Folle corsa sullo Shaqxpress

November 11, 2017

La carriera di Shaquille O'Neal fu costellata di vittorie e record, ma anche genio e sregolatezza. Un viaggio in quattro tappe alla scoperta di uno dei più grandi Showman che il Gioco abbia mai avuto l'onore (e, per alcuni, l'onere) di conoscere. 

 

 

 

“Dunque, volevo solo dire...

[gli passano un telefono]

Chi è? Pronto? Davvero? Volete che venga per gestire il General Managment dei New York Knicks? Ok, sicuro! Sarò lì dopo la conferenza stampa. Grazie.

Scusate… era il presidente dei New York Knicks, vuole che vada là dopo la conferenza stampa per assumere il ruolo di General Manager.

[…]

Vorrei ringraziare la NBA e David Stern, per quello che ha creato qui... per la NBA di oggi. Mi mancherà molto del Gioco: la competizione, il cameratismo, le amicizie, i fan, scherzare con la stampa... Ma soprattutto, mi mancheranno tantissimo i tiri liberi.

 

Soltanto per il fatto che io sia IO, ho avuto la possibilità di recitare in film da Oscar, creare opportunità di business e amicizie che dureranno una vita; ma, molto più importante, ho potuto aiutare chi ne aveva bisogno.

[…]

Voglio ringraziare le sei organizzazioni di cui ho fatto parte e due persone in particolare: Phil Jackson e Doc Rivers.

E poi voi della stampa: vi ho sempre adorato.

 

Quindi all’alba di oggi ho ritirato tutti i miei soprannomi: “The Big Aristotle”, “Shaq-Fu”, “The Big Shamrock”, “The Big Cactus”, “The Diesel”, e infine il solo ed unico originale non duplicabile né replicabile “Superman”.

Quindi da oggi voi altri potrete chiamarmi “The Big AARP”: Association of Advancement for Retired People.

Grazie mille a tutti per essere venuti”.

 

 

Ultima fermata: Boston.

Il capolinea dello Shaqxpress, il treno più folle mai congegnato.

Partire dalla fine di un viaggio sembra quasi un paradosso. Ma poi, pensando a colui che ha appena finito di pronunciare in questi termini il suo discorso di ritiro, il paradosso si trasforma in vera e propria poesia.

 

Quante stelle NBA - banalmente si pensi a Kobe - hanno riservato al campo la passerella d’addio?

Quanti campioni hanno ricevuto in omaggio standing ovation e cartelloni dai propri tifosi nel giorno della loro ultima partita?

Quanti hanno detto addio ad un microfono di fronte a milioni di spettatori, con ancora il profumo della palla sulle dita?

 

Uno solo ha scelto di farlo a casa sua, leggendo un discorso scritto su dei cartoncini in stile Late Show with David Letterman, tra gag e momenti di vera commozione.

 

Perché dopo aver smontato e rimontato la Lega nei 19 anni di carriera, che lo hanno visto come il centro più dominante dell’epoca moderna, ha deciso di smontare e rimontare anche la tipica e pomposa banalità di un ritiro. Per trasformare un crocevia così serio ed importante nella carriera di un campione in uno sfavillante show.

Perché così era sempre vissuto: imperioso in campo, esilarante fuori.

 

E allora, mesdames et messieurs, tutti in carrozza: lo Shaqxpress sta per partire.

Non vorrete mica restare a piedi!

 

 

 

PROSSIMA FERMATA: LSU

 

 

Anche se non avevo i soldi, facevo finta di averli. Mi sentivo la stella della squadra e sentivo il dovere di comportarmi come tale”.

 

Passeggiare negli anni ‘90 per le strade di Baton Rouge significava immergersi a fondo nella tranquillità di una tipica cittadina di fondazione francese degli Stati Uniti del Sud: lunghi viali alberati, accolti dall’abbraccio di aree verdi perfettamente curate, si alternavano ad ampie piazze in cui il traffico si snodava senza sosta.

Pareva quasi di muoversi sulle note del Jazz, musica molto amata in uno dei centri nevralgici della sua creazione e sviluppo.

 

È in questo contesto di rilassato quieto vivere che muove i primi roboanti passi la personalità di un Shaquille O’Neal appena diciannovenne. Si sentiva l’adorato sovrano di Lousiana State University e della città intera.

