Steph Curry, incantesimo rotto: e ora?

December 5, 2017

Dopo cinque stagioni sorprendentemente “tranquille” per le caviglie del due volte MVP, ecco l’infortunio nella gara contro i Pelicans. Quanto starà fuori Curry e cosa attende gli Warriors?

 

 

 

Vittoria in rimonta sul campo di New Orleans per Golden State, ma nessun sorriso per Steve Kerr nel post-gara. A meno di un minuto dal termine del quarto periodo, infatti, Steph Curry è uscito dal campo per un brutto infortunio alla caviglia destra. Il primo di grave entità, a prima vista, dopo tanto tempo.

 

Come si vede nel video, la torsione provocata dall’atterraggio (dopo un salto in anticipo difensivo sulla linea di passaggio) è innaturale e molto dolorosa - sembra addirittura che il malleolo esterno del piede di Steph tocchi il parquet, tanto si restringe l’angolo della sua caviglia…

 

 

Immediatamente la point guard si è diretta negli spogliatoi, dove si è sottoposta ad un esame X-Ray. L’esito è stato negativo, fatto che accerta l’integrità dei tessuti ossei della sua caviglia; ma che non esclude lesioni, di varia entità, ai legamenti interessati.

Nelle prossime ore Curry si sottoporrà ad ulteriori accertamenti medici, tra cui una risonanza magnetica: solo allora sapremo davvero l'entità reale del danno e sarà possibile prevedere possibili tempistiche per il suo rientro. Per il momento, tutto il mondo del basket - e in primis Steve Kerr - rimane con le dita incrociate, sperando che non si tratti di un infortunio grave.

 

Le sensazioni, a dire il vero, non sono state eccezionali. Anzi.
A parte l’impressionante torsione della gamba, non è stato bello vedere l’ex-MVP uscire in stampelle dalla locker room dello Smoothie King Center - anche se va considerato che le precauzioni sono sempre, giustamente, massime.

 


 

Il piede di Steph, coperto nel video da un rivestimento di ghiaccio, era visibilmente gonfio. Troppo, a prima vista, per trattarsi di una "semplice" distorsione di primo o secondo grado. Lo staff medico dei californiani, in seguito all’esito negativo della radiografia, ha emesso un report ufficiale che cataloga l’infortunio come “sprained ankle” (slogatura alla caviglia).

 

Nelle prime ore si è parlato di una distorsione di terzo grado; che, considerando la dinamica e il gonfiore, sarebbe sicuramente una buona notizia. Nel caso il playmaker potrebbe saltare diverse settimane, ma la sua stagione sarebbe tutt’altro che finita qui.

 

Ma questo, al pari dell’esame RX, non può essere troppo rassicurante.
Perché nella storia, la sua storia, purtroppo, non sono mancate “distorsioni”, o inizialmente presunte tali, proprio a quella caviglia
Anzi, si può dire che l’inizio della sua carriera NBA sia stata letteralmente martoriata dagli infortuni.

 

 

 

TALLONE D’ACHILLE

 

 

Ogni eroe, come ci insegna la mitologia, ha un punto debole. E quello di Curry lo conoscevamo tutti, non certo da questa notte: la fragilità di quella caviglia. Già dalla sua seconda stagione nella Lega, infatti, diversi infortuni come questo hanno minato il processo di crescita del numero 30, spesso fermo ai box e limitato da problemi fisici. Di diversa gravità, ma con una costante: sempre lo stesso maledetto legamento.

 

Nel 2010/2011 è accaduto diverse volte. Una distorsione dopo l’altra, sempre definite “sprain”; e a fine anno l’operazione per ricostruire chirurgicamente il legamento. L’anno successivo è andato anche peggio: sole 26 partite disputate. E sulla carriera della point guard hanno iniziato ad affacciarsi spettri inquietanti…
 



INCANTESIMO
 


Sembrava una maledizione, all'inizio.

Ma da ottobre 2013 l’integrità di Curry ha superato ogni rosea previsione: mai meno di 78 partite di Regular Season nelle successive cinque annate. Un risultato in cui nemmeno i più ottimisti avrebbero sperato dopo il primo triennio a San Francisco.

 

Nella Baia molte cose sono successe in questi anni. I due titoli, il 16-1 nei Playoffs 2017, i premi di Most Valuable Player di Steph e un’autentica rivoluzione del Gioco. Ora, però, si è aperta una crepa proprio nell’epicentro di questo terremoto. Dopo anni in cui quella fragilità fisica, che ha reso Curry un’incognita fin da giovane età, sembrava diventata un ricordo lontano.

 

Oggi, però, quel ricordo è vivo. E torna ad essere un'ombra minacciosa per il giocatore più spettacolare e globalmente apprezzato di questo sport. L’incantesimo, ora, si è spezzato.

 

Senz’altro il playmaker degli Warriors dovrà saltare delle partite e la speranza è che la sua assenza non sia troppo prolungata. Ma, fino al responso delle visite mediche, ci si può limitare a dare per certo il suo stop almeno fino a Natale.

 

 

 

EMERGENZA WARRIORS

 

 

In qualsiasi caso, sarà usata molta cautela. La situazione è troppo delicata, come lo è quel legamento. E Steph è troppo importante nel gioco degli Warriors per andare di fretta, come conferma lo Splash Brother, Klay Thompson:

 

“E’ una bruttissima notizia. Ma siamo ottimisti: tornerà presto e più forte di prima. Certo, però, che non c’è nessuna ragione per farlo scendere in campo prima che sia guarito al 100%, quindi dobbiamo essere pazienti e sopperire alla sua mancanza”.

