All-Star Game: prendere, lasciare... o nessuna delle due

February 13, 2019

Tra luci scintillanti, passerelle d'onore dentro e fuori dal campo, spettacolo e business... che significato ha, nel 2019, la Partita delle Stelle?

 

 

“Being an All-Star is everything.” Allen Iverson.

“I grew up dreaming of Championships. Not All-Star appearences.” Ben Simmons

 

Iniziare questa riflessione citando due pensieri agli antipodi come quelli di cui sopra ha, dal mio punto di vista, uno scopo ben preciso: sono sì portavoce di due scuole di pensiero diametralmente opposte, ma fungono altrettanto da linee di confine ben definite tra le quali poter sviluppare al meglio la mia argomentazione.

 

Approcciare un argomento come l’All-Star Game è materia tutt’altro che semplice. Prima di tutto perché nessun’altra esibizione amichevole può vantare un così ampio spettro di sfumature, e secondo perché la Partita delle Stelle è una creatura talmente mutevole nel breve termine – in quanto specchio del proprio tempo – da rendere complessi paragoni con gli analoghi anche di “soli” 5-10 anni fa.

 

Il mio intento è quello di intessere un ragionamento il più possibile approfondito, soprattutto per potermi mettere in discussione; tuttavia in partenza non mi definirei di certo come un fervido amante dell’attuale All-Star Game. Questa affermazione potrebbe far storcere diversi nasi, oltre che far alzare molti occhi al cielo. Eppure, nonostante il nuovo formato volto a ridonare una parvenza di sacro fuoco della competizione, difficilmente riesco a tralasciare il fatto che le ultime edizioni abbiano prodotto più schiacciate in campo aperto senza opposizione alcuna che non confronti autentici. Il che, per gusto personale, è davvero poco interessante e stimolante.

 

Di contro, mi rendo conto che dipingere l’ASG come una banale scampettata tra i 24 giocatori più forti del mondo sia troppo superficiale. Più che la partita in sé, è importante considerare in maniera profonda cosa significhi per i citati 24 essere un’All-Star. Quali benefits in fatto di status e credibilità può fornire loro tale condizione? Sia a livello di curriculum e soddisfazione personale che in termini economici. Considerando anche il peso esponenziale che negli anni questo ultimissimo punto ha assunto nella carriera di un giocatore, di pari passo con gli aumenti d’introito dell’intera NBA.

 

Non sono affatto una rarità i casi in cui la partecipazione alla Partita delle Stelle abbia avuto un rilievo contrattuale: Roy Hibbert ad esempio, All-Star nel roster dell’Est per l’anno 2012, passò dai 2Mln circa del suo ultimo anno di contratto con gli Indiana Pacers ai 13.6 a salire del rinnovo quadriennale; questo di certo grazie ad una annata complessivamente sontuosa, nella quale però anche la convocazione all’ASG ha avuto una sua incisività.

 

Sorte opposta, invece, toccò ad Anthony Davis, al quale il non inserimento nel quintetto titolare dell’Ovest costò nel 2016 il 30% del salary cap dei Pelicans, promessogli dalla franchigia qualora questo requisito venisse soddisfatto.

 

Tale clausola rientrava nel famoso “5th Year 30% Max Criteria” - ribattezzato Rose Rule Clause in onore di Derrick Rose in quanto unico ad onorarla pienamente - postilla che permette al giocatore interessato di ricevere come detto il 30% del salary cap qualora soddisfi dei criteri concordati al momento della stesura del rinnovo successivo al primo contratto da rookie. I requisiti da soddisfare all’epoca – negli anni sono stati ridesignati - erano tre, alternativi: essere votato come starter in due All-Star Game, oppure due nomine in un qualsiasi quintetto NBA o ancora ottenere il titolo di MVP.

