Celtics: la prova del nove e il quattordicesimo indizio

November 17, 2017

Boston, superando i Golden State Warriors, si conferma come seria pretendente al titolo. Sono pronti i Celtics?

 

 

 

Sono 14 di fila, and counting, per Boston. Superato anche l’ostacolo più alto, Golden State: 92-88.

 

Gli Warriors si sono presentati al TD Garden con Steph Curry, reduce da una partita di stop, e sfidando quello che era il miglior record della Lega. Che è rimasto tale.

 

I C’s sono riusciti a recuperare uno svantaggio di 17 punti per ben due volte (sia nel secondo che nel terzo periodo), prima di portare a casa l’incontro nel finale punto-a-punto. Battuta d’arresto significativa per i californiani, capaci di realizzare appena 88 punti - dall’arrivo di Durant nella Baia era accaduto una sola volta.

 

MVP indiscusso della partita è Jaylen Brown. Nonostante la scomparsa del migliore amico nella notte, il sophomore di Boston è sceso in campo e ha avuto un enorme impatto sulla sfida, su entrambi i lati del campo: 22 punti, 7 rimbalzi, 2 rubate, 2 stoppate e la solita “contagiosa” energia.

 

 

 

La partita

 

 

L’inizio è stato tutto a tinte giallo-blu. Boston ha faticato in avvio nella metà campo offensiva, costretta dalla difesa avversaria ad un gioco troppo perimetrale e a prendere tiri contestati dalla media-lunga distanza. Dopo 4:21 di gioco, KD dalla lunetta ha firmato il 14-6 e da quel momento i ragazzi di Steve Kerr sono sembrati sostanzialmente in controllo totale della partita.

 

Nelle sette vittorie consecutive da cui arrivava Golden State, spesso il solco decisivo era stato scavato nel terzo quarto: +11 vs Spurs, +22 vs Denver, +18 vs Wolves, +15 vs Sixers. E il rientro dopo l’intervallo aveva fatto presagire anche questa notte un destino simile. Ma è da quel momento, dal 66-49 a metà del terzo periodo, che i Celtics hanno ingranato le marce più alte.

 

Un incredibile parziale di 19-0 per i padroni di casa, di cui Brown è stato protagonista, ha scosso la partita - e con essa ogni certezza per i fenomeni della Baia: poche volte negli ultimi due anni, infatti, si sono visti gli Warriors così in difficoltà nella metà campo offensiva.

 

Nel concitato finale di gara, che ha visto le due squadre appaiate fino trenta secondi dalla fine, l’ago della bilancia ha indicato definitivamente Brad Stevens, tecnico della squadra più in forma della Lega. Complice anche un fallo fischiato a Kyrie Irving nell’ultimo possesso dei nero-verdi, chiamata ampiamente contestata da coach Kerr nel post-gara. Ecco, di seguito, le sue parole e il contatto in questione:
 

 

Le ultime speranze di Golden State si sono infrante sul ferro lungo, insieme al tentativo di pareggiare la gara di Kevin Durant. Sarebbe potuto entrare, quel tiro; o ci sarebbe potuta stare un’interpretazione arbitrale diversa nella difesa di Thompson su Irving. Ma anche una vittoria in extremis non avrebbe cambiato quanto emerso nel “Christmas Game anticipato”.

 

Perché gli Warriors sono andati sotto dal punto di vista dell’intensità per ampi tratti della gara. E soprattutto perché l’attacco dei californiani ha sbandato, e pure vistosamente: qualcosa a cui decisamente non siamo abituati.

 

Se Kerr aveva presentato la sfida come “anteprima delle prossime Finals”, beh, allora ci sarà da divertirsi. Perché Boston ha dimostrato di poter competere ad armi (quasi) pari con i campioni in carica.

 

 

 

14 indizi fanno una prova?

 

 

Philadelphia, New York, Milwaukee, Miami, San Antonio, Sacramento, Oklahoma City, Orlando, Atlanta, Lakers, Charlotte, Toronto, Brooklyn e ora anche Golden State.

