’ buona abitudine che le squadre (soprattutto quelle che si sentono incomplete e hanno la speranza di potersi in qualche modo sistemare all’ultimo momento per fare il salto decisivo) siano più generose all’approssimarsi della trade deadline. Ed è stato proprio a ridosso del weekend dell’All Star Game che Sean Marks ha acconsentito a mandare Bogdanovic a Washington, in cambio di una scelta protetta al primo giro dell’ultimo draft, oltre ad Andrew Nicholson e Marcus Thornton. I Nets sono riusciti ad ottenere quella first round pick (anche se non di particolare prestigio) che avrebbero tanto voluto avere e che il loro sciagurato passato gli aveva portato via. In cambio di un giocatore che poi Washington in estate ha deciso di rendere unrestricted free agent non proponendogli neanche la qualifying offer (ben fatto, Wizards!) e che è finito a firmare a 11 milioni annui per le prossime due stagioni con gli Indiana Pacers.

 

 

 

 

ESTATE 2017

 

 

 

 

 

Storie dei giorni nostri.

I Nets hanno provato ancora una volta a portare a casa un restricted free agent di alto livello, ma per la quarta volta su quattro tentativi le cose non vanno come sperato. Abbiamo omesso di citare le vicende relative al caso di Donatas Motiejunas, che nel dicembre 2016 firmò un contratto con Brooklyn, poi pareggiato da Houston, con cui però il giocatore si rifiuterà di tornare a giocare (vicenda controversa), per finire a New Orleans – e che meriterebbe una sezione a parte…
Prevedibilmente Washington ha pareggiato il max contract offerto da Marks a Otto Porter (4 anni, 106 milioni di dollari), e le strategie in casa Nets sono cambiate nuovamente. Anziché continuare nella ricerca di un free agent da sovrapagare, si lascia campo libero ai Knicks nel firmare a cifre altissime Tim Hardaway Jr e non scattano offerte per altri restricted free agent di prestigio. Senza la volontà di rincorrere una star in là con gli anni o che obblighi Brooklyn a legarsi mani e piedi per gli anni a venire (con comunque ben poche possibilità di ottenere risultati), è via trade che nell’estate appena trascorsa Marks ha provato a ridisegnare il futuro a breve e medio-lungo termine della franchigia.

 

Questo il riassunto delle mosse di Brooklyn nella campagna estiva 2017.

 

- Nella notte del draft i Nets, dopo aver selezionato con la scelta numero 22 (quella ottenuta dai Wizards in cambio di Bojan Bogdanovic) Jarrett Allen e con la 27esima scelta assoluta (Boston swap) Kyle Kuzma, girano quest’ultimo ai Los Angeles Lakers insieme a Brook Lopez in cambio di Timofey Mozgov e D'Angelo Russell.

 

- Justin Hamilton e il suo modesto contratto di cui avevamo parlato in precedenza vengono mandati ai Toronto Raptors, in cambio di DeMarre Carroll, una prima scelta al draft 2018 e una futura seconda scelta.

 

- Allen Crabbe arriva alla fine alla corte di coach Kenny Atkinson in cambio di Andrew Nicholson.

 

 

Nel giro di poche settimane i Nets vedono arrivare tre giocatori che diventano i più pagati della franchigia: nell’ordine, Crabbe, Mozgov e Carroll. Oltre a un ragazzo che potrebbe diventare il punto di riferimento della squadra nel futuro: D’Angelo Russell. Il tutto, in sostanza, in cambio di Brook Lopez. Uno dei più grandi giocatori della storia dei Nets (statisticamente soprattutto), il cui vero valore per i Lakers è rappresentato dal fatto di accompagnarsi ad un importante contratto in scadenza nella prossima estate.

 

 

I gialloviola, in disperato bisogno di alleggerire il monte salari in vista della free agency 2018, confidano di aggiudicarsi in quest’ultima uno dei maggiori nomi del panorama NBA (IL maggiore?). Per questo, pur di ricevere un contratto in scadenza e soprattutto di liberarsi del folle stipendio di Timofey Mozgov (elargitogli nell’altrettanto folle estate 2016), sono stati disposti a privarsi di un potenziale futuro uomo franchigia come D’Angelo (seconda scelta assoluta al draft di appena due estati fa). Brooklyn ha deciso di sobbarcarsi il contratto di Mozgov, che dura per altre tre stagioni e quindi peserà su di loro in un periodo in cui grandi successi non sono all’orizzonte. Il triennale del russo andrà a scadere nell’estate 2020, così come quello di Crabbe.

