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October 16, 2019

Un viaggio attraverso la straordinaria carriera della migliore point guard nella storia della NBA: John Stockton.

 

 

Uno smielato luogo comune - tra i più in voga sugli status di utenti social da latte alle ginocchia - recita che non si sa mai cosa si ha finché non lo si è perso.

 

Credo di parlare per molti della mia generazione dicendo che il nostro rapporto con John Stockton non potrebbe essere espresso meglio dalle semplici parole a nostra disposizione. Noi nati negli anni ’80 siamo stati costantemente distratti da fenomeni bigger than life, Magic e Bird per i più grandi, indiscutibilmente MJ per quelli un po’ più giovani, autori di gesta tanto epiche quanto sfacciate.

 

La nostra inevitabile e fastidiosa immaturità di allora ci ha spinto a tenere gli occhi incollati a quei vistosi campioni, alla ricerca a tutti i costi di un supereroe che custodisse i nostri sogni d’infanzia per sempre, spingendoci a considerare i loro avversari come odiosi villain dei fumetti.


Quanto ci sbagliavamo…

L’ultima partita tra i professionisti di Stockton è datata 30 aprile 2003, una sonora sconfitta contro i Sacramento Kings alla ARCO Arena che segna il passaggio al secondo turno di Playoffs dei californiani; sono passati oltre 16 anni e il vuoto lasciato dall’addio al basket della più grande point guard pura ad aver calcato i parquet di tutto il mondo è rimasto incolmabile.

 

Con lui se ne è andato un giocatore di classe purissima, di rara durezza mentale - e fisica - mosso da un’estrema umiltà mista a una convinzione incrollabile nei propri mezzi, un campione venuto al mondo con una missione: competere sempre, cercando sempre di migliorare i suoi compagni di viaggio.

 

Quegli adorabili bastardi dei Chicago Bulls hanno impedito il coronamento di un sogno: portare un titolo a Salt Lake City, da metà degli anni ’80 laboratorio di una cultura cestistica che avrebbe meritato un riconoscimento sul campo. 

 

Una cultura che senza la scelta al Draft del 1984 di Stock - e l’anno successivo di Karl Malone - non si sarebbe mai potuta sviluppare.

 

 

Quando il suo nome viene pronunciato da David Stern, alla prima uscita ufficiale da Commissioner della Lega, la reazione del pubblico è peggiore di quelle per i tanti europei sconosciuti ai più dall’altra parte dell’oceano.

Né buuu né fischi di disapprovazione: un silenzio tombale, di quelli che neanche a una cena di natale dopo un’imbarazzante uscita di uno zio ubriaco.

 

“Lo so che è una sorpresa per molti ed è proprio quello che avevamo intenzione di fare: sorprendervi. E il ragazzo vi sorprenderà, fidatevi, vi delizierà”. 

(Frank Layden, coach poi GM Utah Jazz)

 

La classe del 1984 è piena zeppa di talento: in mezzo a gente come Jordan, Barkley, Olajuwon o Sam Bowie, quello di John non è certo un nome altisonante, nonostante sia da tempo sui taccuini dei più attenti addetti ai lavori.

Cresciuto a Spokane, nello stato di Washington, decide di non lasciarla nemmeno al momento dell’iscrizione al college: per la verità sono poche le scuole di Division I interessate a lui, dunque la scelta di impegnarsi per l’università di casa, Gonzaga, è quasi obbligata. I Bulldogs non sono certo la potenza odierna, basti considerare che Stockton fu il primo giocatore della loro storia ad essere scelto al piano di sopra. 

 

“Non sono mai stato il giocatore più forte della mia squadra: né in NBA, né al college, né al liceo. Non ero nemmeno il giocatore più forte della mia famiglia, dato che mio fratello Steve mi prendeva sempre a calci”.

 

Umiltà certo, ma anche una buona dose di realismo. Johnny non ha un tiro infallibile, non è velocissimo, fisicamente sembra un impiegato di banca, ma possiede una caratteristica innata, difficile da insegnare: il senso del Gioco.


Sa sempre dove si trovano i suoi compagni, li sa servire al momento giusto e coi tempi giusti, sa coinvolgere tutti e nel modo che loro prediligono: cosa si può chiedere di meglio a una point guard?

