L'NBA ai tempi dei Social Media

March 13, 2018

 

 

© East Bay Times / TNS

 

 

Steph Curry ha una regola con Twitter. Prima di pubblicare qualsiasi cosa, rilegge almeno una volta: "Se ho anche la minima esitazione, è molto probabile che non lo mandi online" ha dichiarato al Bay Area News Group.

Il giocatore ha scritto moltissimi tweet che non hanno mai visto la luce. Alcuni erano risposte ai suoi fan, altri erano pensieri su ciò che accadeva nel mondo. Grazie a questa regola aurea, Curry è riuscito a rimanere fuori dalla mischia del social media drama.

Ma molti dei suoi colleghi non hanno avuto la stessa fortuna.

 

Con la recente esplosione di Twitter, Instagram, Facebook e Snapchat, gli atleti stanno vivendo in un mondo completamente diverso, allo stesso tempo pericoloso ed eccitante, inclusivo ma potenzialmente rovinoso. Curry, due volte campione NBA ed MVP, ha 12 milioni di follower su Twitter ed è solito controllare il suo profilo almeno due volte al giorno per essere sicuro che nulla di strano stia succedendo.

 

"Trovi mesaggi dispregiativi, persone che attaccano la tua famiglia, ma anche foto di fan che fanno indossare la tua maglietta a tutti i loro cari. Ci sono alcuni che ti mandano 40 messaggi di fila sperando che tu risponda. Ricevo proposte di matrimonio, inviti ai balli studenteschi e un sacco di altra roba di questo tipo. Quest'ultimo anno sono anche stato coinvolto nel dibattito politico tra Trump e gli atleti, e mi sono ritrovato taggato in alcuni post".

 

Steph considera i social media un ottimo strumento, ma per preservare la sua sanità mentale fa di tutto per non farsi coinvolgere emotivamente da tutto ciò che legge su sé stesso. E' tutt'altro che facile, anche perché in questo momento i giocatori NBA non possono non badare a tutto quello che dicono o scrivono, perché è destinato a rimanere online per sempre.

 

La cosa è diventata talmente delicata da spingere gli Warriors a chiamare Kevin Sullivan che, in qualità di esperto di comunicazione, ha parlato alla squadra di come gestire i loro account sui social media. L'incontro si è già ripetuto per cinque volte nelle ultime sei stagioni.

Sullivan è stato direttore delle pubbliche relazioni per i Dallas Mavericks per 18 anni e ha lavorato anche alla Casa Bianca durante la presidenza Bush.

 

"Una cosa che dico spesso ai giocatori, specialmente a quelli più giovani, è che stanno vivendo il periodo più difficile mai affrontato da alcun atleta professionista in passato", ha dichiarato Sullivan.

 

"Ogni cosa viene controllata come mai prima e le occasioni di fare un passo falso sono tantissime. Questi ragazzi devono davvero concentrarsi su come gestire la cosa e riuscire a farlo nel modo giusto, perché altrimenti rischiano in un attimo di danneggiare la loro immagine e quella della squadra per cui giocano. La posta in palio è molto alta".

 

Kevin Durant ha appreso la lezione sulla sua pelle, dopo aver risposto a settembre ad un fan su Twitter che gli scriveva: "dammi un valida ragione per lasciare OKC che non sia vincere l'anello".

 

Sembra poi che Kevin abbia tentato di utilizzare un finto terzo account per difendersi in terza persona: "non gli piaceva l'organizzazione e non voleva giocare per Billy Donovan", per poi aggiungere: "KD non può vincere il titolo with those cats".

 

Durant eliminò subito quei tweet, ma erà già troppo tardi.

Qualcuno aveva fatto gli screenshot e in un attimo divennero virali.

 

Più tardi in quello stesso mese, Durant si scusò pubblicamente, ammettendo che quei messaggi erano stati infantili e stupidi. Non proprio una bella figura.

 

Il coach degli Warriors Steve Kerr ha spiegato ai giocatori di essere molto prudenti con tutto ciò che condividono sui social media.

