He Missed 2/3 - Patrick Ewing

October 6, 2017

Gli aspetti umani del Gioco si ribellano qualche volta ad ogni logica previsione o argomentazione tecnica, anche per mano di eccellenti interpreti come Nick Anderson o autentiche leggende come Patrick Ewing e Tim Duncan.

 

 

5 secondi dalla fine.

 

Patrick Ewing, con la progressione di un treno merci, prende la via centrale verso il canestro.
Per i New York Knicks, sotto di due punti, è molto più che un deja-vù: sono esattamente dove si trovavano l’anno precedente.


Madison Square Garden esaurito, gara 7 contro gli “odiati” Indiana Pacers, meno di un minuto da giocare, sotto nel punteggio.

Che la sfida quest’anno sia una semifinale di Conference e non una finale poco importa: la tensione e l’importanza della gara sono quasi le stesse.

 

Già dal loro primo incontro in post season datato 1993, Pacers e Knicks sviluppano una delle rivalità più aspre dell’NBA degli ultimi 30 anni.
Un primo livello è assicurato dallo scenario geo-politico: i “sofisticati” abitanti della Grande Mela contro i “cugini di campagna” dell’Indiana, con tutti gli sfottò del caso.


Un secondo è dato dal drama che scaturisce dai loro incontri.
Le due franchigie si sfidano per tre anni consecutivi nella postseason, dando vita ad una vera e propria trilogia, con trame e sottotrame, attori protagonisti e cast di supporto, colpi di scena e finali a sorpresa. Il tutto degno di un blockbuster hollywodiano.

 

Primo film. I Knicks vincono agevolmente, ma in un’infuocata gara 3 John Starks, stanco del trashtalking di Reggie Miller, lo colpisce con una testata che gli costa un’espulsione.

Secondo film. In gara 5 sempre Miller, a suo dire provocato da Spike Lee durante tutta la partita, segna 25 punti nell’ultimo quarto. Indiana vince e Reggie si gira verso il regista newyorkese portandosi le mani al collo, a dire “finalmente ora non parli più”.
Gara 7 si decide a meno di 30 secondi dalla fine, quando Ewing schiaccia un pallone che danza sul ferro, per il canestro che vale la vittoria.

Pat non ha mai deluso tifosi e compagni quando la partita conta.

In quel match così cruciale regalò una prestazione mitologica da 24 punti, 22 rimbalzi, 5 stoppate e 7 assist, riportando i Knicks alle Finals dopo più di vent’anni.

Ed eccoci al terzo capitolo della trilogia.  A differenza del Il Padrino - parte III, però, qui nessuno spettatore resterà deluso.
L’anno è il 1995. Semifinale di Eastern Conference.

Mentre dall’altra parte del bracket Nick Anderson rubava il pallone dalle mani di Michael Jordan, andava in scena la ri-rivincita tra Pacers e Knicks.

 

Basterebbe gara 1 al Madison per vincere l’Oscar come miglior film e miglior sceneggiatura originale.
Sotto 105 a 99 a meno di 20 secondi dalla fine, Indiana è molto più che spalle al muro.
Reggie Miller, però, è sempre l’ultimo ad abbandonare la nave e compie un miracolo sportivo senza precedenti: tripla; palla rubata dalla rimessa, altra tripla; due liberi dopo gli errori dalla lunetta di Starks. Risultato finale: 107-105 Pacers. Incredibile.

 

Il secondo plot-twist è in gara 5. Indiana è avanti 3 a 1 nella serie e in vantaggio di un punto a cinque secondi dalla fine. Ancora una volta è Ewing che salva i suoi: riceve palla, movimento dorsale (con sesquipedale infrazione di passi non fischiata…), canestro in faccia ad Antonio Davis. I Knicks sono vivi.

 

“È per questo che mi pagano: per segnare questi canestri” ebbe a dire il giamaicano a fine partita.