La cadenza ritmata di un pezzo Hip Hop sparato a palla, un paio di occhiali neri dietro i quali si palesava un ragazzone, sdraiato sul sedile di una Ford Bronco usata: ecco il suo biglietto da visita. Non sempre gradito ai vicini di casa.

 

 

Il tutto lo rendeva talmente “inosservato” che coach Dale Brown decise di affiancargli una figura incaricata di vigilare sulla sua condotta: Bo Bahnsen; affettuosamente ribattezzato “No Bo”, per la risposta di rito che gli forniva il ragazzo ogniqualvolta Bo gli chiedesse se ne avesse combinata un'altra delle sue.

 

Non si può essere Re senza dare dimostrazione della propria ricchezza, ma soprattutto del proprio potere. Motivo per cui si aggirava per il campus perennemente con la cornetta di un telefono attaccata all’orecchio, impegnato, diceva, in conversazioni infinite con proprietari e GM di franchigie NBA, pronti a fare follie pur di garantirsene le prestazioni sportive; e pagava ogni singola spesa con una banconota da 100 dollari, prontamente sfilata da una prosperosa mazzetta meticolosamente legata con un elastico.

 

Quello che nessuno sapeva era che il cellulare, la cui cornetta era stata letteralmente staccata da un vecchio telefono a gettoni del dormitorio, era fuori uso. Quindi quelle conversazioni altro non erano che un notevole esercizio di recitazione, che in un futuro nemmeno troppo remoto lo avrebbero portato a tirare un mattone dentro un canestro per avere salva la vita dall’Enigmista, in un episodio della fortunata serie Scary Movie. La sana autoironia.

Per non parlare del fatto che la ben pasciuta mazzetta di pezzi da 100 era in realtà una parte della sua borsa di studio da circa 2.500 dollari in banconote da 1 dollaro raccolte in un rotolo, all’inizio e alla fine del quale aveva sapientemente applicato due banconote di grosso taglio.

D’altronde ogni Re ha il proprio segreto di Pulcinella.

 

 

 

PROSSIMA FERMATA: ORLANDO

 

 

Se lo Shaqxpress, pronto a regalare scossoni dentro e fuori dal campo, era partito scattante in quel di Baton Rouge, fu ad Orlando che si impennò sulla rampa di lancio.

Prima scelta del Draft 1992, entrò nella NBA con il chiaro intento di uscircene dalla porta principale. Magari con qualche anello luccicante al dito e un curriculum extra-cestistico ben nutrito. Orlando perse letteralmente la testa per Shaquille, così come Pepsi, Reebook e Spalding, che calarono su di lui una pioggia di milioni pur di griffare il suo contagioso sorriso.

 

Per festeggiare una prima stagione da Rookie dell’anno - 23.4 di media, uniti a 13.9 rimbalzi e quasi 4 stoppate in 37.9 minuti - decise di uscire con il suo primo album da solista intitolato "Shaq Diesel", nel quale ebbe la brillante trovata di dissare mostri sacri del calibro di Larry Johnson e, soprattutto, Shawn Kemp. It’s rap game, babies! "Shaq Diesel" fu addirittura disco di Platino.

Fu chiaro a tutti che il gigante di LSU era entrato in casa senza aver cura di togliersi le scarpe. Fu tuttavia nell’anno da sophomore che le sue “malefatte” crebbero di qualità.

I Magic gli fecero un gradito regalo nel scegliere una guardia di grande talento come Penny Hardaway, genio e sregolatezza sia dentro che fuori dal campo. I due formavano un asset formidabile sia tra le mura della Orlando Arena che nelle strade della città di Disney World, e divennero ben presto i concorrenti di una gara che suonava come un sonoro schiaffo al termine “povertà”.

Sostanzialmente, la competizione vedeva i due contendersi lo scettro di maschio alfa a colpi di accessori e automobili di lusso che avessero come comune denominatore la parola cool.

 

Fino a che un giorno Penny non si recò in un concessionario Ferrari, con il chiaro intento di acquistare la vettura più costosa e personalizzata che potesse, pronto ad esibirgliela sotto al naso non appena avesse avuto le chiavi in mano.

Un affronto così Superman non avrebbe mai potuto accettarlo: per questo decise, il giorno dopo, di recarsi al medesimo concessionario. E soprattutto di comprare due Ferrari per farne tagliare una a metà e attaccarla al fondo dell’altra. Un’opera ingegneristica di rilevante perizia e genialità, volta a partorire, di fatto, una Ferrari Limousine.

