Abbiamo forse sottovalutato Luka Doncic?

Lo sloveno classe '99 continua a far parlare di sé giorno dopo giorno. Chi pensava che non fosse pronto per il salto nella Lega si è presto ricreduto e già si menziona la candidatura al ROY. Ma, anche alla luce della sua storia, un impatto del genere era davvero così impossibile da immaginare?

 

 

“Pensavamo potesse avere dei limiti. Ma ci sbagliavamo.”

Vorremmo iniziare la nostra riflessione con queste parole, pronunciate dal coach dei Kings Dave Joerger a latere di un recente confronto contro Dallas. È vero, forse rappresenta una specie di sovvertimento del canonico e progressivo processo logico, che sviluppa un’ipotesi per giungere ad una tesi; ed è altrettanto vero che parlare di “limiti” e affini dopo appena una trentina di partite potrebbe essere per mille motivi e sfumature affrettato e poco riflessivo.

 

Nei recenti due mesi e spicci si è scritto e detto molto, e l’impressione che questo trend non verrà per nulla invertito nei tempi prossimi è piuttosto forte. Difficile trovare un giovane continentale che, volato negli Stati Uniti a soli 19 anni, abbia avuto un simile impatto sulla nuova realtà, convertendosi sin da subito in top-scorer della sua nuova squadra, catalizzatore di gioco e sostanzialmente franchise-man.

 

Eppure la sua naturale predisposizione alle responsabilità tecnico-tattiche e le modalità di gestione delle stesse lascia di sera in sera profondamente sbalordito anche chi fino a qualche mese prima era abituato a vederlo calcare con lo stesso portamento i palazzetti europei.

 

Perchè guardiamoci in faccia. Quanti avevano preventivato un impatto così luminescente dell’asteroide Luka Dončić sull’universo NBA? Quanti invece ne sono rimasti genuinamente sorpresi?

 

Ebbene, come spesso accade negli argomenti complessi ed intricati, ciò che si ha sotto gli occhi rappresenta soltanto la punta di un grosso – in questo caso forse immenso – iceberg. E se è corretto affermare che lo sloveno da Lubiana stia rivisitando in una chiave tutta sua il concetto di “ogni più rosea previsione”, è altrettanto corretto riflettere sul fatto che forse tutto questo non sia un caso. Perché, analizzando la carriera del classe ’99, si potrà facilmente scoprire come queste attitudini siano già state messe in mostra sin dalla sua origine.

 

Certo, in un contesto di livello decisamente meno elevato rispetto a quello attuale o del recente passato. Ciò non toglie tuttavia che non si diventi un certo tipo di atleta di punto in bianco, ma che per una determinata classe di giocatori l’essere “speciali” sia insito in una indole di base innata e naturale, coltivata successivamente nel tempo. E Dončić, allo stato attuale delle cose, è sulla buona strada per entrare a far parte di una determinata elìte in grado di esibire tali requisiti. 

 

D’altronde basta osservarlo giocare. Sin dalle sue prime uscite in maglia Mavs il numero 77 non è mai venuto meno alla filosofia di pallacanestro mostrata nel corso della sua carriera europea, dimostrandosi capace di tener botta all’innalzamento dell’asticella tecnica ma soprattutto fisica.

 

Ad una non travolgente esplosività, lo sloveno ha saputo abbinare una clamorosa maturità nell’uso dei propri 201cm x 99 kg, declinata in un posizionamento del corpo sempre teso a crearsi un vantaggio sul primo contatto, nell’utilizzo di un primo passo profondo volto a generare separazione con il diretto marcatore per poterlo poi attaccare in controtempo - grazie anche ad un’eccellente tecnica nella gestione del palleggio. A questo aggiungiamo anche la grande coordinazione nei movimenti di una mole comunque voluminosa, che gli ha permesso di mettere in mostra notevoli capacità negli appoggi al vetro nel traffico, ove i contatti NBA sanno essere particolarmente onerosi. 