 

"Devono solo capire che può tornargli indietro e colpirli molto velocemente. Penso che, con il continuo crescere dei social media, tutti stiano progressivamente imparando. La gente sta capendo che è facile mettersi nei casini. Purtroppo però è molto difficile rimanere sempre lucidi e non farsi prendere dall'impulso, soprattutto se si è arrabbiati. Ma tanto l'unico risultato che si ottiene è altra rabbia, altro risentimento e divisione".

 

Durant non è l'unico giocatore degli Warriors ad essersi messo nei casini con i social media. Prima delle Olimpiadi del 2016 a Rio De Janeiro, Draymond Green postò una foto dei suoi genitali su Snapchat, prima di eliminarla velocemente.

All'inizio Green twittò di essere stato hackerato. Ma poi si capì che, cercando di inviare la foto privatamente (...), aveva semplicemente schiacciato il tasto sbagliato.

 

Sullivan sostiene che se un giocatore sbaglia sui social, non per forza la sua reputazione è compromessa: il suo consiglio è quello di ammettere l'errore, perché gli americani adorano perdonare i loro eroi. 

 

"C'è una vecchia frase di Washington che recita: dillo per primo, dillo per intero e dillo tu stesso. Devi scusarti subito e farlo nel modo giusto. Bisogna prendersi le proprie responsabilità, esprimere pentimento e promettere di non farlo più in futuro. Non puoi cavartela solo con un 'se ho offeso qualcuno'. Adoriamo le seconde opportunità in questo paese e ancora di più nello sport. Se ti scusi in maniera rapida ed efficace, ti puoi riprendere da praticamente ogni errore".

 

Anche Nick Young è finito nei guai, ma in questo caso non per qualcosa che ha scritto. Il caso è esploso per un video girato di nascosto dal suo compagno di squadra D'Angelo Russell che lo ritraeva raccontare dei tradimenti perpetuati alla sua fidanzata, Iggy Azalea. Il video è stato diffuso sul noto sito di gossip Famelous e condiviso a tempo record su tutti i social. Alla fine Azalea ha lasciato Young. Il giocatore ha ammesso che è stata molto dura, ma che alla fine è riuscito in qualche modo a superarla.

 

L'anno scorso durante la finale di conference tra Warriors e Spurs è emerso un lato ancora più oscuro dei social media.

Durante Gara 1, Zaza Pachulia fece il famoso close out, da quel momento dichiarato illegale, su Kawhi Leonard, che atterrò sul piede dell'avversario, ri-slogandosi la caviglia. Alcuni pensarono che Pachulia lo avesse fatto apposta e molti manifestarono la loro indignazione. Pachulia e la sua famiglia ricevettero minacce di morte sui social media, tanto da dover inviare guardie di sicurezza a proteggere i figli a scuola.

 

"Mi sentivo male per la mia famiglia. Alla fine siamo solo dei giocatori di basket. Cerchiamo di giocare al meglio, di intrattenere il pubblico, di fare qualcosa di speciale sul parquet. Ma fuori dal campo siamo normali esseri umani. Abbiamo delle famiglie, dei bambini e delle vite".

 

Pachulia ha raccontato che, all'inizio della scorsa stagione, non resisteva alla tentazione di continuare a leggere tutto quello che si diceva su di lui sui social. Era la prima volta che giocava per una squadra da titolo ed era comprensibilmente affascinato da tutti quei messaggi. Questo però cambiò velocemente quando si accorse di tutti messaggi negativi e iper critici a cui era esposto quotidianamente.

 

"Più attenzione dai loro, peggio è. Se li ignori, a quel punto a nessuno frega nulla. Nessuno neanche li conosce. E' tutta una questione di approccio. Devi credere in te stesso e nelle persone intorno a te, che ti proteggono le spalle. So quello che è successo, i miei compagni altrettanto. Sappiamo qual è la realtà. E' solo una questione di andare oltre".

