Giocatori o pubblicità ambulanti?

October 26, 2017

Sponsor sulle divise, sono davvero necessari? No, è "pura ingordigia".

 

 

© Los Angeles Times / TNS

Il Los Angeles Times, fondato nel 1881, è un’autorevole testata californiana e il quarto giornale statunitense per diffusione. In collaborazione con Around the Game da ottobre 2017, in ambito NBA segue approfonditamente le due franchigie cittadine: Lakers e Clippers. Questo articolo, scritto da Andrew Heisel e tradotto in italiano dalla nostra redazione, è stato pubblicato in data 29 settembre 2017.

 

 

Nei primi giorni del basketball professionistico americano i giocatori correvano per il campo con cuciti addosso i nomi di grosse aziende quali Firestone Non-Skids e General Electrics, portando agli sponsor gloria e visibilità; erano praticamente dei manifesti pubblicitari su due gambe. Col crescere della popolarità del Gioco, però, questi loghi sulle maglie sono spariti.

 

Poco tempo dopo la fondazione dell’NBA nel 1946, infatti, sulle divise erano presenti solo numero, città di appartenenza e nomi delle squadre che abbiamo imparato ad amare ed odiare - Lakers e Celtics, giusto citarne un paio - per sottolineare il grande successo di una Lega in grado di sopravvivere evitando pacchiane pubblicità.

 

Al giorno d’oggi la media del valore di una squadra NBA si assesta intorno agli 1,36 miliardi di dollari e gli introiti relativi alle operazioni di marketing ed ai biglietti sono ai massimi storici. Sicuramente non c’è nessuna squadra che sia limitata nelle sue prestazioni da problemi di soldi; tuttavia, si sa, il denaro non è mai abbastanza e la Lega ha deciso di rispolverare dal suo passato a 2-bit gli sponsor sulle maglie.

 

Dal primo weekend di apertura della preseason in poi si sono visti loghi aziendali, simili a delle toppe, sulla spalla sinistra dei nostri giocatori preferiti; per i quali, secondo le previsioni, entreranno nelle tasche di ogni squadra della Lega tra i 5 ed i 10 milioni di dollari.

 

L’NBA si distaccherà in questo modo dalle altre associazioni facenti parte dei big-four, i maggiori quattro sport americani (la Major League Baseball, la National Hockey League e la National Football League), seguendo il modello del calcio internazionale. C’è però da sottolineare come, mentre in quest’ultimo sport le pubblicità sono inserite sulle divise data la mancanza di interruzioni televisive in cui gli sponsor possano fare pubblicità, nel caso della NBA si tratti di pura ingordigia.

 

I Clippers devono ancora annunciare quale sarà il loro sponsor mentre I Lakers hanno già raggiunto un accordo con la compagnia di e-commerce Wish; i Celtics indossano il marchio General Electrics ed i 76ers Stub Hub; il tutto, ovviamente, oltre al simbolo Nike - che sarà ben visibile sulla spallina destra delle divise.

E’ davvero terribile, soprattutto considerando che qualche anno fa l’NBA aveva vietato alle aziende di usare le divise come cartelloni sui quali pubblicizzare il proprio marchio, mentre ora le divise di alcune squadre sembrano maglioni di natale - tanto che persino le divise dei giochi sponsorizzati da McDonald risultano più sobrie...

 

 Il commento più diffuso è "ci si farà l'abitudine". Adam Silver, commissioner dell’NBA, ha dichiarato nel 2014: “In Champions League ed in Premier League, che sono trasmesse anche qui in USA, le maglie sono tutte sponsorizzate, lentamente i fan si abitueranno e lo accetteranno." Ha poi aggiunto come fosse “inevitabile” l’introduzione dei loghi, alludendo al suo scarso potere decisionale di fronte ad una macchina da soldi di questo tipo.

 

La cosa peggiore però è come gli scrittori delle maggiori testate sportive si siano accodati a Silver, difendendo anch’essi la scelta come “inevitabile”; dichiarazione che sa più di scusa che di spiegazione. Uno scrittore di Bleacher Report ha dichiarato: “Sicuramente sarà strano per il primo periodo, ma ci abitueremo, non è un dramma” - che in altre parole significa che magari all’inizio potrete sentirvi infastiditi, ma alla fine diventerà normale e tutti ci dimenticheremo dei valori che un tempo contraddistinguevano la Lega.