 

La logica nelle trade che hanno portato i Nets ad acquisire Crabbe e Carroll si è sviluppata in maniera simile. Brooklyn, senza ottenere nulla di paragonabile a Russell - ma senza rinunciare a praticamente niente - si è fatta onere di due contratti sgraditi alle franchigie che li avevano in un primo momento sottoscritti. Toronto, apparentemente condannata alla permanenza nella terra di mezzo NBA, era alla ricerca di una qualche mossa per liberare spazio salariale o compiere il salto di qualità; la società canadese ha addirittura addolcito lo scambio inserendovi una futura prima scelta. Portland invece ha rinunciato volentieri a quel contratto di Crabbe da quasi 19 milioni l’anno, che Brooklyn l’aveva indotta a sottoscrivere.

 

I Nets acquisiscono un comprovato (per quanto non esaltante) titolare NBA in Carroll, che li aiuterà ulteriormente ad avvicinarsi alla rispettabilità fino alla non poi così lontana scadenza del suo contratto (2019 – potrebbe eventualmente diventare anche un’utile pedina di scambio quando si avvicinerà a scadenza).

Crabbe invece è un vecchio pallino di Marks e Atkinson. Nell’ultima stagione ha tirato con il 44% da tre, secondo solo a Kyle Korver nell’intera NBA per percentuale tra i giocatori che hanno tentato almeno 200 conclusioni dalla lunga distanza. I Nets sono stati la terza squadra per tiri da tre presi nella passata stagione, ma solo la 26esima per accuratezza, dunque l’inserimento di Crabbe li aiuterà certamente.

 

 


 

Il monte salari dei Brooklyn Nets per la stagione 2017-18 e gli anni a venire.

 

 

 

Brooklyn si trova ad avere un discreto roster garantito per le prossime due stagioni, inevitabilmente di transizione; ma si mantiene in una posizione di invidiabile flessibilità sul lungo periodo, quello che più interessa. D’Angelo Russell e Rondae Hollis-Jefferson comanderanno molto probabilmente i loro investimenti nell’estate del 2019, quando il contratto di Carroll sarà scaduto e i Nets avranno spazio salariale per muoversi.

 

Dell’estensione di LeVert non si parlerà fino all’estate 2020, e a quel punto anche Crabbe (il cui contratto nel frattempo potrà essersi rivelato anche meritato) e soprattutto Mozgov non saranno più legati da alcuna obbligazione con Brooklyn. Che sarà quindi molto più leggera economicamente parlando e libera di muoversi come meglio crede. Verosimilmente con un nucleo di giocatori già pronto in casa, a cui poter aggiungere.

Al di là dello sviluppo dei giovani della franchigia e di ciò che dirà il campo (che sono fattori fondamentali), Brooklyn parrebbe essersi messa sulla strada per tornare ad essere competitiva nel lungo periodo. E grazie alla disponibilità a sobbarcarsi i contratti sgraditi ad altri (ma che sulle sorti di Brooklyn nei prossimi due anni dovrebbero influire il giusto - la condanna alla mediocrità era già stata emessa), è riuscita a rimettere le mani su una scelta nel prossimo draft e sulla seconda chiamata in quello di due anni fa. Gettando, insomma, le basi per un futuro che potrebbe essere anche essere roseo

 

Dal 2019 Brooklyn tornerà ad essere in possesso di tutte le proprie first round pick.  

E conoscendo Sean Marks, le sorprese non sono finite qui.

 

Intanto, già per quest’anno, c’è chi ipotizza i Playoffs per la franchigia neroargento, la meno vincente dell’NBA. E visto il panorama della Eastern Conference, probabilmente non è eresia farci un pensiero.

 

Lo spettro di Billy King sta abbandonando il Barclays Center.

C’è un ragazzone russo che si frega le mani. Speriamo solo che non faccia promesse avventate.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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