Celtics, una nuova era

October 1, 2017

 

Dopo gli arrivi di Irving e Hayward, è ora per Brad Stevens di costruire un solido sistema (di nuovo): quanto seprara i Celtics dalle NBA Finals?

 

 

 

Quando, ormai quattro anni fa, Danny Ainge scelse il mago da Butler University come guida per la rinascita di Boston, in molti rimasero sorpresi. Son bastate un paio di stagioni a coach Stevens per conquistare tifosi e giocatori, dimostrando ancora una volta la lungimiranza del general manager  dei Celtics.

 

Arrivato in un contesto tutt’altro che facile per i bianco verdi, al neo-allenatore NBA furono affidate le redini di una franchigia tutta da ricostruire, partendo dai resti lasciati dai Big Three. Stagione dopo stagione il giovane Brad è stato capace di dare un’identità ad una squadra in cerca di certezze, riuscendo nel frattempo a valorizzare i giovani, vero fulcro del progetto di Boston.

 

Nonostante il primo posto conquistato ad Est durante l’ultima Regular Season (53W-29L), i ragazzi di Stevens non sono tuttavia riusciti ad arrivare alle tanto agognate Finals, schiacciati senza troppi problemi da LeBron James ed i suoi Cleveland Cavaliers (1-4).

 

Ainge, prendendo la palla al balzo, è riuscito a piazzare dei veri colpacci di mercato mettendo le mani su due All-Star come Kyrie Irving e Gordon Hayward ed aggiudicandosi un prospetto come Jason Tatum, terza scelta all’ultimo Draft. Rivoluzionando totalmente, o quasi, il roster dei suoi Celtics. Sono solo quattro i superstiti della passata stagione: Al Horford, Marcus Smart, Jaylen Brown e Terry Rozier. Quello che verrà, quindi, sarà un nuovo anno zero per Brad Stevens ed i suoi Celtics, chiamati allo stesso tempo a contendere il trono di King James ad Est e cercare l'accesso alle Finals.

 

 

I vecchi Celtics

 

 

Il sistema di Stevens poggia su alcuni pilastri: l’organizzazione collettiva, la comunicazione  e quello che potremmo definire “Camaleontismo” individuale, ovvero la capacità di poter gestire i mismatch in diverse posizioni, secondo delle necessità.

Una delle chiavi del successo di Boston nella scorsa Regular Season è stata la solidità difensiva. Un dato eclatante risulta dalla percentuale dall’arco concessa agli avversari ( 33,2% ), dietro solo agli Warriors (32,4%) freschi di titolo NBA.

 

Uno dei tasselli fondamentali di questa solidità era Bradley. Se nella metà campo offensiva si è dimostrato un ottimo attaccante di sistema, soprattutto dietro l’arco (39% in stagione) , è in difesa che ha fatto la differenza. Incaricato di occuparsi delle migliori point guard avversarie e sopperire alle mancanze difensive di Thomas, ha dato un contributo enorme alla causa. Come lui Kelly Olynyk e Jae Crowder, che nella metà campo spalle a canestro hanno il  loro punto di forza. Quest’ultimo si è dimostrato un elemento fondamentale nel sistema difensivo perimetrale di Stevens, soprattutto nelle serie coi Cavs, nella quale era l’unico a potersi accoppiare con Lebron.

 

Anche offensivamente il roster dei Celtics era un abito fatto su misura per il giovane coach dall’Indiana: tutti elementi fortemente interscambiabili e capaci di ricoprire più ruoli, a parte Thomas (per gli evidenti limiti fisici). La presenza di lunghi come Al Horford, Kelly Olynyk, Amir Johnson e Jonas Jerebko, pericolosi anche lontano da canestro, permetteva di aprire l’area, lasciando ampi spazi per le incursioni al ferro di Thomas e compagni.  

 

Uno dei perni dell’attacco di Boston era sicuramente l’ex Atlanta Hawks Al Horford. Fresco di trade si è inserito perfettamente nel sistema di Stevens, giocando talvolta da playmaker aggiunto. La sua capacità di trattare la palla e leggere le difese avversarie lo ha portato a registrare 14 punti ad allacciata di scarpe e 5 assist, una statistica niente male per un centro di 208 centimetri.

