Lo show di Joey Crawford

December 1, 2017

 

 

Mettiamola così: quando Joey Crawford è entrato per la prima volta nella NBA, non esisteva il tiro da tre, si poteva assistere a un match tra Kansas City Kings e Buffalo Braves e le gare erano gestite da due soli arbitri.

 

Da quel 1977, Crawford ha attraversato cinque decenni sportivi.

39 anni di carriera, con 2561 gare arbitrate - di cui 374 ai Playoffs e ben 50 nelle Finals. Numeri incredibili, che lo proiettano, ovviamente, nell’Olimpo del basket mondiale.

 

Uno degli arbitri più famosi di sempre.

Il punto, però, è proprio questo:

 

“A famous ref is a horrible ref”. Un arbitro famoso è un pessimo arbitro, recita un comune detto tra gli amanti della palla a spicchi.

L’arbitro perfetto è sicuramente quello di cui non si sente parlare, quello che permette ai giocatori di esprimersi al meglio, senza interferire con personalismi, chiamate insensate e perdita del polso della partita.

 

Il basket è probabilmente uno degli sport più difficili del mondo da arbitrare, con atleti perennemente a contatto l’uno contro l’altro. Ci sono regole chiare, ma che in un’ottica di gara sono suscettibili a interpretazioni, devono esserlo: ogni giocata porta con sé delle sfumature che sta alla sensibilità dei singoli ufficiali di gara decifrare; ed essendo uomini, è impossibile essere un arbitro perfetto.

Oltre a uno sconfinato amore per il gioco, però, l’onestà intellettuale e l’imparzialità devono essere conditio sine qua non per affrontare questo mestiere.
 

Joey Crawford, come tutti gli altri, ha avuto tanti momenti da buon arbitro; ma i suoi errori, probabilmente non più numerosi rispetto ad altri colleghi, sono passati alla storia.

Diventando indimenticabili, virali, oggetto di dispute tra i tifosi per anni a venire.

Gesti esagerati e plateali, chiamate revocate, tecnici ed espulsioni dati alla velocità della luce… la lista di critiche nei suoi confronti è infinita.


Certo, bisogna mostrare una certa autorità per amministrare una partita NBA, circondati da giocatori con stipendi milionari ed ego spropositati, allenatori con la pressione di Atlante sulle spalle e tifosi che sfogano le loro frustrazioni quotidiane al palazzo… E il punto è che Crawford ha sempre dato l’impressione di voler far parte dello show. Come attore protagonista.

Questo, misto ai suoi evidenti problemi di gestione della rabbia, lo ha spesso portato a fare pessime chiamate, volte più ad attirare l’attenzione che a gestire la partita.  

Il tutto nell’ossessiva ricerca della costruzione di un carattere, di una reputazione.

 

Figlio e fratello di arbitri di baseball, il mestiere è nel suo DNA prima ancora che nasca, nei sobborghi di Philadelphia. Come se non bastasse, frequenta lo stesso liceo che ospiterà suoi colleghi esimi (Mike Callahan e Ed Malloy) e meno esimi (Tim Donaghy, noto per lo scandalo scommesse). Quella scuola deve avere qualcosa di strano, questo è poco ma sicuro…

 

Dopo la gavetta nello stato della Pennsylvania - quando arbitrava anche tredici partite in un solo weekend! - arriva la chiamata dalla CBA: a soli 26 anni, Joe Crawford entra nel mondo della NBA, che alla fine degli anni Settanta non era affatto il palcoscenico scintillante di oggi. Anche le abitudini degli ufficiali di gara erano un po’ diverse:

 

“Allora, il pranzo consisteva in un grosso hamburger, al quale di solito aggiungevo una fetta di torta o qualcosa di dolce prima della partita. E fumavo! Come facevo a sapere che l’intervallo era finito? Quando spegnevo la mia sigaretta. La seconda”.

 

Fino agli anni ’90, i giudizi nei suoi confronti sono molto positivi.

Gli addetti ai lavori e i colleghi ne esaltano doti e prestazioni, i complimenti arrivano da leggende come Darrell Garrettson o Earl Strom, ref dai quali Joey cerca di assorbire il più possibile, sperando di entrare nelle loro grazie ed essere un giorno considerato un parigrado.