 

Se a questo aggiungiamo una sensibilità di tocco certamente non comune evidenziata dai suoi floater, e un continuo susseguirsi di finte, controfinte ed esitazioni sempre funzionali ad attaccare il punto debole mostrato anche solo per un istante dal proprio difensore, ecco che ci si pone davanti un attaccante di primissimo livello. Destinato senz’altro ad un costante miglioramento evolutivo e i cui limiti tutt’oggi restano abbastanza inesplorati.

 

Peculiarità che passano anche dal gioco off the ball, nel quale si è dimostrato un giocatore insospettabilmente muscolare e di “spinta” se paragonato ad uno spot nei quali i superatleti a la Westbrook e affini sono cosa tutt’altro che rara.

 

Non dobbiamo infatti sottovalutare che Dončić non è entrato nella Lega con un fisico “freak” da dover sgrezzare – come toccò a suo tempo ad Antetokounmpo – ma al contrario già strutturato e soprattutto conosciuto in ogni sua sfumatura. Questa precocità – frutto anche di un grande lavoro sul corpo attuato sin dagli albori della sua carriera da professionista - gli ha permesso di arrivare all’appuntamento oltreoceano con un bagaglio tecnico oculatamente cucito su misura su quello che è divenuto un vero e proprio strumento di versatilità offensiva e difensiva.

 

Nella propria metà campo ha provato di essere un discreto difensore. Al di là dell’ormai celebre stoppata su James nel confronto contro i Lakers, spicca è una buona attitudine nella difesa sulla palla e una discreta capacità di tener botta in situazione di post-basso. Tutte qualità migliorabili nel tempo, anche con qualche kilogrammo in più.  

 

Molto ha aiutato anche la sua capacità di occupare il doppio ruolo di 1-2 in coesistenza con Dennis Smith Jr, andando a costituire con quest’ultimo una coppia complementare e di prospettive molto interessanti. Oltre alla bontà della sua visione di gioco e dell'interpretazione del pick&roll, questo gli ha permesso di mettere in mostra un’altra arma del suo repertorio, definita come specialità della casa in molti dei profili pre-draft tracciati dagli addetti ai lavori: il tiro da tre. La cui pulizia di rilascio è eccezionalmente cristallina ma che potrà ulteriormente perfezionare in fase di caricamento, dove un uso delle gambe un po’ pigro fa ricadere a volte la meccanica troppo sulle spalle.

 

Nelle prime 30 gare della sua carriera NBA Dončić sta tirando con il 36.7% su 6 tentativi a partita, molti dei quali provenienti da un movimento step back dal palleggio di elevata caratura che sta divenendo sempre di più il suo marchio di fabbrica. Anche in quanto esente da infrazione di passi. Potendo dunque contare anche sull’autonoma capacità di crearsi una conclusione dalla lunga distanza senza dipendere dagli scarichi di un compagno.

 

Creatività che non solo gli permette anche una abilità assistenziale per pochissimi, ma che lo ha designato anche come giocatore clutch. E il ragazzo, nei frangenti in cui la palla scotta, ha dimostrato di essere a proprio agio – interrogare Barba e compagni in merito. Il canestro del 105-102 contro i Rockets è sbalorditivo per la sapienza con cui è stato costruito, andando prima a trasmettere il pallone ad Harrison Barnes per crearsi off the ball la corretta spaziatura per esplorare il pick&roll con DeAndre Jordan, ricevere indietro la sfera e procurarsi un mismatch contro Capela, esposto al suo attacco in quanto fuori dalla sua comfort zone difensiva. Dopo aver finto di attaccarlo a destra, palleggio in step back fulmineo a mandare fuori equilibrio lo svizzero, al quale segue il mortifero tiro del +3. 

 

 (da 0:50)

 

La scorsa notte, con soli 0.6" rimanenti sul cronometro, i suoi Mavs a -3 sul campo dei Portland Trail Blazers e una rimessa da battere sotto al canestro avversario, Luka ha estratto, letteralmente, il coniglio dal cilindro. Segnando in una frazione di secondo una tripla impossibile dall'angolo per forzare i tempi supplementari, e lasciando l'intero palazzo a metà tra la delusione, lo stupore e la netta sensazione di essere testimoni di qualcosa di davvero speciale.