 

Le pubblicità sulle magliette non sono inevitabili. Se lo fossero gli sport americani ne sarebbero pieni. Invece, mentre il marketing si è impadronito delle arene e dei campi da gioco, i punti fermi dello sport sono rimasti incontaminati (in altri sport...), perché persino nella capitalistica America ci sono posti dove il pubblico non vuole vedere pubblicità. È probabilmente l’ultimo spiraglio di anticapitalismo che ci rimane e sarebbe davvero triste perderlo.

 

Le tradizioni più sentite, quali l’aspetto della divisa da gioco della tua squadra del cuore, sono parte integrante della bellezza e del divertimento legati allo sport; nelle interviste i giocatori parlano del momento in cui indossano le uniformi come di quello in cui entrano in contatto con un oggetto quasi sacro; a volte è davvero commovente.

Sicuramente l’emozione sarà un po' smorzata quando durante le interviste nel pregame, nel video ci sarà una messa a fuoco sul logo dello sponsor, per esempio della Microsoft, ricordandoci come la squadra che ci fa saltare sulla sedia faccia in realtà parte di una grande realtà aziendale.

 

Advertising Age (sito leader mondiale per indagini statistiche e sondaggi, ndr) suggerisce come in realtà l’NBA fosse la Lega più sensata dove fare il passaggio uniforme-cartellone pubblicitario, grazie al fatto che i fan più giovani non sono dei "puristi" legati alle tradizioni - come spesso accade invece per i tifosi del baseball o football.

 

I sondaggi rivelano come i tifosi della NBA siano più inclini al cambiamento, con un buon apprezzamento per il nuovo modo di pensare della Lega propenso a temi di giustizia sociale.

Se sono d’accordo con il cambiamento, perché dovrebbero avere obiezioni su un nuovo look delle divise?

 

Effettivamente, quando si parla di apprezzamento dell’introduzione dei loghi sulle divise, c’è una grande differenza tra i voti di un pubblico giovane e di uno più anziano. Un sondaggio di YouGov (sito di indagini statistiche e sondaggi, ndr) del 2016 ha sottolineato come il 49% dei fan al di sotto dei 30 anni pensi che l’introduzione delle pubblicità sulle uniformi fosse una buona idea, valore che crolla al 34% per una clientela tra i 30 ed i 65 ed al 25% per tifosi over 65.

Nello stesso sondaggio è inoltre venuto alla luce come tra gli under 30 ci fosse un migliore rapporto con la quantità di pubblicità legata agli sport in generale; è infine interessante notare come i fan più consumisti, come da aspettarsi, siano questi ultimi.

 

La colpa però non può essere addossata sui giovani, cresciuti in un mondo dove i valori sono quelli dettati dal marketing: un solo scopo, inseguire il denaro e monetizzare ogni frammento di vita.

Semplicemente non sorgono domande, come dimostra la petizione per evitare l’introduzione di pubblicità nelle uniformi lanciata da Ralph Nader nel 2012 su change.org. Le firme raccolte sono state 7...

 

I tifosi non guadagnano nulla dall’introduzione di questi loghi, dato che sicuramente continueremo ad avere le lunghissime interruzioni pubblicitarie che tediano le partite; tantomeno i giocatori vedranno il proprio stipendio aumentare, dato il modo in cui vengono distribuiti i profitti in NBA. Gli unici a guadagnare saranno dunque i già miliardari proprietari, mentre chi ci rimetterà saremo come sempre noi.

 

Quell’inserto da due pollici e mezzo è una miniatura del mondo odierno.

 

Di solito combattere il “Dio Denaro” è una causa persa in partenza, basta guardare al pianeta in cui viviamo per avere una dimostrazione...
Tuttavia l’unica cosa che rende questo passaggio “inevitabile” sono le persone che lo dichiarano tale.

 

Lo stesso Silver ha rivelato come tra i proprietari delle franchigie ci fosse una grande incertezza sulla decisione, dovuta esattamente a NOI.

 

Incoraggiate la vostra squadra del cuore a non usare sponsor. Prendete in giro gli avversari che hanno toppe sulle divise. Esprimete il vostro malcontento. loghiLa Lega dice che i sulla spalla sono un progetto pilota", che durerà solo tre anni. E quel sondaggio di YouGov dimostra come i delusi siano superiori numericamente rispetto a chi apprezza la decisione.

 

Forse se ci opponiamo tutti insieme, almeno per una volta, sarà il business a doversi adattare a noi. E non il contrario.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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