 

Curry fino ad ora ha saltato due partite in questa Regular Season. In sua assenza, nello starting five erano stati promossi Shaun Livingston prima e Patrick McCaw poi: il primo è il principale indiziato per partire come point guard nelle prossime uscite di Golden State.

Diversi giocatori, in ogni caso, vedranno incrementare il minutaggio e saranno chiamati ad aumentare anche il proprio contributo. Oltre ai due sopra citati e ad Iguodala, ci aspettiamo di vedere più a lungo in campo soprattutto Nick Young e Omri Casspi. Le spaziature degli Warriors, infatti, non possono cambiare drasticamente: avere tiratori sul perimetro, nella second unit e nei finali di partita, è ora più che mai una priorità.

 

Quello che davvero rappresenta un grattacapo per coach Kerr è il lavoro che Curry garantiva in attacco dal punto di vista del playmaking e degli spazi vantaggiosi procurati ai compagni di squadra. La pallacanestro di Golden State vive di ritmo e movimento della palla, di cui Steph è il motore; e necessita di atleti, tiratori e trattatori della palla eccezionali, per esprimersi al livello - irraggiungibile per chiunque altro - dei Playoffs 2017. L’assenza di un realizzatore come lui scaricherà maggiori responsabilità sulle spalle di Thompson e Durant. Per il primo, in particolare, sarà difficile mantenere le percentuali attuali al tiro da fuori (46%).

 

Si farà sentire in attacco la mancanza delle attenzioni delle difese avversarie solitamente dirette al numero 30, che spesso aprono spazio per i tiratori sull’arco. Basti pensare che Steph ha “assistito” finora quasi 2 tiri segnati di Klay a partita, e che il il 15% dei suoi passaggi erano diretti proprio alla shooting guard. Senza contare tutti i canestri in cui è stato concretizzato un vantaggio acquisito proprio da Curry e mantenuto con il movimento della palla.


Thompson tira da 3 con il 28% in situazioni contestate e con il 45% nei cosiddetti “open shots”, statistica che sale fino al 54% nella categoria “wide open” (cioè con il difensore ad almeno due metri di distanza). Quest’ultima, poi, costituisce più di un quarto (26.5%) dei tiri presi della guardia.
E’ irrealistico pensare che queste cifre possano “sopravvivere” durante l’assenza, in cabina di regìa, dello Splash Brother…

 

 

Le straordinarie qualità di Draymond Green e Andre Iguodala come portatori di palla, anche e soprattutto in transizione, saranno ulteriormente “cavalcate”. Per consentire a Thompson di continuare a prendere così tanti tiri di qualità sul perimetro; e per mettere Kevin Durant in condizione di attaccare più spesso possibile senza difesa schierata - situazione in cui il miglior attaccante del Pianeta è praticamente immarcabile.

 

Ora più che mai, sarà necessaria la Warriorball. Ma non è semplice, anzi, senza chi la rendeva speciale e imprevedibile da prima ancora che il possesso offensivo fosse iniziato: nella testa degli avversari - figurarsi in quella dei compagni.

 

 

 

STEPH COME KD?

 

L'anno scorso l'infortunio al ginocchio di Kevin Durant aveva destato simili preoccupazioni, per giunta in un periodo più vicino alla post-season. Eppure, in qualche modo, non ha danneggiato Golden State, anzi li ha forse rafforzati; per due motivi:

 

Innanzitutto, perché KD è tornato in tempo per il momento più importante della stagione e in perfette condizioni fisiche. E la speranza, qui, è di poter dire lo stesso per Curry tra qualche mese...

E poi, perché la fuoriuscita momentanea del numero 35 aveva sbloccato offensivamente, in modo definitivo, proprio Steph Curry. La point guard era infatti reduce da un periodo altalenante in attacco e il suo inserimento nel nuovo superteam allestito con l'aggiunta di KD non sembrava completo. In assenza di Durant, però, ha ritrovato aggressività e sicurezze in diverse situazioni di gioco in cui aveva perso efficacia, soprattutto nel pick&roll.

 

 

Per gli Warriors è stato tutt'altro che negativo, in fin dei conti. Da quando il roster è tornato completo, infatti, la macchina sembrava perfettamente rodata in tutte le sue componenti. E si è dimostrata inarrestabile, nella cavalcata vincente fino al titolo.

 

E se potesse essere, con circostanze diverse, una situazione potenzialmente simile?


Non mancano, infatti, giocatori nelle rotazioni che devono ancora trovare un ruolo definitivo, affidabile; e la richiesta costanza di rendimento off the bench.

 

Su tutti, vengono in mente Omri Casspi, Nick Young e il promettentissimo rookie Jordan Bell.

Risorse che coach Kerr coinvolgerà in modo diverso e maggiore rispetto a quanto accaduto finora, per effetto dei possibili cambi nelle "gerarchie" tecniche e nei rinnovati compiti che verranno assegnati ai pari-ruolo.

 

Sì, potrebbe essere anche questa volta una svolta: un rodaggio necessario per arrivare ai Playoffs nelle condizioni migliori.
Sperando che Steph, a quel punto della stagione, sia al 100%.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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