 

Capirete facilmente come essere una Stella abbia una traduzione economica di impatto piuttosto rilevante: un giocatore, esibendo sul tavolo delle trattative il proprio status, assume un maggiore potere contrattuale, sentendosi nella posizione di forzare per l’offerta più vantaggiosa. Questo sia in fase di rinnovo che in quella di Free Agency.

 

Certo, essere votato come All-Star non è un diritto frutto del caso o del destino. La conquista di tale palcoscenico va solitamente di pari passo con il responso del campo. Illustri esclusi nel corso degli anni a parte – tra cui Luka Doncic, lasciatemi togliere questo sassolino dalla scarpa.

 

Rappresenta l’annessione ad un esclusivissimo club d’élite, e per i rookie della partita questo rappresenta un traguardo fondamentale per la propria carriera. È contemporaneamente un punto di arrivo e di partenza, perché il modo in cui verranno osservati da lì in poi non sarà mai più lo stesso.

 

 Questo pensiero può essere esteso a parer mio all’intero All-Star Weekend. In particolar modo per i giocatori non americani, che vedono in esso un’occasione unica per raschiare quel tacito razzismo cestistico tipicamente stelle e strisce. Ecco perchè trovo che le lacrime di Rudy Gobert a seguito della sua esclusione siano in parte motivante anche a questo pensiero.

 

Basti pensare a cosa abbia potuto significare per Marco Belinelli la vittoria nella Gara del Tiro da 3 dell’All-Star Saturday del 2014. Non soltanto una soddisfazione grandiosa per sé e per il proprio paese, ma anche e soprattutto la legittimazione della propria posizione come eccellenza del ruolo. Senza contare che nel corso degli anni la presenza di fuoriclasse europei e internazionali ha fatto la sua parte nel conferire alla Lega una dimensione sempre più globale. Riconoscendo che l’élite non dovesse essere per forza prodotta solo in casa.

 

 

E in questo senso, il “Being an All-Star is everything” di Allen Iverson assume una valenza quasi unanime. Quando ho letto questa frase non ho potuto fare altro che pensare al contesto da cui nacque. Il primo ricordo che mi ha riportato alla mente è stato l’ultimo ASG di Michael Jordan. A quel doppio overtime del 2003 nel quale Bryant pensò bene di non concedere al più grande di sempre la passerella d’onore. Al trash talking durante la partita, nel quale MJ rimarcò al numero 8 il peso dei suoi 6 titoli; cui seguirono poi una discussione sul fatto che Kobe fosse o meno caduto in una finta del 23 e un “non preoccuparti: tiro meglio col cronometro che sta finendo su di un buzzer beater da parte di Bryant.

 

Essere un’All-Star, in quel 2003, significava potersi misurare per l’ultima volta contro il maestro. Dimostrare di essere non solo degno del suo scettro, ma di poter fare ancora meglio. Di prendersi il proprio posto nella Leggenda. Sul parquet di Atlanta scorse veramente il sangue verace della competizione, in uno degli ultimissimi singulti che potessero riportare la partita ai fasti del passato. Quando c’erano Larry e Magic a spartirsi la supremazia della Lega. Quando i vari molti futuri Hall of famers agli albori del loro mito vedevano ancora nell’ASG l’occasione unica di poter puntare i riflettori sulla propria figura.

 

Mi ha fatto pensare la dichiarazione in merito fatta da Ben Simmons, che poi è la seconda quote che ho scelto per tentare di declinare quanti più punti di riflessione possibile. Non nego che in essa potrebbe essere letta fra le righe una volontà di smarcarsi dalle solite parole di rito con personalità quantomeno… spaccona. Al contempo, l’estrema naturalezza con la quale la prima All-Star australiana della storia della Lega ha sollevato la questione mi ha fatto pensare che le sensazioni che da qualche anno a questa parte sento sempre più mie – e condivise – non si discostino da una logica di fondo. Certo, a conti fatti due Titoli e due convocazioni all’ASG non sono minimamente paragonabili. Questo è pacifico. Ciò però non toglie che, dal mio punto di vista, il modo di intendere l’intera manifestazione si sia ridisegnato nel corso degli anni.

