Gli antagonisti

May 20, 2018

Sono giocatori che tra colpi proibiti, trash talking e intensità animalesca fanno impazzire gli avversari. E sono fondamentali per le proprie squadre. Sei antieroi per eccellenza che hanno fatto la storia della NBA.

 

 

È la prima regola della narrazione: a un personaggio principale va sempre opposto un rivale, un antagonista, che permetta all’eroe di compiere le gesta che lo renderanno tale.

 

Va da sé che senza gli antieroi non avremmo la maggior parte della letteratura, della cinematografia o della drammaturgia teatrale della storia. Col tempo però l’associazione protagonista-buono/antagonista-cattivo è via via venuta meno, sfumando i giudizi morali nei confronti dell’uno e dell’altro. Del resto, quello che per qualcuno è un eroe per qualcun altro sarà “il cattivo”: basta cambiare il punto di vista.

 

Lo sport ne è la prova più diretta, basti pensare all’abuso di termini come “tradimento” quando un giocatore passa da una squadra a un’altra. La volubilità di molti tifosi può trasformare gli insulti in incitamenti nel momento stesso in cui il giocatore indosserà la maglia giusta.

 

C’è un ruolo preciso che caratterizza la NBA da sempre che è l’incarnazione di questi sentimenti contrastanti.

Si tratta di quel giocatore definito “enforcer”, spesso dotato di scarse doti offensive, incaricato di molestare, destabilizzare (e in alcuni casi, anche picchiare) i talenti della squadra avversaria. E proteggere quelli della propria dagli enforcer opposti.

 

Comune denominatore per tutti loro: i fan di casa li amano, il resto del mondo li odia a morte.

 

La loro arma legale: la grande intensità difensiva.

Le armi meno legali: le giocate sporche, i colpi proibiti e le intimidazioni.

 

Va detto con chiarezza: sono giocatori fondamentali, aghi della bilancia per gli equilibri di una franchigia che punti al successo.

L’evoluzione della Lega non permette più l’uso manifesto della violenza come negli anni ’70, ’80 e ’90, ma, seppur in minor misura e in maniera diversa, gli enforcer esistono ancora.

 

Ora, invece dello scontro fisico, si concentrano maggiormente sui giochi mentali, il trash talking, le trattenute e le simulazioni: il tutto volto a far perdere lucidità ai rivali.


Ecco sei romantiche canaglie, scelte dalla NBA degli ultimi 40 anni.

 

 

 

Danny Ainge

 

 

Per infastidire gli avversari, inferire colpi proibiti ed essere sempre pronti allo scontro fisico si penserà sia necessario avere una stazza importante o quantomeno un’attitudine che incuta timore. Niente di più sbagliato.

Se John Stockton, a detta dei rivali, ha silenziosamente fatto giocate sporche per un’intera carriera, Danny Ainge, che del playmaker dei Jazz aveva la stessa aria da ragioniere e il fisico “normale”, è stato uno degli attaccabrighe più sfacciati della NBA degli anni ’80 e ’90.

 

Le apparenze ingannano: Ainge era in realtà un atleta straordinario, ad oggi ancora l’unico ad essere nominato All-American al liceo in football, baseball e basket. A dispetto della sua aria da bravo ragazzo era un lottatore come pochi, sempre pronto al sacrificio, anche fisico, per il bene della squadra.

 

Era un difensore eccellente, ma anche un attaccante intelligente con buoni istinti e mani educate. I Celtics degli anni ’80 sono la squadra di Larry Bird e le sue doti offensive non sono del tutto necessarie, non quanto la sua intensità e il suo agonismo, che si manifesta in vari modi: per esempio, cercando sempre un modo per innervosire il diretto avversario, o protestando con gli arbitri a ogni singola chiamata.

 

Ainge è stato un professore emerito del trash talking, l’esempio perfetto di cosa intendono gli anglosassoni con l’espressione “andare sotto pelle”, e non si è mai sottratto a uno scontro fisico, nemmeno con giocatori ben più grossi di lui.

 

 

Nella zuffa con Rollins, il centro degli Hawks arrivò a mordere il dito indice di Ainge in modo così violento da costringerlo a un’operazione per rimettere insieme un tendine.

 

I tifosi delle altre squadre lo odiavano, e lui adorava provocarli.

Alle Finals del 1987 si presentò a tutti i riscaldamenti con la maglietta preferita dai fan dei Lakers: quella con la scritta “I Hate Danny Ainge”.

 

Resta memorabile la pallonata lanciata sul volto di Mario Elie, in risposta a una provocazione subita.
 