L’elenco delle avversarie macinate nella striscia vincente di Boston si allunga e impreziosisce; dopo Spurs e OKC, infatti, i Celtics aggiungono un’altra vittima illustre: la contender numero uno per il titolo.

 

Il tutto giocando come ci ha abituato in questo inizio di stagione, con il solito marchio di fabbrica: l’enorme intensità difensiva. L’aggressività sul portatore - avete mai visto Steph così in difficoltà? - ha prodotto numerose palle rubate e deflections, mentre nei pressi del ferro non sono mancate stoppate ed efficaci rotazioni difensive.

Del resto, come si muove Boston in difesa, orizzontalmente e verticalmente, nessuno nella Lega. Avete mai visto quest’anno gli Warriors tanto “sterilizzati” in transizione? Così lenti e insicuri nel movimento della palla? Così in crisi a trovare dei tiri ad alta percentuale? Quanto è sembrato lontano quel famoso "fatela volare e divertitevi" di Steve Kerr?

 

Let it fly?  Per niente: ogni pallone nelle mani giallo-blu sembrava pesare un quintale questa notte.
Have fun? Neanche a parlarne.

 

Contro il Brad System il miglior attacco della Lega, di oggi e di sempre, si è fermato a soli 88 punti, con il 40,2% dal campo. Loro che viaggiano a 117.5 di media a partita.

 

 

 

Tonfo Warriors

 

 

A Golden State è mancato senz’altro il solito apporto degli Splash Brothers, Curry e Thompson. I due hanno chiuso con un complessivo 8/32 dal campo (5/20 dalla lunga distanza), per 22 punti totali.

 

Steph in particolare è sembrato a lunghi tratti "sulle gambe", stremato dalla pressione avversaria e incapace di sfruttare le situazioni a lui più familiari: transizione offensiva, pick and roll e uscite dai blocchi. Ha patito in modo evidente la difesa aggressiva di Irving - ecco, Brad Stevens ci dovrebbe spiegare il segreto della sua istantanea trasformazione in two-way player! - Smart, Brown e Rozier. Va ricordato, però, che nella partita precedente Curry non era sceso in campo per una contusione alla coscia e questo problema potrebbe averlo limitato.

 

In totale gli Warriors hanno tirato col 40,2 % dal campo, vale a dire 11 punti percentuali netti in meno rispetto al solito. I meriti vanno, sì, alla difesa dei Celtics. Ma la domanda è lecita: è realistico pensare che Golden State possa rimanere su queste percentuali per un’intera serie?

 

La risposta, probabilmente, è no. Innanzitutto perché il tempo permetterà a coach Kerr di apportare degli aggiustamenti nelle rotazioni - ieri diverse rispetto alle uscite precedenti. E poi per quello che la Warriorball ci ha mostrato negli ultimi anni, ovvero un sistema a tratti, e soprattutto all’Oracle Arena, contro il quale non esiste difesa efficace. Non sarà un caso, se i numeri dicono che si tratta del miglior attacco nella storia dell’NBA…

 

 

 

Assalto ai campioni

 

 

La partita della notte, comunque, può essere la definitiva consacrazione per i Celtics. Perché se è vero che per Golden State è praticamente andato tutto per il verso storto, è innegabile che una serata offensiva del genere non si vedeva da molto tempo nella Baia. E il merito, neanche a dirlo, è della prestazione difensiva dei C’s.

 

Potranno Kyrie Irving e compagni, quindi, ambire a giocarsi il Larry O’Brien 2018, malgrado il drammatico infortunio di Gordon Hayward nel season opener? Presto per dirlo. Ma una cosa è certa: Boston è sulla strada giusta, e soprattutto è la prima ad esserci.

 

Ad Est, infatti, il “vuoto di potere” dei Cleveland Cavaliers - possibile per questa stagione (l’avvio dei Cavs ha gettato molte ombre su LeBron e compagni) e molto probabile per gli anni a venire - potrebbe essere colmato proprio dai Celtici.   

