Around the Rockets: ora viene il bello

March 4, 2019

Giunti all’ultimo quarto di stagione regolare, i Rockets, finalmente al completo e a 3 vittorie dal secondo posto, possono provare ad arrivare in alto.

 

 

 

La notizia in casa Houston negli ultimi giorni è una: la striscia di trentelli di James Harden è finita lo scorso 26 febbraio, sul parquet del Toyota Center, dove era iniziata 32 partite prima.

 

41.1 punti di media in questo lasso di tempo, quattro volte sopra i 50 punti, il picco di 61 raggiunto sul palcoscenico dello Staples Center, la prestazione più esaltante in casa degli arci-nemici della Baia. I punti di media stagionali ora sono 36.6. Dovesse chiudere così, dovremmo andare indietro di più di trent’anni per trovare di meglio: i 37.1 di un certo Michael Jordan stagione 1986/87.  

 

Ma di questi numeri, al Barba, interessa relativamente. Almeno a detta sua.

 

“La striscia realizzativa  è ovviamente qualcosa di eccezionale, ma è qualcosa che ho dovuto fare per la particolare situazione in cui ci trovavamo. Abbiamo subito parecchi infortuni e passato qualche momento delicato... Sentivo che per vincere quella era l’unica via percorribile”. 

 

Beh, un po’ estremo e forse non sincerissimo, a mio parere, quando fa trasparire una certa noncuranza per questi numeri straordinari, ma sicuramente ha colto il punto. Harden, per usare un eufemismo, non è il giocatore a cui devi dire di tirare, ma a Houston è veramente servito un Barba versione MVP in questo arco di tempo. 22-11 il record. La squadra ha avuto bisogno del suo faro per essere portata fuori dalla tempesta - i Rockets si stavano inabissando sul fondo della Western Conference - e ancora di più quando Chris Paul e Clint Capela sono stati costretti ai box per circa un mese.  

 

Con il roster finalmente al completo, i numeri del #13 dovrebbero calare, non per una questione fisiologica, ma più che altro perché questa non è la versione migliore dei Rockets. Per fare strada nei prossimi PO, per poter avere qualche speranza in un confronto con i campioni in carica, coach Mike D’Antoni ha bisogno che i suoi ragazzi tornino a giocare la pallacanestro della passata stagione.

 

Il ritorno di Chris Paul in questo senso sarà fondamentale. Finora sta avendo una delle sue peggiori stagioni della carriera, statisticamente parlando - gli attuali 16.2 punti sono il dato più basso escludendo la rookie season - ma siamo da sempre abituati a vederlo alzare il livello durante la post-season. Quando serve, CP3 c’è sempre. La sua ultima prestazione in casa dei Warriors (23 punti e 17 assist) è un’anticipazione di quello che vedremo prossimamente. Nella Baia ha dimostrato quello spirito da guerriero che lo ha sempre caratterizzato e che in questa stagione è venuto un po’ a mancare.  

 

Del suo ritorno in campo ne giovano tutti i compagni. Con il play da Wake Forest l’attacco dei Rockets non è più dominato da un singolo. Nelle cinque partite post All-Star Break, da quando è tornato, il numero di assist di squadra è salito a 22.8 - quarto dato statistico della Lega - così come l’Offensive Rating.

 

PJ Tucker, in particolare, è sembrato sentirne la mancanza. Prima dell’infortunio del compagno tirava con un eccellente 41% dalla distanza. Senza Paul l’efficienza offensiva di PJ ha subito un calo drastico, scendendo dai precedenti 9.4 punti di media a 5.7, con solo il 27% dalla distanza. Dal ritorno di CP3, Tucker è tornato ai livelli che ormai consideriamo standard da parte dell’ex Montegranaro. 8.7 punti di media con il 38.3% da tre. Oltre, ovviamente, a tutto quello che fa nella metà campo difensiva - mai venuto meno.

