Pianeti da allineare

October 9, 2017

Westbrook, Melo e Paul George da una parte, Harden e CP3 dall’altra. Le sorti dei progetti di OKC e Houston passano dalle loro mani, ma per legittimare le ambizioni delle due franchigie occorrono diversi cambiamenti rispetto alla passata stagione.

 

La coesistenza di due o più stelle nello stesso sistema solare, in un Gioco fatto di tattica e soprattutto di equilibri, non è cosa scontata. Il basket, soprattutto nell’NBA System, è quel tipo di equazione in cui il risultato finale dipende non tanto dal peso degli addendi sommati, quanto piuttosto dal risultato del loro “incastro” e dalla loro compatibilità. E’ proprio in questo senso che la free agency 2017 ha scaturito due grandi interrogativi, riguardanti Oklahoma City e Houston. Ai Thunder, infatti, Paul George e Carmelo Anthony si sono uniti all’MVP in carica, Russell Westbrook; la franchigia texana, invece, ha affiancato Chris Paul a James Harden.

Quelli che dovranno affrontare i coach - Billy Donovan e Mike D’Antoni - sono problemi che pochi altri colleghi nella Lega hanno la fortuna di porsi, ma non per questo di facile soluzione. Senza ridurre semplicisticamente la questione al classico “con quanti palloni giocano?”, gli allenatori delle due squadre dovranno creare i presupposti (tattici, tecnici ed umani) perché i rispettivi superteam (o presunti tali) si trasformino in compagini vincenti. L’esempio di Golden State, ovviamente, è il punto di riferimento (oltre che il principale ostacolo nella corsa alla Western Conference); ma è un modello che, in quanto praticamente perfetto, è tanto imitato quanto difficilmente replicabile.

 

I grattacapi per Donovan e D’Antoni saranno diversi. In casa Thunder ci sarà, infatti, un sistema di gioco da rifondare e avvicinare alle caratteristiche fuori dal comune dei propri interpreti; i Rockets, invece, ripartono dalle fondamenta poste nella scorsa stagione, ma dovranno aggiungere una complementarità (tutta da collaudare) tra CP3 e the Beard.

 

 

OKC e la ricerca di una coralità

 

 

Nella scorsa stagione le sorti dei Thunder avevano un indiscusso padrone: Russ, ovviamente, capace di registrare a livello individuale una storica tripla-doppia di media (con oltre 30 punti, 10 rimbalzi e 10 assist a gara) e un surreale usage rate di 41.7%. La corsa di OKC, però, è finita presto ai Playoffs, nel primo turno proprio contro Houston (4-1). Una delle principali cause dell’eliminazione è stata senz’altro la carenza di risorse offensive, malgrado un Westbrook da 37 points per game. La percentuale di canestri “assistiti” dell’MPV nella serie è stata dell’11,8%: un dato che, insieme ai precedenti, rende l’idea di quanto l’attacco si sviluppasse interamente tra le mani del numero 0. Sono emersi tutti i limiti del sistema Thunder, troppo concentrato nelle giocate di un solo giocatore per essere competitivo ad alto livello in post season.

 

Durante l’estate, però, Sam Presti ha portato PG e Melo alla Chesapeake Energy Arena e gli scenari sono completamente cambiati. Il loro sbarco nell’Oklahoma, almeno sulla carta, rende i Thunder una potenziale contender per il titolo, ma i nodi da sciogliere sono diversi. Perché se è vero che il basket non è un’equazione normale, in cui svolgere delle semplici addizioni, è altrettanto vero che immaginare una coesistenza equilibrata tra giocatori come Westbrook, George ed Anthony non è semplice, neanche statisticamente. Il loro usage rate dello scorso anno, sommando quelli individuali in un unico ipotetico valore, equivale circa al 99% (ossia l’intero apporto di una squadra in una partita). Si tratta di grandi realizzatori abituati ad avere tanto la palla in mano, ma che inevitabilmente dovranno cambiare le proprie abitudini per aderire al progetto-OKC e soprattutto renderlo vincente.