 

Kerr sostiene che le cose siano molto più difficili di quanto fossero ai suoi tempi. Si ricorda perfettamente di quando nel 1993 svolse un periodo di prova con i Bulls, cercando di accaparrarsi un contratto non garantito. Per caso, si imbatté in qualcosa che lo sorprese non poco:

 

"Aprii la sezione sportiva del Chicago Tribune, completamente ignaro che potesse parlare di me. C'era un articolo che analizzava la corsa per l'ultimo posto disponibile a roster ed il giornalista prevedeva che sarei stato tagliato. Lessi l'articolo e tornai a casa infuriato. All'inizio la mia reazione fu pensare che erano tutte cazzate, che stavo giocando bene e che avrei ottenuto il posto. Ma in un attimo iniziai a dubitare che forse avesse ragione lui e che non ce l'avrei fatta. Di colpo ero assalito da un sacco di pensieri nocivi in campo e fuori".

 

E' un episodio che a Kerr torna sempre in mente, ogni volta che vede i propri giocatori controllare i loro account in spogliatoio. Non devono più comprare un giornale per leggere cosa la gente scrive di loro - è ovunque, sempre intorno a loro e senza interruzioni.

 

"Immagina questa cosa a portata di dito. Tutto il giorno, tutti i giorni. Siamo esseri umani, tutti abbiamo il desiderio di scoprire cosa la gente pensa di noi e tutti vogliamo essere apprezzati. Ed è proprio lì, sul tuo telefono, accesso non stop... fine primo tempo incluso".

 

Sebbene Kerr pensi che rispondere agli hater sia una perdita di tempo per i giocatori e che controllare Twitter durante le partite possa tramutarsi in un campo minato da un punto di vista psicologico, preferisce lasciare totale libertà ai suoi ragazzi su come utilizzare i loro account.

 

"Penso che sarebbe controproducente imporre regole vecchia scuola, impedendo l'utilizzo dei telefoni durante o dopo le partite. Se qualcuno davvero sequestrasse il cellulare e lo spaccasse contro il muro, i giocatori si farebbero solo una grande risata. Credo sia importante capire i tempi ed adattarsi alle nuove generazioni. Le persone crescono in maniera diversa oggi. L'unica cosa che faccio è servirmi dell'umorismo: anziché riprenderli continuamente, cerco di scherzarci su. Ridere di tutto il processo, dell'intera idea di social media, di dare ascolto a qualsiasi cosa la gente pensi. In questo modo ci facciamo delle grandi risate tutti insieme". 

 

Quando Sullivan spiega alle squadre come gestire i loro account social, spesso cita una cosa che Curry dichiarò dopo aver vinto il suo primo premio MVP nel 2015 e che riguarda l'essere la migliore versione di se stessi. Sullivan consiglia ai giocatori di immaginare di dire quello che stanno per affidare a Twitter in una stanza gremita di giornalisti e telecamere.

 

I social media possono essere uno strumento molto potente.

I giocatori hanno la possibilità di mettersi in contatto con i loro fan in modi che non hanno precedenti, spostando l'attenzione sulle cause a cui credono e mostrando lati di sé che in passato erano riservati solo agli amici più intimi ed ai famigliari.

 

Curry ha perfettamente compreso questo aspetto; si serve del potere e dei privilegi di cui gode per molte iniziative filantropiche, come per esempio il progetto "Nothing But Nets" tramite il quale ha donato un trattamento insetticida ogni 120$ di scarpe vendute, da utilizzare sui letti di casa per proteggere molte famiglie dalla diffusione della malaria.

 

"I social rendono il mondo molto più piccolo", ha dichiarato Curry. "Hai la possibilità di aumentare la consapevolezza delle persone su qualsiasi argomento che ritieni importante e spingere la gente a prestarci attenzione. Ho organizzato il mio "Nothing but Nets" giveaway su Twitter e Instagram. Il successo che ha avuto il progetto è stato impressionante. Non esiste nessun altro strumento che ti permetterebbe di fare una cosa del genere. Questo è il grande potere dei social".