 

Se i risultati fuori dal campo erano sotto gli occhi di tutti, la post-season stentava a consegnare a Shaq e ai suoi Magic la corona d’alloro. Nel 1993 i Playoffs restarono un sogno per il futuro, mentre l'anno successivo uscirono al primo turno, 3-0 contro gli Indiana Pacers di Reggie Miller.

 

Nel 1995 Orlando riuscì a battere, nell’ordine, Boston, Chicago e Indiana, staccando così il biglietto per le Finals. Tutto questo grazie anche all’aggiunta a roster di un giocatore di grande spessore come Brian Shaw, a completare un collettivo che oltre a Shaq e Penny poteva contare Nick Anderson e il tricampione con i Bulls Horace Grant. Giusto mix di esperienza e giovinezza, destinato però a schiantarsi contro un sonoro 4-0 firmato Houston Rockets – e soprattutto Hakeem Olajuwon.

 

Decise di tenere duro per un altro anno, tentando di portare il Larry O’Brien in Florida.

Eliminati dai Bulls nelle finali di Conference 1996, i Magic divennero la squadra di Penny. Perché Shaq decise di rompere la coppia di discolacci e andare a dimostrare il suo valore altrove, sotto il brillante sole di Los Angeles.

Aveva dunque deciso di lasciare la squadra nelle mani di Hardaway. 

 

Non prima, però, di aver girato "Kazaam – Il gigante Rap".

 

 

 

 

PROSSIMA FERMATA: LOS ANGELES 

 

 

La scintillante Hollywood del 1996 era così pronta ad abbracciare una nuova stella.

Appena sbarcato dall’aereo fu accolto da Jerry West. Mr Logo, da uomo intelligente e acuto qual era, non esitò ad imporgli di pensare solo alla Pallacanestro. D’altronde, accaparrarsi in free agency un giocatore del genere era stato un colpo di notevole caratura per i Lakers, e la dirigenza non voleva che il nuovo mondo dei balocchi nel quale era appena approdato potesse distrarlo in qualche modo.

 

Per dimostrare di aver capito le accorte parole del GM giallo-viola, Shaq decise di mettersi sotto con un programma di preparazione atletica intensiva, volta a garantirgli un fisico il più preparato possibile a quella che, a tutti gli effetti, doveva essere la stagione della sua consacrazione.

 

Non prima però di aver acquistato una Ferrari argentata e averla riassettata per poterci entrare, smontando il motore dalla parte posteriore e rimontandolo in quella anteriore: ora sì che poteva allungare comodamente le gambe e rilassarsi!

Il vero problema fu il serbatoio: l’unico in grado di essere inserito fu quello di un tosaerba, che gli garantì pieni di benzina a soli 9 dollari l’uno. Con tanti saluti alle Sette Sorelle.

 

Ma se con la Ferrari aveva solo giochicchiato, il vero capolavoro ingegneristico fu legato ad una Mercedes Burgundy 600, alla quale montò diversi airbag e un acquario sul lunotto posteriore, sotto due poderose casse. Guai ad uscire di casa senza aver buttato due pesciolini rossi nell’acqua, liberi di godersi i ritmi incalzanti della sua musica da posizione privilegiata... e di essere uccisi da onde sonore eccessive per degli organismi così minuti.

 

Le prime stagioni non furono particolarmente entusiasmanti: il suo rendimento in campo era di prim’ordine – doppia doppia di media da oltre 26 punti e 11 rimbalzi – ma lo stesso non si poteva dire della squadra. Sotto la guida di Del Harris prima e di Bill Bertka e Kurt Rambis poi, i Lakers non andarono oltre le Conference Finals 1998.

Particolarmente complicato fu il rapporto con Rambis, reo secondo molti di difendere in maniera troppo accorata le intemperanze tecniche di un ragazzino sempre imbronciato e poco conciliante di nome Kobe Bryant

 

Non sopportava l’idea che volesse sempre fare di testa sua, e gli altri veterani condividevano appieno questa opinione.

 

All’esasperazione proveniente dalle continue forzature di Kobe in campo si accompagnavano gesti di generosità assoluta: per Natale si recò al Community Center di Watts travestito da Shaq-A-Claus, portando doni ai bambini più sfortunati.