 

Arrivano, poi, le partite in diretta nazionale, le sfide ad alta tensione dei Playoffs:

 

“Ricordo la mia prima partita dei Playoffs, era al mio quinto anno nella Lega, a San Antonio. Ero spaventato a morte! Non mi ricordo neanche come andò la partita. Ricordo solo di non aver chiuso occhio la notte prima, rigirandomi nel letto e ripetendomi - Non fare cazzate, non fare cazzate, non fare cazzate…”

 

Con l’arrivo di David Stern, l’NBA cresce di valore e prestigio, e anche gli stipendi degli arbitri e le loro condizioni di lavoro migliorano drasticamente.

 

Nell’estate del 1998, però, per la prima volta il nome Crawford è coinvolto in una vicenda controversa, in questo caso extra-sportiva.

Dopo un’accurata indagine dell’Agenzia delle Entrate americana durata quattro anni, lui e sette colleghi vengono accusati di aver scambiato biglietti aerei di prima classe offerti dalla Lega con posti più economici, intascando la differenza senza dichiararla. Crawford, come gli altri, si dichiara colpevole, venendo sospeso con effetto immediato dalla NBA.

Ma all’inizio del 1999 David Stern lo re-introduce a sorpresa nella lista degli ufficiali di gara per la stagione. E dato il lockout, Crawford non salterà nemmeno una partita neanche quell’anno.
 

Per restare ad alti livelli, oltre alla conoscenza delle regole e un’ottima condizione fisica, un arbitro deve continuare a studiare e migliorarsi, dato che il basket si evolve a una velocità supersonica. Crawford ha dato però l’impressione, avanzando negli anni, di diventare un arbitro mediocre e tendente al protagonismo, man mano che la sua posizione nella Lega si è consolidata: l’anzianità l’ha reso un vero e proprio totem, che sul rettangolo di gioco godeva di un senso di onnipotenza.

 

“Molte persone credono che io sia ossessionato dalla voglia di fare show. Niente di più lontano dalle mie intenzioni!”
 

Nel 2004, durante la finale di Western Conference tra i Timberwolves e i Lakers, chiama un fallo in attacco a Shaquille O’Neal alla fine del terzo quarto. Resosi conto, poi, che per Shaq si tratterebbe del sesto, ritratta la posizione. Dando la penalità al centro di Minnesota Mark Madsen: il Target Center, come potete immaginare, non la prende benissimo.


2005, finale di Eastern Conference a Miami tra gli Heat e i Detroit Pistons; a 17 secondi dalla fine della gara, padroni di casa a +3: potrebbe essere il possesso decisivo della serie. Damon Jones chiude pericolosamente il palleggio lungo la linea laterale e Billups lo ostacola. Crawford non riesce, inspiegabilmente, a frenare la corsa e finisce per travolgere Jones, facendolo uscire - con la palla in mano - dal campo. Il “fallo” è suo.

Eppure l’Elmetto lo fischia al povero Billups, che resta basito.

 

 

Altra chiamata “storica”, sempre in un importante match di Playoffs. Questa volta tra Phoenix e Portland:

 

 

L’unico motivo per spiegare questo scempio è che inavvertitamente gli sia partito un fischio. E, invece che ammettere l’errore, scusarsi e rigiocare l’azione, abbia pensato di inventarsi un fallo di Marcus Camby - lontano dall’azione di almeno due metri! - per giustificare quel fischio.

 

Più recentemente, nel 2014, si è reso celebre per aver interrotto Durant tra un libero e l’altro.

Per dare un’indicazione al tavolo sui falli di squadra, da segnalare correttamente sul tabellone luminoso.

Sul -1, a 27 secondi dalla fine del tempo supplementare, in una Gara 5 di Playoffs: quando si dice “tempi teatrali”…

 

 

Non si è fatto mancare neanche atteggiamenti prepotenti e irrispettosi nei confronti del personale al tavolo. E se l’è persino presa con un

ragazzino addetto ad asciugare il sudore: fermando il gioco, sostituendolo, e - perché no - guardandolo addirittura con aria minacciosa; prima di lasciare, finalmente, la palla per la rimessa...