 

I segnali sono molteplici: 14 W consecutive, miglior difesa della Lega, vittoria sui campioni in carica (recuperando un -17 con un parziale di 19-0 e imbrigliando il miglior attacco del Pianeta). E soprattutto un’atmosfera, quella che si respira al TD Garden, che ricorda le vincenti dinastie passate da queste parti negli ultimi decenni.

 

Trovare dei difetti a Boston, in questo momento, è molto difficile. Soprattutto perché i ragazzi di Brad Stevens - su tutti The Jays (Jayson Tatum e Jaylen Brown), giovani misteriosamente pronti malgrado l’età - sembrano in grado di superare ogni limite, grazie ad un lavoro di squadra tanto corale quanto efficace. Così bello da vedere.


Praticamente un inno al Brad System e in generale a questo Gioco.

Un movimento vincente e controcorrente. Una filosofia antitetica rispetto alla small ball dilagante nella Lega - basti pensare all’utilizzo di Horford, Baynes e Theis.
Ma un sistema - dopo le 14 vittorie in fila possiamo dirlo - che funziona. E che emoziona.

 

 

 

La perfezione: una necessità

 

 

Nella metà campo offensiva, però, sono emersi a tratti i soliti limiti.

Un giro-palla ancora poco fluido, frequenti situazioni statiche di isolamento e molti tiri da oltre l’arco negli ultimi secondi dei 24’’. Le notevoli prestazione di Jaylen Brown (22 punti) e Al Horford (7/7 da due a fine partita) hanno tenuto a galla la squadra nei primi tre quarti, anche nei momenti di difficoltà. Poi è salito in cattedra Kyrie Irving, fino a quel momento ondivago, ma capace di segare 11 punti dei 16 totali nell’ultima frazione. A fare la differenza è stata comunque la frequenza (e la precisione) dei viaggi in lunetta nero-verdi: a fine serata 33/38 (86,8%). Tantissimo. Un altro indice di aggressività e prontezza fisica: ciò che senza dubbio ha permesso a Boston di portare a casa la partita.

 

E’ abbastanza per considerare i Celtics la seria e concreta rivale degli Warriors nella corsa al titolo 2018? No.

 

Per competere con i fenomeni di San Francisco non basta superare i propri limiti. È necessario ambire alla perfezione soltanto per affrontare una serie senza essere vinti in partenza; ed è necessario raggiungerla, quella perfezione, per provare a vincere. Tenendo presente, comunque, che contro una squadra del genere non può essere il risultato finale il metro di valutazione.  

 

Boston deve quindi migliorare nella metà campo offensiva.
Siamo ancora all’inizio della Regular Season e c’è una chimica di squadra tutta ancora da costruire; da qui ai Playoffs, poi, manca ancora molto tempo. Ma le frecce nella faretra di Brad Stevens ad oggi non sembrano abbastanza - per quanto il tecnico, un diaboliko arciere, faccia sembrare il contrario.

 

La perdita di Gordon Hayward ha sottratto tantissimo ai Celtics. Soprattutto in termini realizzativi. Dalla panchina non escono attaccanti efficaci e continui - risorse sempre più cercate tra le contender al titolo. Basti pensare alle dirette concorrenti: Houston, l’anno scorso con Lou Williams e oggi Eric Gordon; Minnesota (Jamal Crawford) o Cleveland, che ha a disposizione Wade off the bench.

 

Coach Stevens “tira fuori” dalle rotazioni Marcus Smart, pilastro - soprattutto difensivo - del sistema, ma non sicuramente un eccezionale realizzatore. E dopo di lui Rozier e Ojeleye: solidi, continui e sorprendenti finora, ma non proprio due garanzie a lungo andare…

 

Per questo possiamo aspettarci movimenti sul mercato da parte di Danny Ainge. Per regalare al tecnico dei Celtics quel sesto uomo che potrebbe garantire a Boston il definitivo salto di qualità. Quello per andare a prendere i Warriors, lassù. E provare a scomodarli dall’Olimpio del Basket, sempre che abbiano intenzione di tornare a fare gli umani...

 

 

 

 

 

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