 

 

 

I nuovi Celtics

 

 

Una rivoluzione così importante ha generato grandi aspettative da parte di dirigenza e tifosi. Se con l’arrivo di due grandi talenti offensivi come Kyrie Irving (25.3 PPG e 5.8 APG) e Gordon Hayward (21.9 PPG) insieme al solito Horford si prospettano fuochi d’artificio in attacco, è in difesa che dovrà fare il grosso del lavoro coach Stevens.

 

 

Offensivamente Irving e Hayward sono perfetti da inserire nel sistema di Boston sia per la capacità di essere pericolosi dentro e fuori dall’arco, sia per la versatilità tattica.

 

L’ex Cavs è sicuramente il nome che ha scaldato maggiormente i tifosi del TD Garden; con lui probabilmente saranno più frequenti le situazioni di isolamento rispetto alla stagione scorsa e lo si vedrà spesso con la palla in mano.

Questo è senza dubbio il contesto in cui voleva arrivare il talento di Duke: una squadra in rampa di lancio ed affamata, in cui sentirsi libero di giocare con la palla in mano e dimostrare la propria leadership.

 

D’altro canto Gordon Hayward , già allenato da Stevens ai tempi di Butler University, è un giocatore in grado di lasciare il segno con una quantità limitata di tocchi (62,2 touches per partita, con 0,351 points per touch). Più della metà dei punti segnati in carriera (4094 su 8077 totali), infatti, gli sono stati assistiti; caratteristica da non sottovalutare nell’ottica della compatibilità con l’ultimo arrivato in casa Celtics, Kyrie Irving.

 

La vera incognita per Stevens sarà la difesa, il suo marchio distintivo sin dai tempi del college. La partenza dei principali mastini difensivi Crawder e Bradley ha lasciato un grosso punto di domanda per lo staff tecnico dei Celtics.

 

Marcus Smart sarà sicuramente uno dei  nuovi agenti speciali designati a difendere sui top players avversari, viste le sue caratteristiche tecnico-fisiche. Lo spirito di sacrificio ed il grande atletismo sono sempre stati i punti di forza del prodotto di Oklahoma State, che se nella metà campo offensiva ha incontrato alcuni problemi, uno su tutti il tiro dall’arco ( 29% ), in quella difensiva ha mostrato una costante crescita.

L’altro indiziato è Jaylen Brown: anche lui di potenziale difensivo ne ha da vendere. Durante l’ultima stagione non ha del tutto convinto, trovando poco spazio (17.2 minuti di impiego medio) e poche volte il canestro (6,6 PPG col 34% da 3). Tuttavia nel suo anno da sophomore, di pari passo con il proprio processo di maturazione maturazione, può mostrare ulteriori miglioramenti e diventare uno stabile punto di riferimento nelle rotazioni di Coach Stevens.

 

 

Jayson Tatum e la nuova stagione

 

 

La terza scelta assoluta di quest’anno ha già fatto parlare di sé, da Paul Pierce - non uno qualunque al TD Garden - che ha speso parole al miele per l’ex Duke a Danny Ainge , che saggiamente ha cercato di ridimensionare le aspettative di tutti riguardo al suo prezioso rookie.

 

Tatum è il prototipo di giocatore perfetto per il gioco di Boston, intelligente tatticamente e capace di fare un pò tutto in attacco. La sua versatilità offensiva gli permette di essere schierato sia da ala piccola che da ala grande, fornendo un’opzione in più ai quintetti con quattro esterni che tanto piacciono a Stevens.

 

Senza dubbio ci sarà molto hype intorno a lui, soprattutto considerando gli ambiziosi obiettivi stagionali dei Celtics. I giocatori di maggiore esperienza, come Kyrie Irving e Al Horford, giocheranno un ruolo fondamentale nell’inserimento del rookie nel sistema Stevens e in generale nella Lega: se ciò dovesse avvenire con successo, Tatum potrebbe essere l’uomo in più dei C’s.

 

Nonostante i numerosi cambiamenti avvenuti in estate, e le ben note aspettative di società e tifosi, questa stagione potrebbe rivelarsi un anno di assestamento “in quel di Titletown”. I tanti giovani prospetti in rosa ed un leader alla prima esperienza da solista avranno sicuramente bisogno di tempo per conoscersi e assimilare i concetti di Stevens. L’obiettivo Finals è tutt’altro che irrangiungibile: il potenziale è sotto gli occhi di tutti. Magari bisognerà solo saperlo aspettare.

 

 

 

 

 

 

 

 

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