 

Perché questo possa succedere sarà innanzitutto necessaria l’incondizionata disponibilità dei Big Three ad essere quello di cui il collettivo ha bisogno, ossia una versione di sé stessi molto diversa da quella vista negli ultimi anni. E se il buon giorno di vede dal mattino, come si suol dire, allora la prima intervista di Melo in casa Thunder non lascia presagire nulla di buono…

 

Per evitare che l’attacco si areni ad un concetto di (non)gioco del tipo “un possesso a testa” (che probabilmente vedremo a tratti nelle prime settimane), innanzitutto Russ dovrà essere un tipo diverso di leader e favorire il coinvolgimento dei due nuovi arrivati. Ai quali, a loro volta, spetterà il compito di essere produttivi e funzionali stando più a lungo lontano dalla palla. E’ evidente che l’aspetto psicologico è solo una faccia della medaglia, perché “sradicare” le proprie abitudini, tecnicamente parlando, non è automatico. Farlo in modo efficace e immediato, poi, è decisamente complesso. Non è nel DNA di tutti, infatti, interpretare un ruolo del genere come Klay Thompson e Kevin Durant (i due migliori attaccanti off the ball della Lega, oltre a tutto il resto). E dire che anche KD non è sempre riuscito a convivere nel migliore dei modi con Westbrook…

 

 

Coach Donovan sta cercando di plasmare un sistema offensivo che metta in ritmo i propri realizzatori, che riesca ad entrare nell’attacco muovendo la palla nei primi secondi e che limiti gli isolamenti statici alle (comunque frequenti) situazioni di “giochi rotti”. Se inserire Russ e PG in tutto questo non è semplice, è il terzo pezzo del puzzle, Melo, a rappresentare ancora di più un’incognita. Un giocatore mai in carriera sotto i 16 tiri tentati a partita, con oltre 50 tocchi e 105 palleggi a gara nella scorsa stagione. Ma, ancora più di questi, è un dato in particolare a spiegare quanto sarà difficile integrare Anthony per coach Donovan. Il numero di palleggi al secondo (ottenuto rapportando secondi per tocco e palleggi per tocco) del newyorkese: 0.75 (primo nella Lega). Una statistica che riflette la tendenza di Carmelo a fermare ripetutamente la palla, a giocare con estrema frequenza in situazioni statiche di isolamento: esattamente ciò che OKC vuole evitare.

 

Difensivamente i Thunder sembrano poter essere abbastanza solidi, soprattutto grazie alla presenza di Steven Adams, Andre Roberson e dello stesso Paul George; anche se con i quintetti “piccoli” (con Melo o PG da 4), che saranno decisamente frequenti, potrebbero esserci alcune complicazioni anche in questa metà campo.

Deficitaria, poi, sembra la profondità delle rotazioni (aspettando magari un ultimo colpo da Sam Presti).

 

A tutto ciò bisogna aggiungere le enormi pressioni che la squadra avrà sulle spalle, considerando anche la spinosa questione del contratto di George e dunque la necessità di ottenere un risultato soddisfacente subito.

 

 

La sfida di D’Antoni: arricchire il sistema senza stravolgerlo

 

 

La situazione in casa Houston è diversa, per certi versi quasi l’opposto.
Nel 2016/2017 i Rockets hanno espresso una pallacanestro divertente e, cosa più importante, efficace. Hanno perso la semifinale di Conference contro San Antonio lasciando sul palato un retrogusto amaro della propria stagione; ma hanno consegnato agli addetti ai lavori una certezza: la strada intrapresa era quella giusta.  La filosofia D’Antoniana ha trovato in Texas la migliore applicazione che si ricordi dai tempi dei Suns 2005, vincendo 55 partite nella Regular Season e soprattutto convincendo in entrambe le metà campo. Quindi la necessità di ripartire praticamente da capo, come in casa OKC, non sussiste; ma questo non si significa che si navighi in acque certe.

 

Non è tanto l’inserimento di CP3 nella pallacanestro di Houston a destare dei sospetti, quanto piuttosto il risultato della coesistenza col Barba. Paul infatti è stato il secondo miglior giocatore della Lega lo scorso anno nel rapporto assist/palle perse (3.83) - secondo soltanto a Iguodala (decisamente avvantaggiato dal contesto) - e non avrà problemi a gestire i ritmi di gioco dei Rockets. La palla sarà frequentemente nelle sue mani, molto più di quanto non avvenisse con Patrick Beverley la passata stagione, e questo farà giocare molto più spesso Harden off the ball.