 

In carriera vanta due titoli da giocatore (1984, 1986) e uno da GM ai Celtics nel 2008, anno in cui vincerà anche il premio di Executive of the Year, e ancora oggi continua a inanellare successi e scelte vincenti al Draft, attirando sempre di più l’invidia dei tifosi delle altre squadre.


Che continuano a odiarlo.

 

 

 

 

Bill Laimbeer

 

 

Difficile scegliere un enforcer dai Pistons dei Bad Boys, ma con Laimbeer si va sul sicuro.

Vanta un curriculum notevole, anche in un’era satura di giocatori sporchi, grazie a un numero incalcolabile di scontri, risse e duelli.

 

Una delle sue vittime preferite era senza dubbio Larry Bird, che in una recente intervista l’ha definito “un giocatore orribile, che andava sul campo col solo intento di far male agli avversari”.

 

Gomitate di qua, spinte di là, fu uno dei precursori della giocata sporca per eccellenza: mettere il piede sotto al tiratore in fase di salto.
Per rendersi ancor più inviso al resto del mondo, fece del flopping un’arte e dopo ogni singola chiamata a suo favore agitava il pugno in faccia all’avversario abbindolato, causandogli un travaso di bile.


I Bad Boys sono passati alla storia per le “Jordan rules”, di cui Laimbeer era la pedina fondamentale: Thomas e Dumars incanalavano MJ verso l’area dove Laimbeer lo aspettava, pronto a stenderlo nel peggiore dei modi.
Quando nel 1991 i Bulls riuscirono a battere i Pistons, Laimbeer e compagni uscirono dal palazzo rifiutandosi di stringere la mano agli avversari: fu la fine dei Bad Boys e probabilmente la fine di un’era per il basket NBA.

 

 

Nel 1993 è riuscito ad attirare le ire anche di un compagno.

A causa di un blocco troppo duro in allenamento, Isiah Thomas perse la pazienza e lo colpì con un pugno così forte da fratturarsi la propria mano. L’accaduto scatenò la reazione entusiasta di alcuni colleghi:

 

“Isiah non poteva scegliere persona migliore da prendere a pugni”.

(Scott Skiles)

 

 “Se proprio dovessi rompermi una mano, preferirei farlo colpendo Laimbeer”.

(Robert Parish)

 

La sua pessima fama ha oscurato nel ricordo di tutti quanto in realtà fosse dotato tecnicamente: ottimo passatore, eccellente difensore sui cambi e tiratore più che affidabile dalla media e lunga distanza, il che lo rendeva pericolosissimo nelle situazioni di pick and pop.

 

Un lungo moderno, direbbero a Detroit.

Il giocatore più sporco di sempre, direbbero gli altri.

 

 

 

 

Charles Oakley

 

 
Passato tra i professionisti nel 1985, Oakley ha dovuto costruirsi una carriera basata sulla difesa, la durezza mentale e la voglia di sporcarsi le mani.

 

Il suo primo “impiego” fu nei Bulls come guardia del corpo del giovane Michael Jordan, proteggendolo dagli innumerevoli tentativi d’intimidazione da parte degli avversari, come un fedele scudiero, pronto a tutto pur di lasciare MJ libero di agire.


Nonostante i due metri scarsi, per anni ha guidato la classifica dei rimbalzisti, facendosi spazio nei pitturati di tutto il paese con intelligenza e grandi gomitate. Sempre con un perenne sguardo torvo che era meglio non incrociare.

 

In seguito passò ai Knicks, dove divenne il Padrino di una squadra particolarmente “tosta”, il cui piano partita voluto da coach Pat Riley era semplice: “No lay-ups”.

 

Memorabili gli scontri con Doc Rivers, Karl Malone e soprattutto con Barkley in una partita di preseason.

 


La sua tempra sembra accompagnarlo anche a carriera conclusa.

L’anno scorso è stato espulso dal Madison Square Garden e denunciato dopo un litigio con il proprietario dei Knicks James Dolan, al quale è seguito un parapiglia con una guardia giurata al quale era stato dato l’ordine di allontanarlo.


Su richiesta di Phil Jackson, Jordan ha contattato Oakley per cercare di farlo rinsavire, ed ha anche agito da intermediario nell'incontro tra Dolan, Oak e Adam Silver per cercare di chiarirsi sull'accaduto.


Perché la prima missione non si scorda mai.

 

 

 

 

Dennis Rodman

 

 

Sbarcò in NBA proprio ai Bad Boys, coi quali ha conquistato due titoli in back-to-back e appreso il mestiere dell’enforcer da professionisti del settore come il sopracitato maestro Laimbeer e Ricky Mahorne.

 

Come Oakley, anche Rodman è stato un rimbalzista prodigioso nonostante i due metri scarsi, oltre ad essere un difensore straordinario, in grado di cambiare su tutti e cinque i ruoli. Ne è prova il titolo di miglior difensore della Lega vinto per due anni consecutivi, 1990 e 1991.
 

