Millimetri di vita - Let Me Play

October 24, 2017

A un passo dalla morte, Paul Pierce e Ronny Turiaf non hanno smesso di inseguire il loro sogno: la NBA.

 

 

La porta della sala operatoria si aprì e gli sguardi di amici, familiari e giornalisti si focalizzarono sulla figura in camice che ne uscì: il responso medico definitivo sarebbe arrivato dopo pochi istanti. Istanti che, lontani nel tempo e nello spazio, erano gli stessi. A Los Angeles e a Boston, a qualche anno di distanza. In quei momenti densi di preoccupazione, i presenti aspettavano ansiosamente di sapere: gli dei del Gioco avrebbero permesso tutto ciò?

 

Davvero avrebbero potuto accettare che una leggenda nascente come Paul Pierce si spegnesse nella degenerazione di una rissa in un night club di Boston? In quel modo, poi, per mano di un gesto sconsiderato, in un’anonima notte del Theater District…

 

O che Ronny Turiaf, che aveva letteralmente donato anima e corpo per questo Gioco, che si era immolato per questo Gioco, che aveva inseguito per tutta una vita (mettendola a repentaglio) un solo sogno: questo Gioco… che proprio Ronny vedesse improvvisamente ogni sforzo infrangersi contro le pareti bianche di quella sala di ospedale?

 

Anche se in sala operatoria - e questo lo si sapeva - non si stavano certo affrontando questioni routinarie, nessuno, in ogni caso, sarebbe stato pronto a dare una lucida spiegazione dell’accaduto,


Perché The Truth era stato travolto dagli eventi da un secondo all’altro. E non quegli ultimi secondi di partita che erano il suo regno.
Era tutto successo tragicamente all’improvviso, nella follia di una notte. Tra le luci prima abbaglianti e poi soffocate del Buzz Club, quella più luminosa, Paul, rischiava di spegnersi.

 

Perché Turiaf non meritava, non poteva meritare, che quell’operazione si risolvesse in altro modo se non in quello auspicato da tutti. Le alternative portavano su sentieri sconosciuti, che Ronny (e tutta la famiglia) non volevano percorrere: la sua strada era una sola, quella che portava dritto al suo sogno. In Figueroa Street, al cuore dello Staples Center, nell’ultima porta in fondo a destra della Team Area: lo spogliatoio dei Los Angeles Lakers.

 

 

Tra quelle mura, che ancora portano le insegne del glorioso passato dei Lacustri, e tra quelle del TD Garden, che hanno accolto per decenni leggende dalla National Basketball Association, proiettavano il loro futuro Pierce e Turiaf.

 

 

 

FALSA PARTENZA

 

 

Le loro storie hanno avuto premesse e investiture diverse. Ma nella loro distanza, metaforicamente chilometrica, sono stati millimetricamente vicini alla fine. Alla sirena finale di una partita ancora tutta da giocare.

Quella di cui Paul e Ronny erano, dovevano essere, protagonisti.

Un momento di rottura improvviso ha distrutto la linearità del loro percorso, umano e sportivo, come una giocata che surriscalda il palazzo e apre un parziale.
Come una stoppata al tabellone di Ronny.
Come un gioco da tre punti di Pierce.
Ma nessuno, questa volta, si è alzato in piedi nel pubblico. Nessuno ha alzato i pugni al cielo o abbracciato il vicino.

 

Solo silenzio, che un rumore improvviso ha interrotto. Come lo sparo dello starter che squarcia la tensione prima dei 100 metri piani.
Dopo il quale, questi quattro atleti - che avevano brillato nelle batterie precedenti - hanno provato le sensazioni che seguono una falsa partenza.
E ora?
Ogni sicurezza è crollata, svanita. Il sogno è lì, a 100 metri.
Ma all’improvviso la paura li rende chilometri.
E solo chi ha qualcosa di speciale dentro, alla fine, può riuscire a percorrerli.

 

 

 

LO SPARO

 

 

La partenza di Pierce nella Lega era stata sensazionale nell’anno da rookie; nella prima batteria, nel primo di tanti gradini d’accesso ai tre, del podio, che davvero contano in una disciplina di atletica.
Il prodotto di Kansas si era affacciato in NBA, nel febbraio 1999 (era la famosa stagione del lockout), con un mese d’esordio vicino ai 20 punti di media a partita. Nei primi due anni ai Celtics aveva dimostrato che il suo valore era superiore alla scelta numero 10 con cui usciva dal Draft; e soprattutto aveva lasciato intuire di poter essere l’uomo in copertina di una dinastia vincente.