 

 

Ha allungato all’infinito delle palle a due, per il suo insopportabile zelo sulla posizione dei giocatori. E, sempre in questa rara situazione di gioco, ha consegnato alla storia un misterioso caso di chiamata “contro le immagini” e contro l’evidenza dell’instant replay.

Ovviamente a 2.5 secondi dalla fine del quarto periodo, Orlando sotto di 3 punti contro Phoenix - se no che gusto c’è?

 

 

Uno degli episodi più assurdi invece fu quando, durante un timeout, si avvicinò a bordocampo e offrì una birra a un non identificato tifoso, tirando fuori dalla tasca dei pantaloni una banconota da 10 dollari.

Improbabile, di norma, che gli arbitri NBA abbiano con sé denaro contante durante le partite. Motivo per cui viene da pensare che Crawford, trovandolo a quanto pare geniale, avesse in anticipo pianificato di offrire questa performance…

 

 

Poi ci sarebbe il capitolo falli tecnici.

Se le sue letture del Gioco sono peggiorate con gli anni, l’umore e l’atteggiamento sul campo sono sempre stati un problema.

Fin da giovane si dimostra facilmente irritabile e collerico, con una spiccata tendenza a prendere sul personale qualunque accenno di polemica nei suoi confronti. La gestione della rabbia è una questione che anche Crawford sa di dover affrontare, tanto da cominciare prestissimo a frequentare diversi psicologi sportivi.

 

Sotto il colpo delle sue grandi T sono caduti i più grandi allenatori, da Jerry Sloan a Phil Jackson, da Lenny Wilkens a Gregg Popovich, da Larry Bird a Doc Rivers.
Un ricordo speciale lo conserverà Don Nelson, espulso da Crawford dopo neanche un minuto e mezzo dall’inizio di una partita...

 

 

“Una sera ricordo di aver dato un fallo tecnico con così tanta foga da rompermi un dito della mano. Era gonfissimo!

Ho messo troppa forza nel dare il segno al tavolo. Ecco perché da allora ho cambiato la procedura per segnalare i falli tecnici: solo un leggero colpetto, con un solo dito”.

 

Un episodio di poco conto, con protagonista l’allora Celtic Sasha Pavlovic, riassume bene la scarsa pazienza e l’eccessivo esercizio dell’autorità di Crawford.
Carmelo Anthony prende posizione con un po’ troppa decisione, portando un gomito vicino al volto del montenegrino. Pavlovic, in modo del tutto onesto, cerca di far notare il colpo subito,  lasciandosi scappare un leggero “Hey!”.
Fallo Tecnico. 
L’ex-Buducnost resta impietrito.

Memorabile la reazione di Kevin Garnett, che lo consola come un figlio che si è sbucciato le ginocchia al parco:

 

“Lo so, lo so, non è colpa tua…”

 

 

L’episodio che cambia la sua carriera è la discussa espulsione di Tim Duncan.

Gli Spurs sono ospiti dei Dallas Mavericks per un derby texano di Regular Season. Gli arbitri effettuano qualche chiamata dubbia nei confronti del caraibico; una su tutti un fallo in attacco inesistente, quando mancano meno di 3 minuti alla fine del terzo quarto.

Tim, incredulo, viene chiamato in panchina da Popovich, per evitargli problemi maggiori.

 

Dopo un timeout, i Mavs sono in lunetta. Il secondo libero esce, lotta a rimbalzo... ma Crawford ferma tutto.

Un’invasione? Un fallo?

No, un tecnico per Duncan - colpevole di.. ? Aver riso, seduto in panchina.
Certo, veder sorridere Duncan è qualcosa che può sconvolgere, ma non è sufficiente per amministrare una penalità.

Il caraibico, con la sua solito flemma, non reagisce, pur restando perplesso.


Passa un minuto circa: Josh Howard penetra, Oberto prende posizione fuori dallo smile, una buona posizione, ma Crawford gli fischia fallo. Un’altra chiamata dubbia e Duncan reagisce ancora ridendo in panchina.

Crawford non gli lascia scampo: altro tecnico, e il 21 viene espulso. Senza aver detto una parola, solo per due sorrisi ironici.