 

 

Arrivati a questo punto, ci sembra di aver descritto tutto fuorchè un rookie classe 1999. E il tentativo di dare una risposta plausibile al quesito di partenza trova un ragionevole supporto in due parole: intelligenza cestistica.

 

Un Q.I. che ha iniziato a far parte della sua essenza sin dai suoi primi vagiti cestistici, e che da allora ha saputo evolvere nel corso della suo precorso di crescita. Risaltandolo e facendolo diventare base granitica sulla quale issare un talento che è apparso speciale al primo impatto. Per questo ripercorrere i passi della sua storia può supportare la tesi che quanto stiamo vedendo adesso venga in realtà da molto lontano. Da una forma mentis accolta in Slovenia nemmeno 11enne e sviluppata negli anni a Madrid.

 

Certo: quanto mostrato sino ad ora non può essere ricondotto solo a questo. Ma è innegabile che un approccio di una certa tipologia concorra ad un conseguente imprinting, volto a plasmare un giocatore secondo una filosofia ed un’etica del lavoro imparate in tenera età a fronte di un talento impossibile da insegnare.

 

Dal primo pallone toccato ad appena sette anni, infatti, nei circoli di pallacanestro sloveni aleggiava un’aura leggendaria attorno al suo nome. Questo perché, messo a giocare sin da subito sotto età, ha istantaneamente dimostrato di poter competere contro i più grandi distinguendosi per intelligenza e arguzia. “Avevano molta più esperienza, molti erano addirittura più grossi e più veloci di me, così per batterli sapevo che avrei dovuto usare la testa”.

 

La sua precoce combinazione di visione di gioco, altruismo in campo e immaginazione gli hanno aperto le porte del successo fin dalle prime apparizioni nelle categorie inferiori dell’Union Olimpija di Lubiana, nel 2010. Era stato suo padre Saša a portarlo ad allenarsi all'età di otto anni nelle giovanili dello stesso club per il quale stava militando come professionista; e a coach Grega Brezovec erano bastati 16 minuti di allenamento per spostarlo nel gruppo degli Under 12 - col quale scendeva in campo nelle competizioni agonistiche – e aprirgli le porte anche dell’Under 14.

 

È con quest’ultima categoria che inizia a sviluppare un ruolo più propendente verso l’esterno, coprendo gli spot di 1-2-3 e sviluppando di conseguenza la completezza di un bagaglio tecnico da spalmare su tre ruoli.  Ed è con la stessa Under 14 che il suo nome inizia a divenire una pratica interessante anche oltre i piccoli confini nazionali.

 

Nel settembre 2011 Dončić è nominato MVP del trofeo Intesa San Paolo Cup disputato a Budapest, nonostante la sconfitta in finale della sua Union Olimpija contro il Barcellona. La pallacanestro prodotta durante la manifestazione risalta in maniera decisa agli occhi degli osservatori spagnoli, nella fattispecie di quelli in rappresentanza della squadra della capitale.

 

Nel febbraio del 2012 veste per la prima volta il blanco del Real Madrid per poter disputare, in prestito dall’Olimpija, la Minicopa Endesa – versione Under 14 della Copa del Rey. 

Tra i più giovani della squadra, chiude il torneo con 13 punti, 4 rimbalzi, 2.8 assist e 3.3 recuperi di media, conquistando il titolo di MVP della competizione pur con il Real sconfitto in finale dai rivali del Barcellona – match nel quale lo sloveno mette a segno 20 punti.

 

Questa prima uscita in camiseta blanca convince fermamente i dirigenti che Dončić sia un bene sul quale investire per aiutarlo spiccare il volo con enormi soddisfazioni reciproche. Offrono pertanto un quinquennale, prevedendo la crescita e lo sviluppo che lo porteranno a diventare uno dei pilastri della compagine che ha vinto l'Eurolega nel maggio del 2018. Ad appena 13 anni il termine “star” inizia ad essere accomunato al suo nome. Con tutto ciò che ne consegue.