 

Anche in questo caso, come detto per Anthony, George e Westbrook precedentemente, si tratterà di cambiare le proprie abitudini. Ma a livello tecnico i due giocatori possono essere complementari in modo efficace, complice un sistema di gioco che genera continuamente situazioni in cui i due potrebbero esaltare reciprocamente le proprie qualità: rapide transizioni offensive e pick and roll. In quest’ultima  Harden e Paul sono infatti due autentici specialisti. Non soltanto per quanto riguarda le capacità realizzative, ma soprattutto per l’abilità nel servire i lunghi “rollanti” o mettere in ritmo i compagni sul perimetro. Lo scorso anno occupavano prima e terza posizione nell’NBA in questa statistica, generando, con un passaggio dopo il blocco sulla palla, rispettivamente 15.2 e 12.5 punti a partita. Sarà abbondante l’uso del pick and roll nell’attacco di D’Antoni: Capela (a proposito di specialisti…) a bloccare per Paul o Harden, con una batteria di tiratori aperti sul perimetro (che certo non mancano a Houston). Una situazione di gioco che sarà a dir poco problematica da gestire per le difese avversarie.

 

The Beard, nei suoi trascorsi, ha dimostrato di poter essere un attaccante estremamente produttivo, pericoloso e funzionale anche lontano dalla palla, e non soltanto col tiro da fuori - come confermano le stagioni al fianco Jeremy Lin o in maglia Thunder. A maggior ragione ci possiamo aspettare che sarà in grado di farlo in una squadra che gioca oltre 103.5 possessi a gara (quanto Golden State) e al fianco di un costruttore di gioco come CP3, che negli ultimi anni si avvicina al 50% di assist percentage (in altre parole: “assisteva” la metà dei tiri segnati dai Clippers quando era in campo).

 

Guardando all’altra metà campo, D’Antoni ha perso “the Dobermann” Beverley ma aggiunto al roster due ottimi difensori come Luc Mbah a Moute (che verrà senz’altro utilizzato da 4) e lo stesso Paul; i quali potrebbero fare di Houston una squadra solida anche su ritmi più bassi rispetto ai propri standard, situazione ricorrente in post season.

 

Per coach D’Antoni la missione è riuscire ad integrare le qualità di Chris Paul in un sistema collaudato e funzionante, che con lui (e con la sua leadership) potrebbe diventare vincente; senza però che la sua presenza si renda ingombrante.
E allo stesso momento sarà fondamentale trovare risposte da una panchina inevitabilmente impoverita dalla trade con i Clippers. In attesa, anche qui, che dal mercato possano arrivare buone notizie (le stesse che attendono ad OKC).

 

 

Orizzonti diversi

 

 

L’obiettivo di entrambe le franchigie, neanche a dirlo, si assegnerà nelle prime due settimane di giugno. Ma prima ci saranno i Playoffs della Western Conference e la domanda, quindi, sorge quasi spontanea: possono Oklahoma City e Houston competere ad armi pari con Golden State? Al momento - in attesa della prima palla a due ufficiale - sembra difficile immaginarle già quest’anno abbastanza mature e complete per potersi ritenere al livello dei campioni NBA in carica.

 

La distanza, però, sembra significativamente ridotta per i Rockets. L’arrivo di CP3 completa una squadra che a questo punto sembra più duttile, oltre che dotata di un notevole equipaggiamento offensivo; e arricchisce un sistema molto particolare, in confidenza con il timing di gioco dei Golden State Warriors e quindi potenzialmente in grado di “reggere l’urto” dell’Oracle Arena.

 

Le prospettive sono invece più incerte per Oklahoma City, che dovrà sintonizzare sulle stesse frequenze tre elementi apparentemente poco congruenti uno con l’altro. La presenza di due grandi realizzatori al fianco di Westbrook è un esperimento che potrebbe, sotto il punto di vista del gioco, portare risultati altalenanti, quelli che è lecito attendersi almeno fino a Natale. Sicuramente per Russ ci saranno spazi diversi nella metà campo offensiva e questo potrebbe rendere la coperta incredibilmente corta per le difese avversarie. Eppure non è scontato, anzi, che già quest’anno riescano a sviluppare quello che LeBron James definisce Championship DNA; quello che consente a superstar apparentemente incompatibili di sacrificare sé stessi (e soprattutto di riuscire a farlo nel miglior modo possibile) per un obiettivo comune.

 

Tra pochi giorni i semafori si spegneranno e la stagione inizierà (per Houston, tra l’altro, nella notte della consegna degli anelli in casa di Golden State). E a partire da allora per queste due squadre inizierà un conto alla rovescia lungo 82 partite, nelle quali Donovan e D’Antoni dovranno collaudare il nuovo arsenale per farsi trovare pronti alla chiamata in guerra: i Playoffs. I pianeti si saranno allineati entro metà aprile?

 

Un processo a cui sarà interessante assistere, anche soltanto perché, in fin dei conti, guardare in azione Westbrook, Anthony, George, Harden e Paul non è poi tanto noioso…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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