 

David West addirittura avrebbe gradito potersi servire di Twitter da ancora più tempo. Da molti anni infatti dedica il suo tempo a supportare la crescita dei ragazzi più giovani e Twitter gli permette di mantenere facilmente i contatti e monitorare la loro carriera.

 

"Quando ero al college, era tutto gestito a livello regionale", ha spiegato West. "Una testata come USA Today avrebbe dovuto venire a vederti giocare per poter preparare l'articolo. Ora se un giocatore fa una partita incredibile, è sufficiente un video ed il mondo intero ne viene subito a conoscenza. E' una grande opportunità per i ragazzi che si vogliono mettere in mostra, ma anche per le persone che desiderano scoprire nuovi giocatori e vederli giocare senza essere lì fisicamente. Penso sia un vantaggio soprattutto per i più giovani che giocano in aree poco battute, in università o college di piccoli paesi sperduti. Anche loro possono finalmente essere visti e valutati".

 

All'inizio della sua carriera, West utilizzava Twitter in altri modi, soprattutto per interagire con i fan e difendere i suoi compagni di squadra. Fino all'improvvisa illuminazione: "la verità è che non sai mai con chi stai parlando. Loro sanno chi sei ma non il contrario. Per questo mantengo le distanze. Prima mi esponevo in difesa dei miei compagni, ma poi ho capito che non puoi sapere se davanti hai un algoritmo di qualche computer o qualche stronzo che si diverte a farti incazzare".

 

Curry ha ammesso che era solito controllare l'account di Twitter a metà tempo, ma durante le Finals del 2015 decise di eliminare tutte le app dallo smartphone:

 

"Quando tutti stanno guardando le tue partite ogni sera, se permetti ad un commento particolarmente negativo di condizionarti, specialmente prima di una partita o addirittura durante, sei fregato".

 

Tuttavia Curry non ha potuto evitare lo scandalo scoppiato durante le Finals 2016, quando le sue nuove sneakers, le "Curry 2 Low Chef", furono lanciate nel mese di giugno. Twitter esplose di critiche in quanto le scarpe erano ritenute orribili e destinate ad un pubblico di vecchi. Una persona arrivò addirittura a twittare che il target di riferimento erano palesemente le infermiere del pronto soccorso. Circolò anche una GIF che ritraeva una donna anziana scivolare in casa con addosso proprio quelle scarpe. "Sembrava che il mondo stesse crollando" - racconta Curry - "poi una settimana dopo nessuno sembrava più ricordarsene. E' un processo imprevedibile".

 

Considerato tutto, Curry continua a mantenere una valutazione positiva riguardo i social media e cerca di sfruttarli a suo beneficio quando ne ha la possibilità. La scorsa estate Durant ha registrato un podcast in cui pubblicamente parlava male dell'azienda che produce le scarpe con il marchio di Curry, dichiarando che nessuno avrebbe voluto giocare con ai piedi delle Under Armour. Subito iniziarono a circolare delle voci che riportavano tensione all'interno dello spogliatoio ed una possibile spaccatura tra i campioni NBA in carica. Curry scacciò tutte le polemiche con una foto che lo vedeva scherzare in compagnia di Durant, mentre con sguardo accigliato indicava le sue scarpe Nike. Sotto la foto, Curry scriveva: "Why so serious? #sneakerwars".

Grazie ad un po' di umorismo e al suo intervento diretto, la storia in un attimo si trasformò in una non-storia.

 

Curry, che è ormai diventato una specie di diplomatico multimediale, sostiene che essere una superstar nell'epoca di Facebook ed Instagram equivale ad una semplice formula: "apprezza che le persone sembrino avere a cuore quello che ti succede nella vita, ma sappi che questo non può influenzarti in nessun modo".

 

 

 

Questo articolo, scritto da Melissa Rohlin e tradotto in italiano dalla nostra redazione, è stato pubblicato in data 20/02/2018

 

 

 

 

 

 

 

 

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