 

 

Lo sparo dello starter è arrivato dopo neanche 150 gare di Regular Season, prima ancora di poter assaggiare il sapore dei Playoffs. E sotto i riflettori di una città, Boston, che stava imparando a conoscere ed apprezzare la personalità di un ragazzo con un destino evidente agli occhi di tutti.

 

Intorno a Turiaf, invece, l’illuminazione era più tenue. Nell’anno da senior al college aveva dimostrato qualità interessanti con la maglia di Gonzaga: doti fisiche e atletiche notevoli, riscontrabili nei suoi numeri (16+10 ad allacciata di scarpe); e una straordinaria applicazione in campo. Kobe Bryant lo ha incluso nel ristrettissimo elenco (insieme a Caron Butler, Pau Gasol e Derek Fisher) di suoi “compagni preferiti”. E ciò che il Mamba ha sempre ammirato di Ronny, e che ha convinto i Lakers a spendere per lui la chiamata numero 37 nel Draft 2005, è stata la dedizione per il gioco, la sua serietà professionale, l’innata forza di determinazione.
Del resto, secondo sue parole, “dovete uccidermi per farmi smettere di giocare a basket”. E chi può dirlo, dopo tutto quello che ha passato (e accettato consapevolmente di passare), se non lui?

 

Per Pierce e Turiaf, sui blocchi di partenza, fu una questione di centimetri. Di millimetri, anzi, come talvolta accade nelle gare di velocità.
Quei millimetri che salvarono la vita di Paul; e che costrinsero Ronny - nel suo modo di sognare - a fare un passo nel vuoto.

 

 

IO DEVO GIOCARE

 

 

“Quella è stata la notte più importante della mia vita”.
La notte del 25 settembre 2000, quella del Buzz Club, il night di Boston in cui Pierce fu accoltellato. Undici volte. Al volto, al collo, al petto e alla schiena.
Era lì, insieme al fratello e al compagno di squadra Tony Battie, per trascorrere la più consueta delle serate dei giovani C’s nel distretto centrale della città. Ed era, effettivamente, una serata ordinaria: gli occhi di tutte le ragazze del locale erano per Paul, la giovane stella nascente, e lui certamente godeva al proprio tavolo di buona compagnia…
Fino a quando, a mezzanotte e mezza, una lama estratta da tale “Roscoe” - un rapper di basso livello dei Made Men - colpisce ripetutamente il ventiduenne, probabilmente per una discussione legata a questioni, diciamo, di cuore.


“Guardate come fotto Paul Pierce, guardate chi è l’uomo!”
 

La pugnalata più profonda, quella che più di tutte attenta ai numerosi appuntamenti che The Truth aveva col destino, arriva allo sterno. Apre una voragine di 18 centimetri, pochi meno di quelli che sarebbero bastati a raggiungere il suo cuore; ed è quella che lascia Paul inerme, a terra, in un mare di sangue.


“Una notte del genere non si dimentica. Ho avuto un incontro ravvicinato con la morte”.

 

Double P viene portato al New England Hospital, fortunatamente molto vicino, e sottoposto ad un intervento d’urgenza. Sulla barella, in uno stato di pseudo-incoscienza, chiede al fratello con precisione dove sia stato colpito. Con gli ultimi barlumi di ragione vuole sapere una cosa, l’unica che contava.
“Il braccio? No, vero?”


Quel braccio, quel polso, quella mano. Quei polpastrelli. Ancora in attesa di palpare palloni importanti, di abbracciare il Larry O’Brien, di indossare un anello.
A questo pensa Paul, in fil di vita.
Lo starter sparerà ancora: io devo correre.
Uscito di qua… Io devo giocare. Devo essere Paul Pierce, The Captain and the Truth.

 

Tutti aspettano fuori dalla porta che quel medico si vicini e comunichi la situazione nella sala operatoria. Sono stati eterni, quegli istanti.
“E’ stata un’operazione lunga e impegnativa, ma è andato tutto per il meglio. Il ragazzo sta bene e non avrà danni permanenti. Sì, potrà giocare a basket senza problemi” (e, in effetti, Pierce giocherà tutte le 82 partite della Regular Season successiva, con medie realizzative da All-Star).

 

“Si è salvato per pochi millimetri…”


Un enorme sospiro di sollievo. Per tutti i presenti.
Per il suo coach, Jack Pitino, che quella notte la trascorse incollato ai notiziari ABC.
Per la sua famiglia e per i suoi amici, a cui all’improvviso, in una sera qualunque, era squillato il telefono.