Regalò poi ad un factotum dei Lakers un furgone nuovo di zecca dotato di ogni comfort. Proprio non poteva più vederlo andare in giro con un trabiccolo singhiozzante...

 

L’estate del ’99 fu segnata dalla svolta. Shaq fece pacatamente sapere alla dirigenza – dopo aver sbollito la rabbia per l’eliminazione contro gli Spurs alle Semifinali di Conference, accolta radendo al suolo a mani nude l’intero spogliatoio –  che era forse il caso di cambiare guida tecnica. Per iniziare finalmente a vincere. E il solo nome che potesse soddisfarlo era quello di Phil Jackson.

 

Coach Zen dal canto suo gli fece sapere chiaramente che da lui si aspettava tantissimo, come leadership ed apporto in campo. Quindi basta rap, basta macchine: solo dieta, e lavoro in palestra.

Roger that. Shaq, coadiuvato da un Kobe Bryant finalmente al servizio del collettivo, guidò i Lakers al titolo del nuovo millennio con una stagione da 29.7 e 13 di media – e la celebre gara 7 di Conference Finals contro Portland – che gli garantì il riconoscimento di MVP della Regular Season e delle Finals.

Aveva rotto il ghiaccio, e non intendeva più fermarsi.

 

Molto aveva fatto, ancora una volta, l’arrivo in squadra di Brian Shaw: come un artificiere aveva disinnescato sul nascere le mattane e di O’Neal e di Bryant, garantendo un quieto vivere che trovava massima declinazione nelle sedute meditative frequentemente indette da coach Jackson. La squadra era invitata a riunirsi nell’oscurità di una stanza al buio, nella quale venivano fatti bruciare incensi profumati e pronunciati discorsi sul senso della vita e l’importanza della pace interiore. Il risultato di queste sessioni esistenziali furono il Repeat e il Three-peat negli anni 2001 e 2002... oltre che l’imbarazzo generale, quando il più delle volte, alla riaccensione delle luci, metà del roster era caduto nelle braccia di un sonno a prova di cannonata; e l’altra metà – tra cui Shaq – si lanciava in goliardate al limite del codice penale.

 

Particolarmente cara gli fu la rivalità con i Sacramento Kings, sconfitti al primo turno nel 2000, alle semifinali dell'Ovest nel 2001 e in finale di Conference nel 2002. Da allora in poi li ribattezzò Sacramento Queens, perché più che potenti re parevano essere delle isteriche reginette del ballo. In particolare ce l’aveva con Vlade Divac, reo a sua detta di aver eccessivamente chiacchierato sulle potenzialità proprie e di Sacramento, e di aver dichiarato che i Lakers non avrebbero mai potuto batterli senza il fattore campo a proprio favore. Aggiungendo che “Shaq non ha talento. È semplicemente forte fisicamente”. In poche parole si era scavato una confortevole fossa 3 x 2 metri con le proprie mani, e vi si era sdraiato dentro. Aspettando con impazienza di esservi sepolto.

 

Dopo aver demolito il rivale con 35 punti e 13 rimbalzi nella vittoria Lakers a Sacramento al supplementare di Gara 7 delle Conference Finals 2002, Shaq-Diesel fece pervenire via web un video. Nel quale, sulle note di una suoneria preimpostata del suo telefono, dissava il povero Divac con parole non propriamente al miele:

 

 

“Per vincere un titolo devi metterci tutto quello che hai.

A Sacramento dicevano fosse l’anno giusto... MA DEVO DIRTI DI NO!

Vlade ha detto che senza fattore campo non avremmo mai vinto…

Vlade, sei stupido? Te lo dico per l'ennesima volta ancora: devi andare dove conoscono il tuo nome!

E i Lakers han vinto, impara come si gioca a pallacanestro!

Hai detto quella fesseria e abbiamo vinto in casa vostra. Ah, cos'altro? Kobe ti ha schiacciato in faccia.

Devi andare dove le persone conoscono il tuo nome!”.

 

 

 

ULTIMA FERMATA: BOSTON (VIA MIAMI-PHOENIX-CLEVELAND)

 

 

La sconfitta contro i Pistons nelle Finals 2004 aveva incrinato in maniera irreversibile i rapporti: ormai Kobe non tollerava più il ruolo di secondo violino, e Shaq non desiderava altro che allontanarsi il più possibile da lui e da una dirigenza con cui aveva ormai maturato un rapporto tutt’altro che idilliaco.