 

 

I Knicks vincono anche gara 6 e riportano la serie davanti al proprio pubblico per il secondo spareggio in due anni. Indiana ha sprecato un vantaggio che sembrava decisivo: per gli uomini di coach Larry Brown, battere i Knicks comincia a diventare una vera e propria ossessione.

 

"L’ostacolo era prima di tutto mentale. Sentivamo di aver giocato un’ottima pallacanestro contro di loro, di avergli messo pressione, giocando più duro, prendendo più rimbalzi. Eppure succedeva sempre qualcosa negli ultimi secondi che ci costava la partita. Era frustrante.”

(Antonio Davis, ala/centro degli Indiana Pacers)

 

 

Sembra però che per Game 7 i fantasmi siano scacciati del tutto.

Indiana non ha mai avuto paura di giocare al Madison Square Garden, e approcciano il primo quarto con grande coraggio segnando 34 punti, più che in tutto il resto della serie.

Il sempre bollente Reggie Miller segna 10 punti nel primo quarto e infonde fiducia ai compagni, tanto che l’intero quintetto Pacers finirà in doppia cifra a fine partita.
 

A meno di cinque minuti dalla sirena del terzo quarto, Indiana è avanti di quasi 20 punti.
New York è in palese difficoltà, ma è una squadra di guerrieri legalmente riconosciuta, cosa difficile da credere viste le odierne prestazioni…
Guidati dal solito Ewing e dalle triple di Starks e Derek Harper, gli uomini di Pat Riley a poco a poco rientrano in partita e con 5 secondi da giocare sono a due punti dall’overtime.
Hanno recuperato una partita che sembrava già persa, e i fantasmi di cui sopra attanagliano di nuovo le menti dei Pacers.

 

Ultimo timeout.

In panchina, i Knicks si stringono attorno a Riley, pendono dalle sue labbra e dalla lavagna.
Starks e Ewing si scambiano dei cenni d’intesa, sembrano aver ben in chiaro cosa fare.
Tutti gli occhi dei 19.763 del Madison vanno sul giamaicano da Georgetown. Difficile, infatti, che Riley voglia rischiare una giocata da 3 punti: visti i 29 punti con più del 50% dal campo di Ewing e vista l’importanza della gara, sembra probabile si vada verso il tentativo di impattare e giocarsela ai supplementari.
La tensione è mostruosa, persino Reggie Miller non parla più…

Derek Harper è coi piedi fuori dalla linea, aspetta di ricevere il pallone per la rimessa. L’arbitro Jeff Kersey fa sedere la panchina Pacers, tutta in piedi per combattere il nervosismo che li sta divorando.
Le telecamere indugiano su Ewing, mani sulle ginocchia, chewing gum in bocca, sguardo serio ma sicuro di sé. Antonio Davis gli si appiccica addosso, potesse lo abbraccerebbe come un suo familiare la mattina di natale.

È tutto pronto.

Grande mucchio a centro area. Ewing blocca per Starks che esce nell’angolo.

Vista la sua tripla del meno due, Riley vuole far credere che sarà suo l’ultimo tiro.

La difesa Pacers lo insegue alla disperata e sbanda paurosamente.

Il diversivo ha funzionato: il numero 33 dei Knicks, dopo il blocco, riceve il pallone sulla linea dei 3 punti.

 

Ancora una volta New York lo aspetta.
Come quella notte di giugno del 1985, quando David Stern fece il suo nome al Draft, facendo vibrare i cuori di tutti i tifosi.

 

Prima della scelta, gli scout NBA non hanno dubbi:
“Abbiamo avuto l’era di George Mikan, l’era di Bill Russell e quella di Kareem Abdul Jabbar…ora saremo testimoni dell’era Ewing”.

 

Il rapporto con la Grande Mela dura 15 ininterrotti anni. Sono anni di amore incondizionato, e come potrebbe essere altrimenti: Ewing è un giocatore che non si è mai risparmiato, giocando spesso sugli infortuni, guidando la squadra in attacco e in difesa, sempre.