 

Il primo passo verso una maturità precoce mette in secondo piano le esigenze di un ragazzino qualunque catapultato a più di 2000 di kilometri da casa. Una nuova dimensione semi-professionale e in un contesto totalmente sconosciuto lo spinge a coltivare quella durezza mentale necessaria a uscire dalle fisiologiche difficoltà.

 “Non conoscevo nessuno: i miei amici, la mia scuola e la mia famiglia erano tutti in Slovenia. Quando sono arrivato a Madrid non capivo neanche la lingua...”

 

Attitudine che sicuramente lo ha potuto preparare all’approdo nel contesto americano, avendo già vissuto una condizione di cambiamento radicale nella propria vita. L’inserimento così complementare di un giovanissimo ragazzo straniero nelle mille sfumature di una franchigia NBA è tutt’altro che scontato, e la naturalezza con cui Dončić ha vissuto questo grande passo deriva anche dal suo precedente vissuto.

Giunto a Madrid, viene immediatamente aggregato all’under-16, partecipando nuovamente alla Minicopa Endesa nel febbraio del 2013 e vincendo titolo di MVP con una media di 24.5 punti, 13 rimbalzi, 4 assist e 6 recuperi. Cui segue in primavera anche il titolo di MVP del campionato spagnolo under-16.

 

 

A guardare gli otto minuti del video sopra pare di avere a che fare con un individuo totalmente estraneo al contesto. Un giocatore mentalmente e tecnicamente troppo avanti rispetto agli altri 9 in campo per gestione e interpretazione della propria pallacanestro; capace di letture tecnico-tattiche avanzate e totalmente insensate per un 14enne dinoccolato con il volto ancora puerile.

 

Il palleggio a testa alta, la capacità di lettura offensiva - con passaggi a tutto campo o traccianti battuti a terra nello spazio – e difensiva – forte la sua presenza in area a rimbalzo - oltre agli abbozzi di tutte quelle qualità descritte sopra – finte e controfinte, esitazioni, primo passo profondo e uso del corpo, tiri nel traffico - emergono in un autentico showcase tecnico.

 

Soprattutto, sin da ragazzino Dončić ha dimostrato di saper far giocare bene anche i propri compagni, offrendosi loro come supporto e leader emotivo. Rendendosi, con il suo modo di essere estremamente positivo in campo, un compagno su cui poter contare. Non è certamente casuale il rapporto straordinariamente empatico stretto con un veterano come DeAndre Jordan, sinceramente conquistato dall’indole dello sloveno.

 

Questo è frutto anche di un amore per la competizione e per il Gioco vissuto da sempre in modo sano e con straordinaria  genuinità: quando gioca il suo spensierato divertimento è chiaro tanto quanto lo spontaneo sorriso che non di rado gli illumina il volto. 

 

Basti pensare all’esultanze solari piuttosto frequenti dopo una grande giocata, o nello specifico al ghigno di intesa avuto con James Harden in un trash talking sui generis dopo aver ricevuto tre punti in faccia da quest’ultimo – e seguito da un buffetto sorprendentemente affettuoso da parte di the Beard. Cosa abbastanza inconsueta in una Lega dove tra maschi alfa si primeggia anche con atteggiamenti forzatamente spacconi.

 

 

Dall’anno successivo, quindicenne, Dončić gioca soprattutto con l’Under 18, ottenendo riconoscimenti individuali sia nel campionato spagnolo di Liga EBA - quarta divisione - che nei vari tornei internazionali. Da segnalare, ad esempio, il titolo di campione ed MVP conquistato in occasione della conosciuta kermesse Under 18 Next Generation Tournament nel maggio del 2015, nel quale il Real Madrid prevale sulla Stella Rossa Belgrado in finale.

 

Il 2015 segna anche il suo battesimo da professionista: il 30 aprile esordisce in Liga ACB in occasione della partita contro l’Unicaja Malaga con 3 punti in 2 minuti. A 16 anni, 2 mesi e 2 giorni è il terzo giocatore più giovane a debuttare nella massima serie spagnola dopo Ricky Rubio e Ángel Rebolo.