 

Era squillato anche alla mamma di Turiaf, un pomeriggio qualunque, il telefono: era il figlio Ronny. E parlava proprio degli stessi centimetri, del cuore. A modo suo, senza neanche salutare:
Yo, Mom. I’m having heart surgery.
Ma… parliamo di qualcos’altro?”

 

Il ragazzo di Martinica, su cui i Lakers avevano deciso di scommettere, aveva appena avuto una conversazione con John Moe, membro dello staff medico dei gialloviola. Che in termini molto semplici gli aveva spiegato la sua critica situazione: un problema all’aorta del cuore rendeva ogni suo sforzo potenzialmente letale. E le possibili soluzioni erano due: smettere di giocare immediatamente e limitare al minimo l’attività fisica; oppure sottoporsi ad un’operazione dall’esito incerto, a cuore aperto.

 

“Pensai immediatamente: sono 2,07 metri, per oltre cento chili. Ogni mia articolazione ha misure sproporzionate”.

Ma i millimetri di quella vena così delicata erano diversi dal resto del corpo. Potevano essere la linea di confine fra la vita e la morte. Tra una Spalding che rimbalza sul parquet e una sgonfia, immobile a terra.

 

 

Il suo sogno non si poteva piegare e archiviare dentro una cartella medica. Arrivava da Martinica, un’isola sperduta nel Mar dei Caraibi: troppo lontano per fermarsi così presto. Prima ancora di una palla a due, di un rimbalzo da contendere.
Non si sarebbe tirato indietro al primo ostacolo, per quanto alto fosse. Non lo aveva mai fatto, in campo e fuori. E infatti la risposta di Turiaf al dottor Moe è stata immediata, spontanea. Incosciente, per certi versi: “OK. Quand’è la prima data in cui posso operarmi?”.

 

“Figliolo, sai cosa rappresenti per noi, per la tua famiglia. La vita è più importante del basket: preferisco un figlio vivo che un potenziale campione morto”. Erano le emozioni ad infiammare la reazione del padre.
Ma è proprio lui, pochi giorni dopo, a rincuorare il figlio nei momenti di difficoltà prima dell’operazione. Capisce, rispetta e - da buon padre - sostiene il figlio. Perché ha compreso che Ronny continuerà a giocare, “se non mi uccidete…”. Deve giocare.

 

Bullfrog è rimasto sotto i ferri praticamente un’intera giornata.
Dopo sei ore il suo cuore ha smesso di battere per alcuni secondi, un coagulo di sangue. Ma, sopraggiunta sera, il primario è uscito da quella sala operatoria con un pronunciato sorriso, e subito il padre di Ronny ha capito.
Era vivo, innanzitutto. E poteva giocare.


Era di nuovo sui blocchi di partenza, ma silenziosamente: non ha mai voluto parlare di quella vicenda davanti alla stampa, ai tifosi. Non ha mail voluto essere “il sopravvissuto” se non davanti a sé stesso.
Non ha mai voluto essere nient’altro che Ronny Turiaf, un discreto role player di grande energia. A prescindere da tutto quello che aveva fatto per esserlo.

 

 

 

MILLIMETRI

 

 

Il secondo sparo dello starter, effettivamente, arrivò.

 

E tutti e due si sono alzati dai blocchi di partenza con perfetto tempismo e hanno iniziato a correre. A sfrecciare, a prendersi quello che meritavano, riuscendo finalmente a scrollarsi di dosso la tensione. La paura, la fragilità. Caricando in ogni passo l’intensità delle emozioni che avevano vissuto. Nessuno li avrebbe potuti fermare, ora.


Nessuno avrebbe potuto strappare titoli e premi dalle mani di Pierce. Le Finals del 2008, quelle dell’anello a Boston, lo aspettavano; e lui le ha vinte, un millimetro alla volta, da MVP.

 

 


Nessuno avrebbe potuto strappare a Turiaf quell’ennesimo rimbalzo in attacco, quel pallone recuperato. Quel contropiede, che era partito da Lamentin (Guadalupa) e doveva terminare con dieci dita nei ferri dello Staples Center: il suo miraggio al di là del Mar dei Caraibi.

 

Davanti a loro la pista era vuota, tutta da conquistare. Come lo spazio che li separava dal canestro.

E quello spazio, in un unico possesso meraviglioso, l’hanno conquistato. Un blocco di Turiaf che aveva liberato l’uscita di Pierce.
E quel tiro, il loro tiro, lo avevano segnato.


Non serviva guardare l’instant replay: questa volta, allo sparo dello starter, erano stati puntuali. Non serviva guardare il punteggio, o le statistiche, gli highlights
Hanno vinto loro, allo scadere.
Di pochi millimetri.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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