 

Nell’aprile del 1984 partecipa, insieme ad altri 69 giocatori, agli Olympic Trials sotto il severo giudizio di Bobby Knight, che deve ridurre la rosa a 12 atleti.

Nel roster di quella squadra, medaglia d’oro qualche mese più tardi in quel di Los Angeles, ci sono MJ, Ewing, Mullin, Perkins, Tisdale…; Stockton - e con lui due futuri All Star come Barkley e Terry Porter - non supera l’ultimo taglio, ma quello che i Jazz hanno visto è sufficiente.

 

Un altro giocatore ad essere tagliato quel giorno è Karl Malone, che John incontra alla mensa del campus di Indiana, sede dei Trials. I due si conoscono, si scambiano qualche parola, ignari di cosa il destino ha in serbo per loro.

 

L’intera esperienza dona molta sicurezza a Stockton che, una volta sbarcato al training camp degli Utah Jazz, non ha il minimo timore reverenziale: d’altro canto, però, i Mormoni non hanno immediatamente bisogno di lui.
 

“Avevamo già una una point guard di cui ci fidavamo, Rickey Green, ma quando è stato il momento di fare la nostra chiamata non pensavamo fossero rimasti tanti giocatori migliori di John. Un cambio come lui poteva essere un grande lusso”.

(Frank Layden)

 

Il suo primo contratto è da 80mila dollari, una manciata in più del minimo sindacale, il che la dice lunga sulle riserve che la dirigenza nutre sul suo futuro da professionista. Ma dopo qualche allenamento John telefona a casa, al suo allenatore a Gonzaga Prep, e si lascia andare a una confessione che suona sfacciata ma che è la pura verità: “Coach non sono così forti come credevo…”.

 

Nelle prime tre stagioni resta effettivamente alle spalle di Rickey Green, giocando una media di 20 minuti a gara, ben poche dalla palla a due. Ma durante la stagione 1987-88 si ultima la lenta quanto inesorabile manovra di sorpasso nelle gerarchie e John diventa la point guard titolare, ruolo che non lascerà mai più.

E come potrebbero togliergli le chiavi della squadra: al primo anno nello starting five, Stockton registra il numero record di 1128 assist in una singola stagione, sbriciolando l’allora record di Isiah Thomas, numero che supererà lui stesso altre due volte in carriera.


A chi vanno tutti questi palloni? C’è il centrone - non esattamente coi piedi da ballerina - Mark Eaton; c’è l’ottimo tiratore da tre punti Bob Hansen; c’è l’eccellente Thurl Bailey, visto anche alle nostre latitudini con le maglie di Cantù e Milano.

 

E poi ci sarebbe la prima scelta dei Jazz al Draft 1985, quel ragazzone della Louisiana che John ha già incontrato agli Olympic Trials, con il quale sviluppa una sorta di telepatia, dando vita ad una delle coppie più entusiasmanti ad aver mai calcato un parquet.

 

Ai Playoffs del 1988 va in scena la partita che consacra definitivamente John sul palcoscenico più importante.

 

 

Il primo istinto dei Jazz dell’era Stockton-Malone è sempre stato quello di correre, e John lo sa fare molto bene - i suoi allenatori, fin dal liceo, dicevano corresse più veloce con la palla che senza. Ma anche quando la partita rallenta, e le operazioni si spostano a metà campo, Stock ha sempre il controllo della situazione, con la sicurezza e il ball handling di chi, da ragazzino, aveva le chiavi di una palestra per allenarsi a tutte le ore.

 

Serve Malone sempre coi tempi giusti, serve Eaton a un centimetro dal canestro, serve bene Hansen in uscita dai blocchi; segna quando deve segnare, guadagnandosi tiri liberi, resistendo misteriosamente ai contatti in penetrazione  o con dei piazzati dalla media. Inoltre le mani e i pensieri veloci lo rendono un incubo anche difensivo per gli avversari.

 

Quella partita si chiude con una sofferta sconfitta al supplementare - nonostante i 23 punti, 24 assist (record ancora imbattuto per i Playoffs) - in una serie vinta dai gialloviola campioni in carica in 7 gare.
 

Ma è chiaro a tutti che quella squadra, trainata da Stock e il Postino, potrà dire la sua negli anni successivi; e per anni successivi s’intende 20 stagioni consecutive, dato che dallo sbarco del numero 12 al suo addio alla pallacanestro Utah ha sempre raggiunto la post season. 