Due ori olimpici ne impreziosiscono il palmares, che come ben sappiamo, però, non sempre sono indicativi del valore di un giocatore.
Un uomo straordinario anche fuori dal campo, come quando si offrì di donare un rene al discepolo e amico fraterno Alonzo Mourning, salvo poi non risultare idoneo dopo gli esami medici.


Tutto è apparecchiato per il finale della trilogia.

Sono cinque secondi che diventano un’eternità, attimi in cui tutto va al rallentatore.


Ewing con la palla tra le mani, spalle al canestro, viene raddoppiato.

Pensa al passaggio per Starks, ma è un’ipotesi non percorribile. Come il tiro da quella distanza, fuori dalle sue corde.
Pat ha una sola possibilità: mettere il pallone per terra e cercare una linea di penetrazione.
La partenza è ottima, e incredibilmente davanti a lui si apre il Mar Rosso.

Le lunghe leve del giamaicano gli permettono di cominciare il terzo tempo dalla linea del tiro libero. In queste circostanze il tempo è tiranno, e il rischio di rimanere con la palla in mano al suono della sirena è alto: per questo motivo si stacca da terra poco dopo la linea della carità.
Non potrà mai schiacciare il pallone, ma può arrivare ad un comodo layup.


“Down to 3, down to 2”. Lo storico commentare Marv Albert scandisce gli ultimi secondi della partita e della serie. La mano destra di Ewing è a 30 centimetri dal ferro.

È una mano educata, che gli ha garantito di tenere il 50% dal campo lungo tutta la carriera.

Dale Davis, ala dei Pacers, salta per ostacolare il tiro, ma è troppo in ritardo.

 

Ecco che la palla inizia il suo viaggio solitario verso il canestro.


“Non appena il pallone lasciò la mia mano, ero certo che finisse dentro. Ho visualizzato l’immagine della palla che usciva dalla retina”.
(Patrick Ewing)

 

Derrick McKey, seminato da Ewing sulla penetrazione, è alle sue spalle e osserva la parabola del pallone.

“Ero sicuro segnasse. Ho pensato - Ok, andiamo ai supplementari…- ”

 

È invece, il coup de théâtre indispensabile per il finale di ogni grande capolavoro.
Il finger roll di Ewing sbatte contro il secondo ferro. Dale Davis strappa il rimbalzo, strizza il pallone tra le sue mani, la sirena suona.
L’incubo di Indiana è finito: hanno finalmente battuto i Knicks nei Playoffs.
L’incubo di Ewing è appena cominciato: com’è possibile che quel tiro sia uscito?

 

 

Il giamaicano è immobile sulla linea di fondo.

Lo sguardo fisso verso il canestro, sembra interrogarlo sul perché di questo tradimento.

Un tradimento spietato, dopo una rimonta straordinaria nella serie e in quest’ultima gara 7.

 

Mentre i giocatori dei Pacers festeggiano a centrocampo, Ewing comincia a rientrare mestamente verso gli spogliatoi. È il momento delle riflessioni per lui e tutta la sua squadra.

Nel post-partita non si da pace, se quel tiro lo riprendesse 100 volte probabilmente lo segnerebbe 95:

 

“Non potevo fare diversamente, ho staccato da troppo lontano per schiacciare…doveva andare dentro…sono molto deluso in questo momento, penso sia la sconfitta più dura della mia carriera.”

 

“Sembra quasi che qualcuno abbia spinto la palla fuori dal canestro.”
(Anthony Mason, ala dei Knicks)

 

Nello spogliatoio regna il silenzio: sono tutti senza parole, sotto shock. Le grandi aspettative di inizio stagione sono crollate in un istante e dopo la partita c’è aria di fine di un ciclo.
Diversi giocatori sono in scadenza di contratto e Pat Riley ha rifiutato l’offerta di rinnovo da parte della dirigenza. Solo qualche ora dopo la fine della gara darà l’addio a New York.

Per Ewing, nel decimo anno in maglia Knicks, è un’altra occasione persa per arrivare all’anello. Anello che non arriverà mai, nonostante una carriera da Hall of Fame (classe del 2008).
Impossibile che quel tiro sbagliato non lo tormenti; compagni, coach e avversari lo sanno.