 

Come già detto, buone nuove arrivano anche dal ritorno di Clint Capela. Il Big Man svizzero, prima di fermarsi per un mesetto e mezzo per sistemare chirurgicamente un legamento del pollice della mano destra, stava facendo registrare il career high in praticamente tutte le voci statistiche. Clint è ormai pietra angolare del sistema D’Antoniano, e oltre a lasciare il segno nella metà campo offensiva - dove, tra l'altro, prende di media 5 rimbalzi offensivi a partita (secondo solo a Drummond in NBA) - è fondamentale nella difesa del proprio canestro. Senza di lui la squadra è scesa al 25esimo posto per Defensive Rating, rendendo il sistema ancor più dipendente da Harden. Subito dopo la notizia del suo infortunio, il GM Daryl Morey è andato alla ricerca di un sostituto disponibile sul mercato.

 

Dopo il buy-out con Brooklyn, Kenneth Faried ha firmato al minimo salariale per un anno. Dopo un mese possiamo dirlo ancora una volta: magata di Morey.

 

L’ex Denver Nuggets ha messo in mostra tutte le qualità che lo hanno contraddistinto negli anni, e che per molti versi lo rendono un giocatore adatto a sostituire Capela. Faried, in realtà, non ha mai veramente giocato da centro, ed effettivamente manca un po’ di stazza, ma nella metà campo offensiva è altrettanto perfetto per giocare pick roll con Harden e correre al ferro a catturare qualsiasi lob o rimbalzo. Con il ritorno di Clint in quintetto, ci si aspettava inevitabilmente che il minutaggio di Faried calasse. Tuttavia, coach Mike ci ha sorpresi, decidendo di riportare Faried al suo ruolo originario di power forward, con Capela da centro. Mossa che probabilmente nemmeno Faried si aspettava: 

 

“È una sensazione completamente nuova. Ho dovuto correre per coprire gli angoli nelle ultime partite, cosa che non ho mai fatto, visto che ho sempre corso verso il ferro, cosa per me istintiva. Ora devo abituarmi a questo nuovo concetto”. 

 

Così ha parlato dopo la recente partita con i Warriors, in cui ha messo a segno anche due triple sulle quattro tentate. In quel ruolo a Houston siamo abituati a vedere un tiratore, non un energy guy come Kenneth. La scelta è stata evidentemente dettata dalle difficoltà a rimbalzo di Harden e compagni in questa stagione. Contro i Warriors, Capela e Faried hanno messo insieme 25 rimbalzi, e in totale i Rockets hanno vinto la battaglia sotto le plance, catturando 49 rimbalzi contro i 45 dei rivali.

 

Con il neoarrivato in quintetto, Eric Gordon ritorna nel ruolo forse per lui più naturale di sesto uomo - a smentirmi è arrivata, puntuale, domenica sera la prestazione dell’anno per Gordon, che sul parquet del TD Garden ha messo segno 32 punti con 8 triple partendo in quintetto.  

 

Per replicare la corsa verso le Finals di Conference della passata stagione, la compagine texana ha primariamente bisogno dei suoi big three al massimo. Questo ultimo quarto di stagione regolare servirà, salute permettendo, a recuperare tutti i giocatori e a ritrovare gli equilibri passati, in difesa e in attacco.

 

Lo so, è un mantra che ormai ripeto da mesi, e ho incominciato in realtà anche a credere che la versione 2017/18 dei Rockets, ahimè, non la rivedremo. Ciò detto, le ultime cinque vittorie di fila, e soprattutto le prestazioni contro Warriors e Celtics, fanno sperare bene.  

 

Il roster dei Rockets rimane uno dei più completi e soprattutto più attrezzati per affrontare i Dubs, anche se quest’anno in generale tutta la concorrenza sembra più agguerrita. E dopo tutto, quando affrontano la loro nemesi - 2 vittorie su 2 nella Baia finora - mostrano il loro volto migliore.

 

Saranno in grado di farlo anche in primavera inoltrata?

 

 

 

 

 

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