A tutto questo ha aggiunto un’innata capacità di agitatore, in grado di innervosire un monaco buddista, che negli anni si è manifestata attraverso trattenute, falli terminali e spinte. Sempre con un sorriso beffardo stampato sul volto.

 

Nel 1993 passò agli Spurs dove vide la nascita il personaggio The Worm, dai capelli tinti, gli orecchini e gli atteggiamenti bizzari, cominciando una serie di scorribande fuori dal campo che per essere narrate tutte non basterebbe un intero poema epico…

La parentesi in Texas fu breve: dopo solo due anni, dopo aver litigato con compagni, dirigenza e stampa locale, venne scambiato alla prima occasione utile.

 

Trovò una nuova casa ai Bulls, ironicamente la squadra che più aveva tormentato coi Pistons. Il lavoro psicologico certosino di Phil Jackson lo aiutò a smussare la sua tempra e le bizze extra cestistiche, mentre sul campo rimase la solita macchina da rimbalzi e il solito tignoso avversario, ritagliandosi un ruolo fondamentale per la conquista del threepeat.

 

 

Ha fatto impazzire hall of famer del calibro di Karl Malone, Shaq, Iverson e Barkley, prima di venir indotto lui stesso nell’olimpo del basket di Springfield, nel 2011. In un toccante discorso, più volte interrotto dalla sua emozione, ha parlato della sua infanzia senza affetti, di quanto avrebbe voluto essere un padre migliore, degli allenatori che l’hanno ispirato e i compagni che l’hanno aiutato. E di come il Gioco l’abbia salvato.


“Non ho mai giocato per i soldi o per la fama. Quello che vedete (tatuaggi, tinta, orecchini) è solo un’illusione, dovuta al fatto che volevo distinguermi. […] La verità è che amo questo Gioco, è stato molto buono con me. Senza di esso, oggi sarei morto, o uno spacciatore, o un senzatetto”.

 

 

 

 

Bruce Bowen

 

 

Cresciuto con una madre tossicodipendente, è riuscito a star lontano dai guai con il basket distinguendosi a Cal State Fullerton come uno dei migliori giocatori della Big West Conference. Ma non abbastanza da essere scelto al Draft.

 

Dopo alcuni anni tra Francia e NBDL, ecco l’occasione NBA. Ha faticato troppo per farsela scappare, e col duro lavoro riuscì a ritagliarsi un ruolo come antesignano dei cosiddetti 3&D, tanto di moda oggi.

A 30 anni compiuti arrivò agli Spurs, nei quali fu fondamentale per la conquista di tre titoli (2003, 2005, 2007).

 

Cinque volte nel primo quintetto difensivo della Lega, questa è stata la specialità di casa Bowen. Diventò uno dei migliori difensori perimetrali della NBA, il go-to-guy per Popovich quando serviva qualcuno per fermare le stelle avversarie, e BB si distinse come un vero mastino, capace di limitare gente come Kobe, LeBron o McGrady.

 

Contemporaneamente, però, cominciò a farsi sempre più corposa la schiera di avversari che lo giudicavano sporco, se non pericoloso.

Le prove, in effetti, ci sono e sono piuttosto schiaccianti.


Innumerevoli le volte in cui ha lasciato scivolare maliziosamente il piede sotto al tiratore in volo, camuffandolo con un close out aggressivo, accanendosi particolarmente contro Vince Carter che arrivò molto vicino a mettergli le mani addosso.

 

 
Altra specialità della casa: i calci. Il più eclatante ai danni di Wally Szczerbiak, una mossa da kung fu dritta sul volto dopo essere saltato su una finta di tiro (multa di 7500$); poi quello inferto a Ray Allen (10mila $ di multa) e ancora un colpo simile al volto di Chris Paul, con il play degli allora Hornets caduto a terra, che gli costò una giornata di squalifica (e altri 7mila $).

 

Le opinioni dei giornalisti sul suo conto furono sempre molto divise, come quelle dei tifosi Spurs e del resto della NBA. Se Bill Simmons disse “È un giocatore meschino che prima o poi finirà per far male seriamente a qualcuno”, M.J. Darnell lo difese, sostenendo che “I suoi avversari piagnucolano perché le sue capacità difensive li frustrano, li innervosiscono e li fanno giocare male. Ha uno stile di gioco molto aggressivo, con una difesa fisica, ma mai con l’intenzione di far male”.

Fatto sta che per sette stagioni a San Antonio è stato un titolare inamovibile e instancabile, artista degli intangibles, capace di migliorare i compagni, anzi, dedicato interamente al loro miglioramento e al gioco di squadra.