Come due coniugi alla frutta, decise nel vero senso della parola di andarsene dall’altro capo del continente, mettendo tra sé e Bryant i 4.398 km che separano Los Angeles da Miami.

Nel frattempo aveva frequentato nella offseason l’Accademia di Polizia, diplomandosi come COP. Da quel momento l'America era divenuta un luogo più sicuro.

 

Promise al popolo Heat il titolo, che arrivò nel 2006. Ma sin da subito fu intristito dal rapporto con il dispotico Pat Riley.

Lo sottopose a quella che per lui era una vera e propria tortura: la misura settimanale del peso, con multa aggregata per ogni chilo fuori quota. Lo mise talmente sotto da costringerlo ad allargare il franchise di palestre che possedeva, aprendone cinque a Miami e tenendosene una tutta per sé, per potersi allenare sino a tardi.

Il rapporto con Riley era una bomba ad orologeria, destinata ad esplodere non appena fu scaricato anche dal partner in crime D-Wade. 

L’epoca di Ocean Drive, sulla quale aveva fatto la spola più volte su di una Lamborghini Gallardo affaticata dalle sue dimensioni, sarebbe finita nel 2007.

 

Arrivò quindi a Phoenix, svuotato dalle guerre di LA e Miami. Qui vi trovò due “ragazzacci” che avrebbero adorato la sua genialità: Steve Nash e Mike D’Antoni. L’ambiente rilassato contribuì a fargli tornare il sorriso.

Così come fece Popovich nell’opening night della stagione 2008-2009: pochi secondi dopo la prima palla a due dell’anno, vinta da Shaq contro Duncan, subì uno dei famigerati Hack-a-Shaq. Disorientato da una strategia iniziata a soli cinque secondi di partita, volse lo sguardo perso verso la panchina Spurs, dove vide un Pop raggiante mostrargli due pollici sollevati, sbellicandosi dalle risate in chiaro segno di scherno.

Touchè.

 

 

Prima di arrivare a Boston, ebbe una breve parentesi annuale, non proprio memorabile, a Cleveland.

Scelse i Celtics perché “volete mettere giocare con KG, Pierce, Ray Allen... e Nate Robinson?”. Gran parte delle gag che Kriptonate fece uscire sui suoi social in quel periodo erano sue idee, compresa quella di schiacciargli in testa a tradimento durante un allenamento. 175 cm contro 216, praticamente una scalata alpinistica: perché non metterla in scena?

 

Adorava Doc Rivers, forse l’unico allenatore a convinerlo del fatto che la squadra fosse più importante di lui. Una buona parola al proposito ce la misero anche le sue articolazioni, ormai usurate da 18 anni di professionismo in un corpo del genere.

A Boston fu più che altro un esercizio di genialità – nonostante un contributo in campo più che dignitoso per un trentanovenne molto più che sul viale del tramonto.

A quel periodo risale Shaquita, “prosperoso” donnone sciroccato che nella notte di Halloween aveva seminato il “panico” in più fermate della metro.

 

Ma questi “flashmob” improvvisati non si fermarono qui. Qualche mese dopo si recò senza preavviso in Harvard Square, una delle piazze più importanti della città, a fare la statua umana. Centinaia di persone divertite si fermarono a tentare di farlo ridere e a scattare qualche foto per documentare la gag. Terminato il tutto si disse soddisfatto: “Ora posso dire finalmente ai miei amici di essere intelligente: in fin dei conti sono andato ad Harvard”.

 

E così, dopo aver anche vestito i panni di The Big Conductor e aver diretto la filarmonica di Boston nel concerto di Natale, si concluse in Massachusetts la carriera dell' O'Neal giocatore.

 

Era stato Shaq-Fu, personaggio di un videogioco in 2D;

aveva recitato in maniera talmente ridicola in Steel da ricevere una nomination ai Razzie Awards 1997 come "Peggior attore protagonista"; aveva condotto "Shaq.vs", reality show di cui era protagonista e nel quale sfidava gli atleti migliori nei loro rispettivi sport. Con esiti ovviamente infelici. 

 

Una folle corsa, costellata di vittorie, riconoscimenti, Hall of Fame e... genialità.

 

Perchè, per citare Lebron James, fu "la forza più dirompente della storia del basket. E uno che era bellissimo avere accanto: era come vivere a tempo pieno in un film comico".

 

 

 

 

 

 

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