 

Col passare degli anni l’intesa tra Stockton e Malone si perfeziona sempre di più; il primo, instancabile macchina da assist, il secondo realizzatore implacabile (secondo all time), entrambi con un’attitudine difensiva non scontata per All Star del loro calibro.

 

La stagione 1991-92 rappresenta un importante punto di svolta per la franchigia e per il duo delle meraviglie che la guida. Trasferimento nel leggendario Delta Center, Malone che viaggia sui 28 di media - secondo nella Lega -, Stockton che comanda la classifica degli assist per il quinto anno consecutivo con quasi 14 a uscita e Jazz che arrivano fino alla finale di Conference - miglior risultato della loro storia - salvo perdere dopo 6 combattute gare contro la top seeded Portland.
 

 

Già dal settembre del 1991, USA Basketball ha preso una decisione: alle Olimpiadi di Barcellona dell’estate successiva, la nazionale a stelle e strisce, per la prima volta nella sua storia, si presenterà con 12 professionisti.

Stavolta non ci sono Trials che tengano e John e Karl sono tra i primi ad essere contattati per far parte della selezione finale della squadra più forte di tutti i tempi. 

 

È la prima squadra hype della storia, con scene d’isteria collettiva à la Beatles attorno ai mostri sacri che la compongono; tutti tranne che per John, la cui taglia da uomo comune gli consente di camminare indisturbato per le strade del capoluogo catalano senza essere riconosciuto - generando grande invidia negli altri componenti della squadra, spesso costretti a rintanare in albergo.

 

Agli occhi di un fan non esperto, è un attimo confonderlo con un comune turista americano, e questo video diventato leggendario lo conferma, oltre a mostrarci un’inaspettata attitudine da comico navigato. 
 

 

Gli anni di crescita costante della franchigia del Lago Salato sono dovuti anche all’approdo sulla panchina dell’ex assistente di coach Layden, Jerry Sloan, divenuto capo allenatore nel 1988.

 

Un uomo cresciuto molto in fretta, ultimo di 10 fratelli, orfano di padre dalla tenera età, costruitosi una splendida carriera NBA da giocatore grazie alla sua infinita durezza e alla instancabile tenacia difensiva, nonostante la stazza ridotta. Vi ricorda qualcuno?

“La stazza non conta, l’unica cosa che fa la differenza in questo sport è il cuore”.

 

Il metodo-Sloan è tutto racchiuso in queste parole, non accetta nient’altro se non la profusione del massimo sforzo, senza scuse: “un allenatore molto esigente ma non irragionevole”, ebbe a dire Stockton, il genere di condottiero per il quale un giocatore come il 12 farebbe di tutto.

 

Per i Jazz si susseguono sì stagioni vincenti una dopo l’altra, ma i Playoffs sono sempre uno spauracchio e le Finals una vera e propria chimera.

1993-94: Western Conference Finals raggiunte ma un sonoro 4-1 subito da parte dei futuri campioni Houston Rockets.

1994-95: al primo round sono ancora i Texani a eliminare gli uomini di Sloan. 

1995-96: di nuovo finali di Conference, salvo essere eliminati a gara 7 dai leggendari Seattle Supersonics di Payton e Kemp.

 

La tendenza finalmente cambia la sera 29 maggio 1997 quando, di nuovo sul campo degli Houston Rockets, Stockton e compagni sono sul 3-2 nella serie di WCF, con un delicato match point esterno per sbarcare per la prima volta alle Finals.

 

 La stagione fino a quel momento è stata una cavalcata gloriosa, con il miglior record nella storia della franchigia, top seed a Ovest e il premio di MVP per un Malone da quasi 28 punti e 10 rimbalzi a uscita. Ma nulla di tutto ciò avrebbe un valore se ancora una volta il cammino dei Jazz si fermasse prima dell’ultimo capitolo.

 

Il destino sembra essere avverso ancora una volta per i Mormoni: un vantaggio di 2-0 viene assorbito da una pessima gara 3 e da un clamoroso buzzer beater di Eddie Johnson in gara 4. Ripresasi il fattore campo nella partita successiva, Utah torna al The Summit di Houston per una sfida che assume i contorni di una battaglia epica. 