 

La stagione 2015-16 è quella della svolta. A 16 anni il prodigio sloveno diviene parte integrante della prima squadra, con un primo assaggio di NBA in occasione della sfida amichevole degli NBA Global Games contro i Boston Celtics disputata in ottobre, prima dell’inizio del campionato.

 

La settimana successiva, Dončić debutta anche in Eurolega, accrescendo sin da subito di partita in partita l’hype attorno al suo nome. Termina la stagione europea con una media di 4.5 punti, 2.6 rimbalzi e 1.7 assist in campionato e 3.5 punti, 2.5 rimbalzi e 2 assist in 12 presenze.

 

L’annata 2016-2017 è quella del consolidamento. A 17 anni passa da promessa precoce ad altrettanto precoce realtà. Pedina fissa delle rotazioni di Pablo Laso e con un ampio minutaggio garantito, inizia a macinare grandi cifre sui suoi tabellini. 23 punti e 11 assist nella partita di campionato contro il Montakit Fuenlabrada il 4 dicembre e “Giocatore della settimana ACB”, seguiti quattro giorni dopo da 17 punti messi a segno in Eurolega contro lo Zalgiris Kaunas.

 

Il 22 di quello stesso mese viene eletto MVP della Giornata di Eurolega - più giovane giocatore della storia della massima competizione europea - grazie ai 16 punti, 6 rimbalzi, 5 assist e 3 recuperi contro il Brose Bamberg. Medesimo riconoscimento ottenuto anche il 14 gennaio 2017, grazie ai 10 punti, 11 rimbalzi e 8 assist messi a referto contro il Maccabi Tel Aviv.

 

L’annata trionfale di Dončić - non ancora maggiorenne - si conclude con 7.5 punti, 4.4 rimbalzi e 3 assist in 42 presenze in ACB e 7.8 punti, 4.5 rimbalzi e 4.2 assist nelle 35 partite di Eurolega. Con a latere i due riconoscimenti come Miglior Giovane della Liga Endesa e Euroleague Rising Star.

 

L’ultima stagione con il Real Madrid è una marcia trionfale: campione Eurolega, MVP Eurolega, MVP delle Final Four Eurolega, Euroleague Rising Star, campione Liga ACB, MVP Liga ACB, miglior giovane della Liga ACB.

 

Il tutto conquistato appena diciottenne con un portamento da consumato veterano, in una squadra nella quale militano talenti indiscussi come Fernandez, Llul, Ayòn e Campazzo. E dopo aver brillato all’Eurobasket 2017, vinto con 14.3 punti, 8.1 rimbalzi e 3.6 assist, oltre ad una leggendaria battaglia ai quarti di finale contro la Lettonia di Porzingis da 27 punti e 9 rimbalzi.

 

“Pensavamo potesse avere dei limiti.” Che non potesse essere così pronto. “Ma ci sbagliavamo.”

Osservando il suo percorso, non può non risaltare quello che a posteriori pare quasi un disegno funzionale a quanto stiamo vedendo oggi. Costituito sì dall’enorme fortuna del talento e da un vissuto precoce non convenzionale, ma anche da un’applicazione e un’attitudine intellettiva verso il miglioramento che non sono mai passate inosservate.  Grazie alle quali storicamente si è sempre mostrato pronto, anche a compiere salti di qualità importanti e non scontati.

 

Per questo forse non ci saremmo aspettati un Luka Dončić da 18.8 punti, 6.5 rimbalzi e 4.9 assist nelle prime 30 uscite in carriera; con già due scollinamenti oltre quota 30 punti, 2 triple doppie e 2 doppie doppie all’attivo; oltrechè Rookie del Mese della Western Conference a novembre e Dallas con un inatteso record prossimo al 50% - molto anche per merito suo.

 

E senz’altro non rimarremmo troppo sopresi qualora venisse anche lui posto di fronte al famigerato “rookie wall”.

 

Ma non sarebbe affatto un errore mettersi in discussione e assumere che questo stupore origini in parte anche da una sottovalutazione del suo percorso, autentica epifania sotto ai nostri occhi. Perchè questo smaliziato e speciale 19enne qualche colpo lo aveva già battuto. E anche piuttosto sonoramente.

 

 

 

 

 

 

 

 

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