E proprio per la stima che Ewing ha sempre attratto a sé negli anni in cui ha calcato i campi NBA, l’assoluzione nei suoi confronti è unanime.
 

“Per un gigante del gioco quale lui è, avere la palla decisiva tra le mani e sbagliare un layup dev’essere davvero dura, mi dispiace molto per lui.”

(Byron Scott, guardia dei Pacers)

 

“Sono molto dispiaciuto per Pat. Sono ovviamente contento della nostra vittoria, ma per lui, da un punto di vista umano, per la leggenda che è e per come ha giocato durante tutta la serie, mi dispiace molto”.
(Larry Brown, coach dei Pacers)

 

“Patrick è un vero guerriero. Ha fatto tutto giusto, semplicemente non è andata dentro”.
(Pat Riley)

 

 

È proprio così.
La palla non è andata dentro, punto.

Nessun uomo, per quanto grande come Ewing, può competere contro il destino.

Incolparlo di quell’errore e del mancato coronamento del sogno di un’intera città non sarebbe solo ingeneroso, ma anche sbagliato.
Perché vorrebbe dire ignorare i tanti momenti in cui Ewing è stato decisivo e in cui ha trascinato la squadra solo col suo talento e carisma.

Una squadra, peraltro, sempre inferiore alle proprie avversarie, con tanti giocatori di ruolo pronti al sacrificio, ma niente di più.

 

Nel Marzo del 2003, la sua maglia viene issata al soffitto del Madison Square Garden, la sua casa per tanti anni.
Il pubblico applaude commosso, Spike Lee su tutti, con la sua numero 33 sulle spalle.

Lo applaude John Thompson, storico coach di Georgetown che gli insegnò tutto.

Lo applaude Michael Jordan, suo compagno in entrambe le Olimpiadi vittoriose, che lo volle fortemente, chiusa la carriera agonistica, come assistente allenatore a Washington.

Lo applaudono ex-compagni, allenatori, avversari, giornalisti…

 

“Omnia vincit amor”: l’amore vince su tutto, anche su un layup sbagliato.

 

 

 

 

Share on Facebook
Share on Twitter
Please reload

Seguici anche su

  • facebook-logo
  • instagram-social-network-logo-of-photo-c
  • twitter-social-logotype

Archivio AtG:

Around the Game nasce con l’obiettivo di avvicinare gli appassionati italiani alla pallacanestro NBA, attraverso due tipologie di contenuti: i contributi realizzati e pubblicati dai membri interni della redazione (diffusi a titolo gratuito, senza scopo di lucro, protetti da copyright e soggetti a legislazione vigente in materia di diritti d'autore); e articoli tradotti delle testate estere in collaborazione con AtG, pubblicati e tradotti in italiano dalla nostra redazione. I contenuti del secondo tipo, i cui diritti d’autore appartengono alle testate giornalistiche da cui sono stati pubblicati originariamente, sono pubblicati all’interno della sezione “Traduzioni” e vengono selezionati, tradotti e pubblicati da AtG sono dopo la ricezione da parte delle fonti di esplicito ed esclusivo consenso relativo a questa attività.

Around the Game non rappresenta una testata giornalistica, in quanto viene aggiornato senza una periodicità prestabilita. Pertanto, ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001, non può essere considerato un prodotto editoriale. Alcune immagini sono prese da internet e quindi considerate di libero utilizzo, soprattutto nel caso in cui appartenenti alle testate in collaborazione con il nostro progetto. Se un'immagine o un contenuto è di tua proprietà e vuoi richiederne la rimozione, oppure per qualsiasi questione relativa ai diritti d’autore, ti preghiamo di inviare una mail a questo indirizzo: pr.aroundthegame@gmail.com
 

Fondatore e Caporedattore: Andrea Lamperti -  Fondatore e Web Manager: Ferdinando Dagostino

© 2017 by Around the Game.  Prodotto da FerdinandoDagostino.com