 

Ci si stanca solo a rivedere il match su YouTube, tale è la tensione e l’agonismo messo in campo da entrambe le squadre. 

 

L’equilibrio regna sovrano e a meno di 3 secondi dalla fine il tabellone dice 100 pari: come in ogni poema che si rispetti, è il momento degli eroi.

Sul 98 a 94 per i padroni di casa, Stockton ha preso per mano i suoi, segnando gli ultimi 6 punti della squadra, con due canestri impossibili in penetrazione. 
Arrivati in parità con una rimessa in attacco a disposizione, coach Sloan nel timeout lascia spazio ai suoi di esprimersi liberamente: Malone prende la parola

“John ti garantisco che sarai aperto per un tiro”.

Stockton fa spallucce, Sloan aggrotta le sopracciglia, ma alla fine entrambi si fidano del loro MVP.
Drexler si incarica di prendere John sull’ultimo possesso difensivo, ma The Mailman ha idee diverse: la palla rientra in campo e Drexler viene placcato da Malone che lo stringe in una presa degna di un ring WWE. 

 

La concitazione del momento distrae gli arbitri che hanno occhi solo per Stockton, che riceve completamente solo poco dopo il cerchio di metà campo. Un palleggio, arresto, tiro, l’aiuto di Barkley è in sanguinoso ritardo.

Bill Walton, al commento tecnico, ha già capito come andrà a finire: “Uh oh…”

 

 

John Stockton sends the Utah Jazz to the NBA Finals.

 

È il momento più alto della sua carriera, un attimo che racchiude tutto, la sublimazione di una percorso fatto di grandi sacrifici ma fino a quel momento poche soddisfazioni a livello di squadra. John è estatico: mai si era visto e mai si rivedrà così felice.

 

“È stata una liberazione. La prima volta in finale, la prima volta che eliminavamo Houston, che in quegli anni era la nostra bestia nera: tutto in una giocata…”

 

Ma lo sappiamo dall’inizio: questa storia non ha un lieto fine.

Le due finali che gli Utah Jazz giocheranno nel 1997 e l’anno successivo sono state già inserite nella sceneggiatura del film che darà gloria eterna all’eroe MJ: nel copione, lo scontro con Stockton e Malone non è nient’altro che l’espediente narrativo che serve per elevare i Chicago Bulls allo status di leggende.

Sono due serie meravigliose in cui succede di tutto, in cui però nonostante il livello di gioco siderale offerto dai Jazz, i Bulls non sembrano davvero poter cedere lo scettro. 
Nel ’98 poi ci sarebbe The Shot, il tiro più famoso della storia della pallacanestro che, spesso si tende a dimenticare, lasciò cinque secondi e una rimessa in attacco ai Jazz: la patina d’immortalità, ovviamente, l’ha assunta solo a posteriori.

La situazione è la stessa di Houston l’anno precedente: John riceve, si porta in punta, stavolta attanagliato da Ron Harper e si alza per la conclusione.

 

“Mi sembrava entrasse, forse lo pensano tutti quelli che prendono l’ultimo tiro di una partita così…di sicuro io lo pensavo…” 

 

Nell’elenco delle grandi squadre a non aver mai vinto un titolo NBA, i Jazz sono quasi sempre al primo posto, ed è difficile trovare una franchigia con due hall of famer del calibro di Stockton e Malone, che hanno dato così tanto per così tanto tempo al Gioco a non aver mai raggiunto l’agognato anello.

 

Utah non ha mai vinto, vero, ma non si può davvero parlare di sconfitta: impossibile quando l’impegno e l’agonismo sono tali da permettere a chi vince di elevarsi a uno status semidivino; o quando nonostante le tantissime delusioni sul campo, l’anno seguente - fino al logorio fisico - si torna a combattere come l’anno passato se non di più.


John Stockton entra nella Hall of Fame di Springfield nel 2009, ironia della sorte la stessa sera di Michael Jordan: ancora una volta non è il più forte della sua classe…

 

 

Un discorso straordinario che ancora una volta dimostra che razza di uomo sia: 12 minuti tra battute esilaranti e momenti di commozione, passati a incensare e lodare le persone importanti nella sua vita, dai famigliari, ai compagni, agli allenatori, agli avversari.

Esattamente come ha fatto sul campo durante tutta la sua carriera.

 

 

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