 

 

Quest’ultimo episodio in particolare dimostra quanto Crawford non abbia la testa sulla partita: è concentrato solo ed esclusivamente sulla frizione - tutta sua! -con Duncan. Lo cerca con gli occhi in panchina. Per notare eventuali reazioni, all’indifendibile ricerca di una scusa buona per cacciarlo.

 

L’episodio fa molto rumore, anche perché l’educazione e il rispetto di Duncan sono proverbiali. La posizione dell’arbitro peggiora, infine, quando il caraibico riporta ciò che Crawford gli avrebbe detto.

“Joey mi ha guardato e mi ha detto - Vuoi fare a botte?! Vuoi fare a botte?!

Per me possiamo anche fare a botte, non ho nessun problema con lui, ma se ci tiene…Quello che non capisco è perché, nel bel mezzo di una partita, se ne sia uscito con una frase del genere…”

 

Nonostante l’evidenza sia sotto gli occhi di tutti, Crawford non indietreggia e sostiene che l’espulsione fosse sacrosanta.

David Stern va su tutte le furie. Il commissioner è già stato clemente con Crawford dopo il caso rimborsi, la sua reazione stavolta è molto dura.
 

“So che Joey è considerato uno dei nostri migliori arbitri, ma deve prendersi le sue responsabilità e rispondere delle sue azioni sul campo. Anche alla luce di alcuni suoi precedenti, una significativa sospensione è necessaria. E ci incontreremo a fine stagione per essere sicuri che abbia imparato la lezione”.

 

Per la prima volta dai suoi esordi, Crawford non può arbitrare. Nei mesi successivi pensa al ritiro, convinto che non sarà più convocato dalla Lega. Ed è proprio in questo momento così basso della carriera che arriva una prima autocritica:

“L’episodio con Duncan mi ha cambiato la vita. 
Ho realizzato per la prima volta che forse stavo agendo nel modo sbagliato: non solo in campo, anche fuori. Da lì ho cominciato ad andare dallo psicologo con maggiore frequenza. Sono pentito di ciò che ho fatto, ma allo stesso tempo so che mi ha migliorato come persona. E in più mi sento molto fortunato, perché Stern ha deciso di ridarmi il mio lavoro, che è tutta la mia vita”.

Sì, perché ancora una volta Stern lo perdona, lo re-introduce nel novero degli ufficiali di gara per la stagione in arrivo.

 

Molti degli episodi citati in precedenza sono avvenuti dopo l’affaire-Duncan, negli ultimi anni di carriera di Crawford, che ha appeso il fischietto al chiodo nella stagione 2015-2016.

Forse, quindi, ha imparato a chiedere scusa. Ma non sembra abbia appreso del tutto la lezione...

Tra un fischio contestato e l'altro, una polemica e l'altra, Joey ha trovato il modo di segnalarsi, durante una sfida allo Staples Center, anche per una strana "danza" nel mimare un fallo del difensore. Inevitabilmente il video ha fatto il giro del web in poche ore.

 

 

Indubbiamente Joey Crawford sarà ricordato come uno dei personaggi più controversi della Lega. Un’esplosiva e singolare combinazione di disciplina militaresca e spirito esuberante. Ha raggiunto, questo è certo, l’eccellenza nel suo campo. Ma non sempre tenendo fede alle aspettative solitamente riposte sui migliori nel proprio settore.

Un carattere come il suo mal si sposa con una posizione di potere e autorità. Verrebbe da ringraziare il destino, per il fatto che sia diventato “solo” un arbitro: ci sono modi ben peggiori per esercitare abusi di potere…

 

Da un punto di vista tecnico, invece, uno dei peggiori difetti fu che le sue “crawfordate” hanno spezzato in innumerevoli occasioni il ritmo delle partite, riempiendole di episodi spiacevoli, che finivano per penalizzare lo spettacolo.

 

L’ex guardia Kendall Gill ha detto di lui:


“Quando vedevi Joey Crawford, sapevi che quella era una grande partita.

Ci sono tanti grandi arbitri, ma se devo pensare ad un arbitro NBA, lui è il primo che mi viene in mente”.
 

Già. Ed è proprio questo il punto.

 

 

 

 

 

 

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