Non è un caso che dopo aver appeso le scarpe al chiodo, gli Spurs abbiano ritirato la sua maglia, nonostante non abbia mai fatto registrare più di otto punti o quattro rimbalzi o due assist di media durante tutta la carriera.

 

 

 

 

Draymond Green

 

 

L’Orso Ballerino ha ricevuto il testimone dai grandi enforcer del passato, ma interpreta il ruolo in maniera completamente diversa.

Come detto, il gioco è cambiato radicalmente negli ultimi 25 anni; ora è quasi impossibile imporsi con la sola forza e l’intimidazione fisica, senza delle doti tecniche che giustifichino la tua presenza in campo.


Da quando i lunghi tirano da tre col 40% o giocano arresti e tiri come le guardie, è inevitabile che a tutti venga richiesta una doppia dimensione. Green è diventato il giocatore totale per eccellenza, una tripla doppia pronta ad accadere ogni sera, con doti di passatore sublimi, una commovente garra sotto le plance e buone percentuali al tiro.
Eppure, tutte le statistiche che può registrare dicono un decimo di quello che rappresenta davvero sul rettangolo di gioco.

 

In questi Warriors pieni di stelle, è difficile non riconoscere in lui il centro di gravità della squadra, l’ingranaggio fondamentale senza il quale la macchina di Steve Kerr girerebbe molto più a fatica.

Il suo impatto difensivo è incalcolabile, la sua capacità di cambiare su tutti permette anche ai compagni di difendere meglio, con più sicurezza.

 

A tutte queste doti si aggiunge uno dei caratteri più arcigni e spigolosi della Lega.

Ha una parlantina inarrestabile, un’arma di provocazione di massa dentro e fuori dal campo, uno strumento di guerra anche contro gli arbitri - con cui Draymond ha un conflitto, ancora aperto, che ad oggi gli ha portato 62 tecnici e 6 espulsioni.

 

 

Anche per lui, gli episodi controversi sono infiniti, tra cui i due calci nelle parti basse a Steven Adams e l’apparente pugno, sempre in zona inguinale, a LeBron James nelle Finals del 2016, gesto che gli costò una squalifica pesantissima.
Ha rifilato colpi proibiti a mezza NBA, da Harden a Durant, da Mike Conley a Marcus Smart.

Guardandolo giocare, spesso viene da chiedersi: “Perché queste proteste? Perché quella scorrettezza? È così forte, non ne ha bisogno…”.

Ma non si può avere il Green da tripla doppia senza il Green sempre sulla linea dell’eccesso di foga e aggressività.

 

Una forza misteriosa lo muove, spesso lo fa andare fuori giri, ma è la stessa spinta che lo ha fatto crescere, migliorare, fino ad arrivare all’All Star Game, al premio di miglior difensore dell’anno e ai titoli del 2015 e 2017.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Share on Facebook
Share on Twitter
Please reload

Seguici anche su

  • facebook-logo
  • instagram-social-network-logo-of-photo-c
  • twitter-social-logotype

Archivio AtG:

Around the Game nasce con l’obiettivo di avvicinare gli appassionati italiani alla pallacanestro NBA, attraverso due tipologie di contenuti: i contributi realizzati e pubblicati dai membri interni della redazione (diffusi a titolo gratuito, senza scopo di lucro, protetti da copyright e soggetti a legislazione vigente in materia di diritti d'autore); e articoli tradotti delle testate estere in collaborazione con AtG, pubblicati e tradotti in italiano dalla nostra redazione. I contenuti del secondo tipo, i cui diritti d’autore appartengono alle testate giornalistiche da cui sono stati pubblicati originariamente, sono pubblicati all’interno della sezione “Traduzioni” e vengono selezionati, tradotti e pubblicati da AtG sono dopo la ricezione da parte delle fonti di esplicito ed esclusivo consenso relativo a questa attività.

Around the Game non rappresenta una testata giornalistica, in quanto viene aggiornato senza una periodicità prestabilita. Pertanto, ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001, non può essere considerato un prodotto editoriale. Alcune immagini sono prese da internet e quindi considerate di libero utilizzo, soprattutto nel caso in cui appartenenti alle testate in collaborazione con il nostro progetto. Se un'immagine o un contenuto è di tua proprietà e vuoi richiederne la rimozione, oppure per qualsiasi questione relativa ai diritti d’autore, ti preghiamo di inviare una mail a questo indirizzo: pr.aroundthegame@gmail.com
 

Fondatore e Caporedattore: Andrea Lamperti -  Fondatore e Web Manager: Ferdinando Dagostino

© 2017 by Around the Game.  Prodotto da FerdinandoDagostino.com