 

In tutta onestà non saprei dire se questo sia un bene o un male. O meglio, mi rendo conto che da un punto di vista strettamente personale – e come già sottolineato – l’ASG sia divenuta più un’occasione per inscenare gag memorabili che non per vedere espressa della pallacanestro vera, e trovo che questo che sia piacevole fino ad un certo punto. Ma osservando lo scenario in maniera più distaccata, mi rendo conto di quanto l’evoluzione della massima espressione del concetto di “show” sia andata di pari passo con quella del business della Lega. Come detto, sempre più globale, sempre più commerciale.

 

La parata di celebrità del mondo dello spettacolo, di sponsor per ogni singolo singulto che scandisce l’evento, la possibilità per Nike – e prima per Adidas – di poter creare delle divise ad hoc e con esse un merchandising potente, l’occasione per la franchigia ma soprattutto

 per la città ospitante di mettersi in mostra, garantendo pacchetti inclusivi per ASG/ASW + Hotel/voli/ristoranti/visite nei punti di interessi… sono tutti modalità per coltivare il mercato e la potenza economica sia locale che del marchio NBA.

 

E in un mondo in cui il denaro circolante conta e non poco è giusto criticare questo eccesso di spettacolarizzazione? È giusto criticarne i protagonisti per uno spirito poco competitivo e più propenso all’entertainment dei tifosi ma anche e soprattutto proprio? Perché non dimentichiamoci che l’All-Star Break rappresenta anche un momento di pausa dalla logorante stagione prima di tuffarsi di testa nell’atmosfera Playoffs, con carichi emotivi e fisici non indifferenti. Ragione per cui esso viene inteso anche per chi ne fa parte attiva come una festa in cui poter allentare la tensione, condividendo il proprio tempo in maniera leggera con amici sia in campo che sugli spalti.

 

La parte più romantica del mio animo, quella legata maggiormente al Gioco, direbbe senza indugi “sì”. Per cui apprezzo Simmons che abbia espresso in maniera così definita l’idea che ha circa le aspirazioni per la propria carriera. Lo trovo un punto di vista più che condivisibile, anche se una dichiarazione in tal senso ha in seno una serie di riflessioni ulteriori che non discuteremo in questa sede. Una su tutte “Meglio essere ricordato per aver vinto che non per le apparizioni all’ASG.”

 

D’altro canto, posso arrivare tranquillamente a capire chi vede la manifestazione come un puro Show, per certi versi simile alla Notte degli Oscar. E questo punto di vista richiede un’analisi senz’altro meno emotiva ed esclusivista.

 

Interiorizzare il diverso contesto aiuta a smussare gli spigoli che ostacolano un appaiamento dei pensieri di Iverson e Simmons, che fanno parte di due mondi non troppo lontani da un punto di vista meramente temporale ma molto da quello evolutivo. Ragionandoci sopra e senza dover per forza gridare allo scandalo nell’uno e nell’altro senso, ma adempiendo alla propria opinione sforzandosi comunque di uscire dall’ottusità del purismo.

 

Evitare dunque l’All-Star Game come la peste per semplice presa di posizione credo sarebbe indice di scarsa maturità. Credo che per coloro che condividano la mia posizione la cosa migliore da fare sia quella di guardarlo con un pizzico in più di leggerezza e indulgenza e, perché no, lasciandosi contagiare dalla spensieratezza e dall’accecante scintillio dell’evento. Anche se sarebbe speciale vedere le due squadre più forti al mondo battagliare senza fare prigionieri.

 

Non credo sia una magra consolazione pensare che, al cospetto di 48 minuti di “passerella” stellare, tra meno di due mesi il Gioco assumerà la forma più pura e agonistica che esista nella post season. Anzi: per quanto non vi sia la sicurezza di vedere tutte e 24 le Stelle in campo con le rispettive franchigie, il gioco val bene la candela.

 

 

 

 

 

 

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